La Macchina del Silenzio: un anno dopo

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É già trascorso un anno dall’uscita de “La Macchina del Silenzio” e sembra solo ieri. É stato un cammino difficile, devo riconoscerlo. Farsi conoscere non è per niente semplice e quello dei libri è un mondo spietato, soprattutto se da esordiente ci si propone con un genere complesso come il thriller. La critica è feroce, nessuno fa sconti. E onestamente nemmeno ne vorrei. “La Macchina del Silenzio” per quanto mi riguarda è stato un romanzo importante, tecnica ansiogena, struttura essenziale e vortice di eventi che si susseguono senza tregua sono lo specchio della cronaca e della storia contemporanea, cronologia spietata di una geopolitica sempre in evoluzione, delle nostre stesse vite che si sviluppano contemporaneamente tra realtà e virtuale. La presenza di personaggi oscuri che minacciano le democrazie, che illudono la gente cercando di manipolarla con i mezzi più subdoli, non sono altro che realtà in cui viviamo. “La Macchina del Silenzio” racconta la realtà in bilico tra oggi e domani, raccontata con lo spietato cinismo che ci nutre. Proprio per questo credo nella forza di questo progetto. É già trascorso un anno ma la determinazione è la stessa.

I messapi

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L’Italia dal punto di vista storico e culturale è una miniera senza fine. Muovendosi attraverso le sue caratteristiche si scoprono sempre milioni di spunti da approfondire, da analizzare, di cui scrivere. Quando ho scoperto il popolo dei Messapi, una popolazione che viveva in Puglia, nel periodo in cui nel Nord Italia si erano stanziati i Celti, ho capito che c’era qualcosa di importante che si celava in quei territorio. Così ho iniziato a studiare questo popolo e a scoprirne gli usi e le attitudini, il culto a cui facevano riferimento. Si trattava di dei pagani venerati attraverso costruzioni di massi, oppure in vere e proprie strutture paleocristiane. La loro cultura era semplice ed essenziale, prevalentemente dedita alla caccia, ma le leggende raccontano di un popolo misterioso e con radici esoteriche, così come si è sempre detto del popolo celtico. Credo che ci sia ancora molto da scrivere su di loro.

Come nasce un protagonista

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La scelta di un protagonista di una storia è sempre complessa. Per quanto mi riguarda la figura di Davide Porta è nata per caso, moltissimi anni fa. Ero in spiaggia ed era già buio. All’improvviso ho sentito un rumore assordante proveniente dal mare. Poi un secondo rumore. Dopo qualche secondo ho capito che si trattava del rumore di motori. Qualche secondo più tardi ho visto dei fari accendersi, così sono riuscito a vedere meglio la scena. Si trattava di due motoscafi con motori di grossa cilindrata che si rincorrevano. La scena è durata pochissimo. Incuriosito, ho iniziato a informarmi. Ero in Puglia in quel momento, sulle coste vicino a Ostuni. Ai tempi una delle attività più redditizie era il contrabbando di sigarette e tra contrabbandieri e finanzieri si sviluppavano vere e proprie guerre con inseguimenti. Con i miei occhi ho potuto vedere veri e propri hangar nascosti tra le zone rocciose più lontane dal mare, mezzi blindati in grado di speronare altri veicolo. Ma la cosa affascinante era che gli stessi finanzieri riutilizzassero quei mezzi sequestrati riutilizzandoli per vincere la battaglia con queste organizzazioni. Ho potuto vedere gli scafi che venivano utilizzati per il trasporto dei carichi, delle bestie del mare potentissime. A margine di tutto questo si percepiva una qualche forma di rispetto reciproco tra chi inseguiva e chi veniva inseguito. Ed è proprio da questi scenari che iniziato a immaginare, da ragazzino, delle storie in cui il protagonista era sì un cattivo, ma con in fondo un animo buono, un uomo che per vivere era quasi costretto a usare l’ombra che c’era dentro di lui. È proprio lì che è nata la voglia di riflettere sull’animo umano. Perché in ognuno di noi spesso si nasconde una qualche forma di male e che spesso ci è necessaria per vivere.

Torino da scoprire

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#Torino è sempre uno dei miei oggetti di studio preferiti. Per la sua storia e i suoi misteri. Ogni via, pietra e informazione permette di ricostruire l’importanza di una città che è stata teatro di avvenimenti fondamentali per lo sviluppo e la creazione dell’Italia intera per come la conosciamo oggi. Ci sono luoghi che ho avuto modo di scoprire e di studiare, potenziali ambientazioni che mi piacerebbe utilizzare in prossimi romanzi. Questo dipende da me, ma anche da voi. Senza girarci intorno sono i lettori a decretare il successo di un romanzo, del progetto che c’è dietro e quindi dell’autore stesso. Quello che mi piace fare è puntare il riflettore nei punti e nei luoghi tutti vorrebbero ignorare. Raccontare il mondo e il futuro a modo mio, ma anche il tempo difficile in cui viviamo. Parlare solo di fiction sarebbe riduttivo, io parto sempre dalla realtà, dal passato e dal possibile futuro per scrivere. E c’è ancora molto da dire.

Una storia deve essere verosimile

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Spesso mi dicono che nei miei romanzi ci sono molte ambientazioni che cambiano in modo vorticoso. La risposta è molto semplice. Le storie che hanno come sfondo un conflitto geopolitico internazionale non potrebbero mai averne uno solo, chi pensa di poterlo fare, semplicemente sta mentendo o sta raccontando una storia inverosimile. In questo caso voglio proporvi una delle ambientazioni che compare ne #LaMacchinadelSilenzio, si tratta del Duomo di Modena. Non entrerò nel merito del perchè io l’abbia inserita perchè mi piacerebbe che lo scopriste leggendo il romanzo, ma vorrei dirvi che rappresenta una tappa di un lungo cammino, di una serie di luoghi legati a un personaggio storico forse poco conosciuto: Matilde di Canossa. Questo personaggio rappresenta il filo conduttore del romanzo e della storia dell’Italia intera, ma non solo. Modena non è quindi soltanto un’ambientazione del romanzo, ma è un luogo fondamentale che va a unirsi a una rete di altri luoghi e informazioni. Questo schema è necessario per contestualizzare la storia che voglio raccontare. È complesso? Io non credo, mi piace considerarlo verosimile.

Perché il male contro se stesso

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Ho scelto di raccontare il male contro se stesso perché credere che possa esistere anche un solo personaggio completamente positivo è un’utopia. Ogni essere umano è una somma di sfumature in tonalità di grigio, dal più chiaro al più scuro. Dove il bianco e nero non esistono. L’animo oscuro dei miei personaggi è spesso influenzato da quelle che sono le mie ombre, ogni scrittore, chi più, chi meno, lascia un po’ di sé nella sua scrittura. Scrivere un romanzo non è un atto meccanico, ma una trasposizione di un mondo che si ha dentro, che si stia scrivendo una canzone, una storia d’amore o un thriller, a cambiare sono gli stili, le dinamiche, ma non l’anima con la quale si inizia a lavorare a un progetto. Ho sempre trovato fondamentale entrare nella mente del lettore, ma prima di tutto nella mia. Soprattutto quando la storia ha come fulcro l’essenza dell’animo umano. Nei miei primi due romanzi ho raccontato di un modello numerico, molti hanno pensato a una formula matematica, in parte lo è, ma in realtà è qualcosa di più. Qualcosa in grado di connettere ogni cosa, fin nel profondo.