#Labirinto #Ep5

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La sala era piena di monitor, ma Simona lo condusse davanti a un oggetto che sembrava una scatolina nera.
“Qui c’è qualcosa che vorrei farti vedere”
“Cos’è?”, pensò di chiederle.
“Un vecchio gioco, che tu conosci. Ma dentro questo gioco c’è nascosto qualcosa.
Qualcosa che noi dobbiamo trovare”.
“Perché?”
“Perché smettano di cercarci. E perché tutto possa tornare come prima”
“Dove sono loro?”
“Li abbiamo seminati, per ora. Proprio come nei giochi. Ma torneranno. Presto ci troveranno, per questo non abbiamo molto tempo.
“Cos’è?”, disse, indicando la scatolina.
“Un vecchio disco esterno. È lì dentro che si trova il gioco”.
“Lo accendiamo?”, chiese. Ma in quel momento la sentì arrivare. Una di quelle informazioni aveva preso il corridoio sbagliato. Capì dall’espressione di Simona che fuori dell’involucro aveva iniziato a gridare e che aveva preso in mano la scatola per lanciarla contro il muro. Simona si sarebbe arrabbiata. E non sarebbe più riuscito a giocare al nuovo gioco.
Sentiva di volerle chiedere scusa, ma non riusciva a fermare il suo corpo che si muoveva, impazzito. L’aria iniziava a mandargli, non era mai andato al mare, ma immaginava proprio così la sensazione di affogare. Questa crisi era una delle peggiori, lo capiva. I diversi dottori che avevano provato a curarlo avevano sempre detto di restare tranquillo, ma non ci era mai riuscito. E ora tutto stava divendo oscuro. Scatenando il lui la paura più ancestrale. Quella del buio.
Guardo Simona, con gli ultimi scampoli di lucidità. Gli sembro di vederla correre verso il muro e tornare con qualcosa in mano, per inserirla in uno dei computer.
Qualche istante più tardi tutto tornò normale. Improvvisamente.
Si guardò intorno, stupito.
“Cosa è successo?”, provò a chiedere.
“Siamo nel gioco.”
Fabio non vedeva nulla di diverso.
“Non capisco”, disse.
Osservò il volto disteso di Simona. Sembrava divertita.
“Che gioco sarebbe? Cosa dovremmo fare?”
Poi si rese conto. Stava parlando e ne era consapevole. Sentì una forma di magone provenire da dentro, poi non riuscì a fermare le lacrime.
#Labirinto
#Ep5

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#Labirinto #Ep4

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C’erano monitor dappertutto. E Fabio sentiva il morso della fame. Fuori dal suo involucro, costruito a sua difesa, stava gridando. E non avrebbe voluto farlo, sapeva che quando succedeva sua madre aveva paura.

Paura che suo figlio non riuscisse a superare l’ennesima crisi. Fabio riusciva a sentire la presenza degli elettrodi posizionati in ogni punto del suo corpo. Sentiva flebile il suono della voce della dottoressa che sta mostrando a sua madre un piccolo oggetto. Alcuni flash che sua memoria gli consegnava gli raccontavano che era stato portato in quel luogo trascinato da cinque persone, che lo avevano legato alla barella. Sprazzi di vista mostravano il monitor sul quale si muoveva impazzito il grafico delle sue funzioni vitali. La dottoressa aveva definito quello che stava accadendo: “la soluzione”. Fabio iniziò a percepire dei rumori provenienti da fuori, aldilà della porta della sala operatoria. Anche se nella posizione in cui si trovava riusciva a vedere poco, notò il viso della dottoressa. Era teso. Contratto. Capì che la dottoressa era allarmata. Il monitor che fino a pochi istanti prima aveva mostrato i suoi parametri vitali era saltato ed emetteva fumo nero. Anche quello accanto era ormai fuori uso.

“Cosa sta accadendo?”, pensò.

Fuori dal suo involucro Fabio aveva smesso di gridare. Sentiva il cuore accelerare, mentre vedeva la dottoressa fissare mia madre, la quale rispose con un breve cenno del viso.

Vidi la dottoressa indossare una mascherina e avvicinarsi con il piccolo oggetto in mano.

Proprio quel momento anche il terzo monitor saltò per aria. Fabio perse i sensi nel momento stesso in cui sentí penetrare l’oggetto nella mia nuca. Non vide più niente, soltanto flash che lo abbagliavano. Ovunque lui fosse in quel momento. Non riusciva più a percepire il tempo. Né a muoversi.

Quando riaprí gli occhi era sdraiato su una barella, si guardò intorno e pensó di trovarsi all’interno di un furgone che correva a folle velocità. Il lenzuolo era sporco di sangue e sentiva delle forti fitte poco sopra la nuca.

Fabio cercò di mettere a fuoco ciò che aveva intorno. Doveva mantenere la calma. Evitare che tutte quelle sollecitazioni non si sovrapponessero e che tutte le informazioni fossero condotte nei giusti corridoi. In quelli che conosceva meglio, perché aveva imparato a capire che la sua mente era come un labirinto. Bastava che informazioni finissero nel corridoio sbagliato perché tutto si confondesse e la realtà prendesse forme diverse.

“Stai bene?” sentì pronunciare da un viso che vedeva appena.

Fabio rimase in silenzio, chiedendosi se fuori dal suo involucro stesse già gridando.

“Io so che ti chiami Fabio”, proseguì.

Fabio sentiva il frastuono provenire dall’esterno del furgone. Gli penumatici stridevano, rumori metallici, colpi che spingevano il furgone da dietro, come se qualcuno o qualcosa lo stesse spingendo in avanti. I dati che vedeva sul piccolo monitor a lato indicavano che i suoi parametri vitali stavano tornando alla normalità.

“Come ti chiami?” pensò di chiederle. Chissà se la voce sarebbe uscita questa volta, pensò.

Fabio non seppe mai se la sua voce fosse davvero uscita, ma la ragazza che aveva di fronte rispose.

“Simona. Io mi chiamo Simona. E un po’ ci somigliamo”.

“E chi sei?”, immaginó di chiederle.

“Sono una ricercatrice.”

Fabio iniziava a unire le immagini che la memoria gli inviava. Quella ragazza era piombata nel laboratorio e aveva addormentato la dottoressa e sua mamma, lo aveva slegato e portato via, poco prima che degli uomini armati sfondassero la porta. Lo aveva accompagnato attraverso un’uscita secondaria e poi fatti salire sul furgone sul quale ora si trovava.

“Torneremo a prendere la mamma, sta tranquillo”, aveva detto. Mentre gli uomini armati salivano su un altro furgone e si lanciavano all’inseguimento.
#Labirinto
#Ep4

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#Labirinto #Ep3

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Fabio iniziò a muovere il mouse e riprese possesso del suo avatar. Osservò la ferita sul fianco della donna e cercò di tamponarla con la sua giacca.
Sapeva di avere solo pochi minuti per riuscire a salvarla.
Sentiva la crisi d’ansia arrivare.
Se fosse successo di nuovo lo avrebbero imbottito di farmaci come l’ultima volta.
Cercò di calmarsi e fece sollevare la donna. Una volta in piedi la fece appoggiare alla sua spalla e la accompagnó verso quello che era stato l’ospedale di Second Life.
Nella seconda schermata, accanto a quella del gioco virtuale, cercava tutorial su youtube su come fermare l’emorragia.
Giunti in ospedale, Fabio cercò la scritta “sale operatorie”.
Fece sedere la donna su una sedia a rotelle che trovarono all’ingresso e percorsero il lungo corridoio.

“Come stai?” Le chiese.

La donna non rispondeva. Stava perdendo troppo sangue. A ricordarglielo era la scia che stavano lasciando lungo il corridoio.
Entrarono nella sala e fece sdraiare la donna sulla barella. Era allo stremo delle forze.
Cercava di tenere a mente quello che aveva capito dei tutorial. Prese delle bende elastiche e del disinfettante. Ma non sarebbe stato abbastanza. Doveva rimuovere quella scheggia che spuntava dalla ferita. Avrebbe dovuto sederla.
Dall’altra parte della casa sua madre continuava a chiamarlo per il pranzo e aveva a disposizione poco tempo. Cercò di calmarsi e di analizzare quello che i tutorial dicevano.
Aveva sempre avuto paura del sangue. E stava pulendo una ferita di una donna che non conosceva. Toccò l’oggetto che fuoriusciva dalla pelle e si rese conto che non si trattava di una scheggia, ma di qualcos’altro. Pensò a un proiettile, ma era diverso, seppur la forma lo ricordasse.
Lo rimosse lentamente e tamponó la ferita, una volta fermata e disinfettata aveva bisogno di applicare dei punti. Pregò di non svenire.
La voce di sua madre era sempre più forte. Prese la corda anallergica e iniziò l’operazione.
La donna era ancora sedata. Sperava che il dosaggio dell’anestetico fosse sufficiente.
Poi la sentì urlare.
In quel momento la porta si aprì. Era riuscito a nascondere la schermata di Second Life.
Accanto a sua madre c’era una donna con un abito elegante ma sobrio. Aveva un mezzo sorriso forzato.

“Fabio, saluta la dottoressa. Dice che vuole sottoporti a dei controlli.”

“Fabio, vuoi vestirti e venire con me? Faremo tanti giochi. Ti va?”
#labirinto
#Ep3

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#Labirinto #Ep2

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Fabio non rispondeva.
“Mi senti?” continuava a ripetere la voce dalla radio.
“Sì” sussurró Fabio. Tratteneva a stento i brividi. Il suono della sua voce che si appropriava del corpo. Una sensazione nuova.
“Dove ti trovi?”
Fabio ricordava le parole dei suoi genitori. Dicevano sempre di non dare confidenza agli sconosciuti. Era molto tempo fa. Prima che tutto cambiasse. Prima che loro cambiassero.
“In Italia”
“Non sei solo, ora ci…”
In quel momento la porta si spalancó e comparve sua madre. Fabio era riuscito ad abbassare il volume della radio.
“Fabio, hai parlato? Mi era sembrato di sentire delle voci”
Fabio scosse il capo e indicò il computer.
“I tuoi stupidi giochi” affermò stancamente Francesca.
In quel momento il monitor del computer si riattivó sulla schermata di Second Life.
Fabio lo fissò per qualche istante. Francesca cercò di capire, ma come tante altre volte non ci riuscì e uscì dalla stanza.
Fabio provava a comporre i pezzi nella sua mente. Forse stava impazzendo, come più volte gli avevano detto i suoi compagni di classe. Non aveva mai visto nessuno in quell’antico gioco virtuale. Ma se la schermata si era avviata, qualcuno doveva esserci.
Fabio si avvicinò al monitor, prese possesso del suo avatar e si mosse lungo la via principale. Osservò le stradine laterali. Erano deserte. Superò il vecchio bar dove un tempo gli utenti si incontravano per conoscere l’anima gemella. Poi sentì un rumore lieve, entrò in una via laterale. Fece qualche passo e poi la vide. Era una donna immersa in un lago di sangue. Ma era ancora viva. E gli stava chiedendo aiuto.
#labirinto
#Ep2

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Labirinto #Ep1

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Fabio può restare ore a guardare fuori dalla finestra. I suoi genitori sono preoccupati, da un po’ di tempo é cambiato. Fa domande strane. I suoi amici dicono che è pazzo, i suoi medici che è autistico. Fabio però con il computer é un mago. E adora i video giochi. É curioso e ha scoperto un gioco del passato. Il primo tentativo di realtà virtuale. Si chiamava Second Life. Si è costruito un avatar, un personaggio con cui può girare indisturbato in un mondo ormai deserto. Fabio é appassionato anche di radio, un mezzo di comunicazione ormai superato. Le frequenze che un tempo portavano musica sono ormai silenziose. Soltanto in una delle frequenze riusciva a sentire un fruscio diverso dagli altri. I suoi genitori però non gli credevano. Sapeva che presto lo avrebbero riportato dai dottori e gli avrebbero somministrato quelle pillole. Proprio in quel momento dalla radio sentí una voce. Riesci a sentirmi?
#Labirinto
#Ep1

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I messapi

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L’Italia dal punto di vista storico e culturale è una miniera senza fine. Muovendosi attraverso le sue caratteristiche si scoprono sempre milioni di spunti da approfondire, da analizzare, di cui scrivere. Quando ho scoperto il popolo dei Messapi, una popolazione che viveva in Puglia, nel periodo in cui nel Nord Italia si erano stanziati i Celti, ho capito che c’era qualcosa di importante che si celava in quei territorio. Così ho iniziato a studiare questo popolo e a scoprirne gli usi e le attitudini, il culto a cui facevano riferimento. Si trattava di dei pagani venerati attraverso costruzioni di massi, oppure in vere e proprie strutture paleocristiane. La loro cultura era semplice ed essenziale, prevalentemente dedita alla caccia, ma le leggende raccontano di un popolo misterioso e con radici esoteriche, così come si è sempre detto del popolo celtico. Credo che ci sia ancora molto da scrivere su di loro.

Come nasce un protagonista

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La scelta di un protagonista di una storia è sempre complessa. Per quanto mi riguarda la figura di Davide Porta è nata per caso, moltissimi anni fa. Ero in spiaggia ed era già buio. All’improvviso ho sentito un rumore assordante proveniente dal mare. Poi un secondo rumore. Dopo qualche secondo ho capito che si trattava del rumore di motori. Qualche secondo più tardi ho visto dei fari accendersi, così sono riuscito a vedere meglio la scena. Si trattava di due motoscafi con motori di grossa cilindrata che si rincorrevano. La scena è durata pochissimo. Incuriosito, ho iniziato a informarmi. Ero in Puglia in quel momento, sulle coste vicino a Ostuni. Ai tempi una delle attività più redditizie era il contrabbando di sigarette e tra contrabbandieri e finanzieri si sviluppavano vere e proprie guerre con inseguimenti. Con i miei occhi ho potuto vedere veri e propri hangar nascosti tra le zone rocciose più lontane dal mare, mezzi blindati in grado di speronare altri veicolo. Ma la cosa affascinante era che gli stessi finanzieri riutilizzassero quei mezzi sequestrati riutilizzandoli per vincere la battaglia con queste organizzazioni. Ho potuto vedere gli scafi che venivano utilizzati per il trasporto dei carichi, delle bestie del mare potentissime. A margine di tutto questo si percepiva una qualche forma di rispetto reciproco tra chi inseguiva e chi veniva inseguito. Ed è proprio da questi scenari che iniziato a immaginare, da ragazzino, delle storie in cui il protagonista era sì un cattivo, ma con in fondo un animo buono, un uomo che per vivere era quasi costretto a usare l’ombra che c’era dentro di lui. È proprio lì che è nata la voglia di riflettere sull’animo umano. Perché in ognuno di noi spesso si nasconde una qualche forma di male e che spesso ci è necessaria per vivere.

Torino da scoprire

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#Torino è sempre uno dei miei oggetti di studio preferiti. Per la sua storia e i suoi misteri. Ogni via, pietra e informazione permette di ricostruire l’importanza di una città che è stata teatro di avvenimenti fondamentali per lo sviluppo e la creazione dell’Italia intera per come la conosciamo oggi. Ci sono luoghi che ho avuto modo di scoprire e di studiare, potenziali ambientazioni che mi piacerebbe utilizzare in prossimi romanzi. Questo dipende da me, ma anche da voi. Senza girarci intorno sono i lettori a decretare il successo di un romanzo, del progetto che c’è dietro e quindi dell’autore stesso. Quello che mi piace fare è puntare il riflettore nei punti e nei luoghi tutti vorrebbero ignorare. Raccontare il mondo e il futuro a modo mio, ma anche il tempo difficile in cui viviamo. Parlare solo di fiction sarebbe riduttivo, io parto sempre dalla realtà, dal passato e dal possibile futuro per scrivere. E c’è ancora molto da dire.

Una storia deve essere verosimile

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Spesso mi dicono che nei miei romanzi ci sono molte ambientazioni che cambiano in modo vorticoso. La risposta è molto semplice. Le storie che hanno come sfondo un conflitto geopolitico internazionale non potrebbero mai averne uno solo, chi pensa di poterlo fare, semplicemente sta mentendo o sta raccontando una storia inverosimile. In questo caso voglio proporvi una delle ambientazioni che compare ne #LaMacchinadelSilenzio, si tratta del Duomo di Modena. Non entrerò nel merito del perchè io l’abbia inserita perchè mi piacerebbe che lo scopriste leggendo il romanzo, ma vorrei dirvi che rappresenta una tappa di un lungo cammino, di una serie di luoghi legati a un personaggio storico forse poco conosciuto: Matilde di Canossa. Questo personaggio rappresenta il filo conduttore del romanzo e della storia dell’Italia intera, ma non solo. Modena non è quindi soltanto un’ambientazione del romanzo, ma è un luogo fondamentale che va a unirsi a una rete di altri luoghi e informazioni. Questo schema è necessario per contestualizzare la storia che voglio raccontare. È complesso? Io non credo, mi piace considerarlo verosimile.