Bianco è il colore del danno, di Francesca Mannocchi

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“Bianco è il colore del danno” di Francesca Mannocchi è un viaggio in una vita, nei suoi contrasti, nell’anima oscura di un conflitto che cambia ogni equilibrio e certezza. È una ricerca di consapevolezza, una sfida impari alla paura. Ma è anche una confessione potente, delle debolezze e delle fragilità di una donna. La scoperta di un mondo interiore. È il tentativo di perdonare e perdonersi, cercando qualcosa di sé, che inevitabilmente si è perso. Ma anche la volontà di trovare un nuovo punto di vista.

Il suono di un nome

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Il camioncino aveva portato via le ultime cose.
Lo stabilimento balneare, per come lo ricordava, ormai non esisteva più.
Percorse il tragitto che dall’ingresso conduceva verso la spiaggia.
Dove per decenni c’erano stati i suoi ombrelloni, c’era solo sabbia e l’odore del vento di autunno.
Il vento sembrava quasi riportare il ricordo del vociare dei bambini, degli amori nati e finiti velocemente.
Si voltò verso i vecchi locali prefabbricati, per anni adibiti a cabine e spogliatoi. Le porte in legno, ormai logoro, che avevano visto passare le storie di migliaia di bagnanti.
A ricordarle ciò che stava per diventare passato, una barchetta che riposava a poca distanza dalla battigia.
Suo marito, quella barca, l’aveva amata tanto. A tal punto da assumersi la gestione dello stabilimento, attivitá che lei aveva ereditato da suo padre.
Ben presto quello che sembrava un salto nel buio si era tramutato in un vortice fallimentare. Lui aveva presto litigato con il personale storico dello stabilimento. Si era convinto che sarebbe riuscito a immettere personale giovane e più moderno. Ma i nuovi arrivati non c’entravano niente con quella realtà.
A nulla erano valsi i rimproveri, le minacce di licenziamento.
Dopo due anni, nessuno voleva più lavorare nello stabilimento.
Pian piano i vecchi clienti si erano trasferiti altrove.
Ora si rendeva conto che il silenzio che stava ascoltando, era iniziato molto tempo prima.
La barchetta era immersa nella sabbia, alzata dal vento che proveniva dal mare.
Si chiuse meglio il giubbotto per difendersi dal vento, o forse da quei ricordi, ormai troppo pungenti.
Ripensó a suo padre. A quando da bambina l’aveva lasciata scorrazzare per lo stabilimento. Alle prime esperienze lavorative, quando alla cassa assegnava gli ombrelloni disponibili, sotto l’occhio vigile del nonno, che a sua volta aveva gestito quello stabilimento.
Chissà cosa avrebbe pensato di lei, che aveva lasciato naufragare tutto, così, nel silenzio.
Si chiese se davvero fosse colpa sua. Forse l’errore era stato non vendere prima ai diretti concorrenti.
Forse l’errore era stato amare Carlo, il suo ex marito che un giorno aveva candidamente ammesso di essersi innamorato della signora che dava una mano a pulire lo stabilimento. E che con la stessa serenità aveva comunicato che sarebbe andato a vivere con lei.
Lanciò un ultimo sguardo a quella barchetta, sapendo che sarebbe stata l’ultima volta. Sperando, poi, di ricominciare a vivere.
Il nome della barca era stato quasi del tutto cancellato dalla fiancata. Il nome che suo padre le aveva dato: Romanza.

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Perché è l’amore che è così.

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Ersilia aveva amato quell’uomo in silenzio.
Aveva atteso per anni che si accorgesse di lei.
E forse aveva sperato che abbandonasse la sua vita per stare con lei.
Ora Ersilia ascoltava il suono delle onde che si infrangevano sulla battigia.
Lo sapeva, ormai, che a ogni centimetro conquistato con lui, sarebbe corrisposto un vortice di solitudine in cui si sarebbe sentita rinchiusa, come su un’isola lontana e deserta.
Lui diceva che é l’amore che è così.
Che vince chi è più forte.
Ersilia, però, ora si sentiva stanca.
Quella forza, lei, probabilmente non ce l’aveva.
Fece un passo in direzione delle onde.
Si fece forza, poi ne fece ancora.
Si fermò soltanto quando l’acqua le raggiunse la gola.
Poi, si lasciò andare.
E tornò a nuotare.
Sentì che il suo corpo era tornato libero.
Non importava quanto ci avrebbe messo per dimenticare.
Ora sapeva che ci sarebbe riuscita.
Perché l’amore è così, pensò.
Vince chi è più forte, di chi pensa di esserlo.

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Le nostre storie

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Dal punto di vista letterario con questo Salone si é conclusa un’era.
Credo sia arrivato il momento di sperimentare altre strade e di ritrovare quell’entusiasmo che si è via via logorato.
Ho visitato questi ultimi due Saloni come “esterno”.
E a volte serve osservare le cose da un’altro punto di vista.
Il problema è che dopo si rischia di vedere meglio il quadro generale delle cose.
Ed è quello che è accaduto.
Proprio per questo motivo già da tempo ho iniziato a rimettere in discussione un po’ di cose, a partire da me stesso, lavorando sulle tecniche narrative e stilistiche.
Questo perché è essenziale migliorarsi.
Questo è un mondo che non fa sconti.
Un mondo in cui oggi sei sotto i riflettori, domani nessuno si ricorderà nemmeno il tuo nome.
E questa è, in fondo, una triste verità, ma è così poi in tutti i settori.
Siamo nomi, numeri, realtà intercambiabili.
Ma sapete? Io non credo che sia così.
Siamo storie uniche.
Storie che vanno raccontate.
Perché quei personaggi siamo proprio noi.
Noi che sogniamo ancora.
Noi che abbiamo paura di sbagliare.
Noi che ci vergogniamo di noi stessi.
Noi che nascondiamo lacrime e disillusioni.
Ma siamo anche noi che non ci arrendiamo.
Noi che sappiamo guardarci negli occhi, nonostante tutto.
Noi che sappiamo rialzarci sempre.
Noi che conosciamo bene il peso delle nostre parole.
E delle nostre storie.
Noi che se diciamo che si é chiusa un’era è perché sappiamo che se ne è appena aperta un’altra.

Sei un fallito

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– Fallito – gli urlava il nuovo compagno di sua madre.
Valerio teneva testa a quell’uomo che puzzava di alcool.

– Non sei capace! Cosa ci vai a fare all’Università? Finirai comunque per andare a raccogliere cartoni. Tanto vale andarci subito e contribuire alle spese! – continuava lui.

Valerio tratteneva la rabbia, la tristezza e l’umiliazione. L’unica strada che aveva per costruirsi una vita era studiare. Ma farlo ogni giorni diventava sempre più difficile. Per frequentare l’Università servivano soldi e tempo. Ma stava per perdere anche l’unico dei punti di cui poteva disporre: la determinazione.
Valerio studiava di notte, mettendoci l’anima. Continuava a dare esami, senza tregua, perché sapeva che gli avrebbe concesso ancora un po’, vincendo una borsa di studio. Quello era l’unico modo per continuare ad alimentare quella che gli sembrava sempre più una stupida illusione.

– Non hai niente da dire? Pensi a quando potrai finalmente progettare cessi? – concluse, ridendo.
Sua madre avrebbe voluto difenderlo, ma non poteva farlo. Perché dipendeva dagli umori di quella bestia.
Valerio aveva sentito più volte nella sua vita cedere il terreno sotto i suoi piedi.

Si alzò e si soffermò a osservare l’immagine della copertina di un libro proiettata sul muro.
Quante volte nella sua vita aveva trovato difficile guardarsi anche solo guardarsi allo specchio senza sentire il peso delle sue sconfitte.

Poggiò una mano, come per sostenersi, sul tavolo che sarebbe servito da lì a breve per un’altra presentazione.

Valerio aveva iniziato a vomitare per sopportare quel senso di buio che sentiva salire ogni volta dall’esofago. Rimettere quel poco che riusciva a mangiare ed era ogni volta come una liberazione. Una forma arcaica di reazione, che però non faceva altro che mandarlo ancora di più al tappeto.

Il momento peggiore, però, era arrivato quando aveva sbagliato il primo esame. Un momento di buio totale che non gli aveva permesso di rispondere nel modo corretto, nonostante avesse studiato e fosse ben più che preparato. Il suo cervello lo aveva abbandonato nel momento in cui ne aveva più bisogno e in quel momento non aveva avuto nemmeno la forza di ammetterlo. Perché avrebbe avuto bisogno di mangiare, di riabilitarsi, di rialzarsi. Ma l’unica necessità che sentiva salire dal suo stomaco era solo una. Continuare a vomitare.

– Possiamo già iniziare a sedersi? – chiese una signora che era appena entrata nella sala.

Valerio la guardò, riprendendosi un attimo dai suoi pensieri.

– Sì, certo. – rispose, osservando altre persone che stavano entrando.

Si allontanò da quel gruppo di persone che man mano stava diventando sempre più numeroso.

– Buongiorno, sono Alessandra, la giornalista. Ci siamo sentiti telefonicamente, lei è Valerio, immagino –

Valerio gettò ancora uno sguardo allo schermo che proiettava un’immagine della copertina di un libro. Si chiamava “Fallito”.

– È pronto a raccontare a tutta questa gente la sua storia? ­–

In quel momento si rese conto che quella copertina rappresentava l’immagine nello specchio in cui finalmente riusciva a guardarsi. Rimandò indietro il magone e quella lacrima che avrebbe voluto uscire.

­ – Direi di sì. Ora sono pronto. –

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Labirinto – Ep14

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Nelle puntate precedenti:
Labirinto – #Ep1 – #Ep12
Labirinto – Ep13
  #Ep14 Davide aveva rubato del cibo da un supermercato, facendo attenzione a eludere le telecamere di sorveglianza, poi si era recato con Fabio in un bosco poco lontano dalla zona abitata. Aveva bisogno di riflettere sul da farsi. Qualcosa nella sua memoria stava tornando a galla. L’ultima immagine che ricordava prima del coma era il rosone di una chiesa. La Cattedrale di Chartres. Ricordava di aver parlato con qualcuno poco prima e di aver scoperto qualcosa di importante. Gli sembrava di aver perso conoscenza per un motivo ben preciso. Qualcosa che in un istante gli aveva fatto perdere conoscenza. I suoi ricordi erano confusi e non riusciva a ricordare. Suggerì a Fabio di riposarsi per poi sfruttare le ore notturne per muoversi. Davide riusciva a percepire il movimento di droni ed elicotteri che scandagliavano la zona e sapeva che prima o poi li avrebbero individuati, perché due sorgenti di calore ferme nel bosco non potevano che attirare l’attenzione dei sensori di rilevamento di temperatura. Era solo una questione di tempo. E sapeva di averne poco. La sua mente però era come immersa in una nebbia intensa. I pochi ricordi si stavano materializzando nella sua mente, ma troppo lentamente. Chiunque fosse Fabio, sapeva che aveva corso dei grossi rischi per salvarlo. E non poteva metterlo ulteriormente in pericolo. Si soffermò a guardare un’antenna montata sulla cima della collina che sovrastava il paese. Si soffermò a osservarla. Non era particolarmente grande, ma sembrava essere stata realizzata da poco. Si voltò e vide che Fabio in quel momento stava ancora dormendo. Decise di salire in cima per vederla da vicino. Era ancora molto provato e non fu facile raggiungere la cima della collina, teneva sotto controllo la posizione dei velivoli in lontananza. L’antenna era molto più grande di quanto sembrasse dal punto in cui l’aveva vista e sembrava costruita con una tecnologia molto moderna, sia per il materiale con il quale era fatta, sia per la forma. Alla base dell’antenna c’era un piccolo fabbricato che probabilmente fungeva da centralina di controllo, ma non vide alcuna porta di accesso e nemmeno indicazioni particolari. In quel momento notò una lucina, pensò a un riflesso, ma si rese conto che si trattava di una microscopica videocamera di sorveglianza. Si scostò dalla visuale della camera e scese verso il paese, ma sentì il rumore di un elicottero che si avvicinava velocemente. Pensò a Fabio, a come avrebbe potuto fare per metterlo in salvo. L’elicottero arrivato sopra di lui e qualcuno dal suo interno gli stava intimando di restare con le mani alzate. Si guardò intorno. Non aveva modo di scappare. Guardò il punto in cui Fabio stava riposando. Vide degli uomini in divisa che lo stavano raggiungendo. Fabio si svegliò all’improvviso. Sentì dei rumori provenienti dalla boscaglia, si scorse per vedere meglio. Erano uomini vestiti di nero che indossavano qualcosa sugli occhi. Riconobbe i visori che quegli uomini indossavano. Li aveva visti nei videogiochi, servivano a rilevare la presenza di forme di vita. E questo voleva dire soltanto una cosa. Li avevano trovati. Si mosse velocemente, salendo versò la cima della collina. Sentiva alle sue spalle il rumore della squadra che irrompeva nel punto in cui fino a pochi secondi prima era nascosto. Avrebbe voluto avere qualche vita in più, ma quella era la sua vita e non un videogioco. Quindi salì lungo il versante della collina, ma si fermò qualche metro prima di raggiungere la cima. Vide Davide che veniva spinto da un uomo con viso glaciale a salire a bordo di un elicottero. A quel punto tutto diventò nero. La crisi piombó su di lui all’improvviso. E iniziò a urlare e a correre in direzione del velivolo. #labirinto

#Labirinto – #Ep11

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Negli episodi precedenti:

Labirinto – #Ep1 – #Ep10

#Ep11

Davide aprì lentamente gli occhi.

Fabio tornò sui suoi passi e si riavvicinò al letto. I due si guardarono.

Fabio provò, con i gesti, a fargli capire che erano in pericolo e che dovevano scappare subito. Davide gli sembrò frastornato e confuso.

Fuori dalla stanza i rumori aumentano di intensità.

Fabio attese che i rumori si placassero e aprì la porta per riuscire a intravedere la situazione nel corridoio. In quel momento non c’è nessuno. Fece cenno a Davide di alzarsi, aiutandolo perché riuscisse a restare in piedi.

Il tempo sembrava scorrere lentissimo. Una volta usciti dalla stanza, Davide riusciva a muoversi molto lentamente. Fabio sapeva che da un momento all’altro sarebbe potuto comparire qualcuno e allora tutto sarebbe stato finito. Sentì il vociare di dottori che proveniva da un corridoio laterale.

Si guardò intorno, inquieto. Cercò conforto nello sguardo di Davide, ma sembrava ancora troppo lontano per essergli d’aiuto. Gli tornò in mente la planimetria del Piano di Emergenza dell’ospedale e scelse di dirigersi verso la porta con il maniglione antipanico. Scesero lentamente al secondo piano, ricordava che la planimetria indicava un corridoio che partiva proprio da quel punto e che conduceva all’ala opposta dell’ospedale. Lui e Davide si trascinano passo dopo passo, verso quel corridoio.

Nel frattempo sentirono il suono dell’allarme. 

Si erano accorti che Davide non era più al suo posto. 

Mentre i due si muovevano lungo il corridoio, Fabio si accorse che Davide stava riprendendo le forze. Raggiunsero il Pronto Soccorso, mischiandosi ai numerosi pazienti che attendevano di essere visitati. Nel momento di uscire all’esterno Fabio rimase bloccato, non riusciva a muoversi. Sentiva crescere dentro lui il momento di crisi. Davide cercò di smuoverlo, mentre osservava un’ambulanza ferma nel piazzale antistante l’accesso al Pronto Soccorso, ma tutto sembrava inutile. Davide guardò Fabio negli occhi e capì che era in corso una crisi di panico. Stringeva in una mano un oggetto che era riuscito a prelevare da una delle scrivanie dell’ospedale, mentre Fabio apriva una delle porte. 

Davide si avvicinò all’ambulanza, in quel momento i pazienti in attesa per Pronto Soccorso e si stavano radunando attorno a un infermiere per capire quando sarebbe arrivato il loro turno. L’infermiere stava informando che erano in corso le procedure di sicurezza e che dovevano attendere. 

Davide prese il cacciavite che aveva in tasca e si portò nella parte nascosta del veicolo, poi fece un cenno a Fabio, che, come un automa, lo seguì e salì a bordo del mezzo. 

Dopo pochi istanti si ritrovarono lontano dall’ospedale.

#Labirinto

#Ep11

Lo schema, il mio racconto di Natale

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L’uomo era appena sbarcato in aeroporto. Recuperato il bagaglio salì sul primo taxi e chiese di essere accompagnato in città. Pagò la corsa, uscì dall’auto e si incamminò sul lungomare. Era la sera di Natale e in giro non c’era nessuno. Percepì un sibilo e di colpo un ragazzino con i capelli biondi gli si parò davanti, fissandolo senza dire una parola. Il suo cuore accelerò. Aveva già visto quello sguardo. Lo vide allontanarsi e dileguarsi in un vicolo oscuro, mentre sentiva dei cani abbaiare in lontananza. Tre mesi prima aveva ricevuto una lettera che lo aveva spinto a fare delle ricerche che lo avevano portato sino alla Biblioteca Nazionale di Helsinky per capire da dove provenisse il suo cognome. L’origine del suo albero genealogico conduceva a una antica città: Myra, in Turchia. L’uomo fissò la facciata della Basilica e si avvicinò al portone. Pensò al significato del suo cognome: il compleanno del Santo. “Signor Sinterklass” disse una voce alle sue spalle. Si voltò e vide un uomo incappucciato. “Chi sei?” rispose. “Non è importante chi sono, ma cosa sto per fare”. In quell’istante Sinterklass vide un bagliore alle spalle dell’uomo incappucciato. I cani sembravano abbaiare sempre più vicino. “Babbo Natale non esiste” tuonò Sinterklass. “Non più” disse l’uomo incappucciato che sfoderò il coltello. Sinterklass sentì il freddo della lama sfiorargli la pelle del petto e in quello stesso istante sentì un frastuono provenire dal vicolo. Un oggetto oscuro trascinato dai cani si abbattè sull’uomo incappucciato che cadde rovinosamente a terra. Un ragazzino biondo porse le redini dei cani che spingevano la slitta. “Sei l’erede” gli disse l’elfo. “Stanotte hai un compito importante” proseguì. In quel momento Sinterklass ripensò alle sue origini, al suo lontano parente le cui reliquie giacevano nella Basilica di San Nicola di Bari. Era lui Babbo Natale, o Santa Claus, il vescovo cristiano che a Myra portava i doni ai bambini poveri con una slitta trainata da cani.

#loschema

Il Tempo del Silenzio – Ep1-2

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Ep1

Wuhan

L’uomo aveva appena agganciato il camice al porta abiti. Era stanco e provato dal lavoro della giornata. Lavorava in pronto soccorso da circa cinque anni e ogni volta gli sembrava sempre più difficile sopportare il dolore e la sofferenza, soprattutto nei casi in cui non poteva fare niente per alleviarla. Non aveva molto tempo per riflettere, i turni erano sempre molto fitti e aveva soltanto poche ore per riposare. Il mattino sarebbe dovuto tornare in ospedale. Mangiò qualcosa velocemente e si coricò. In quel momento gli tornò in mente il paziente che aveva atteso il suo turno tutto il pomeriggio in sala d’aspetto. Sembrava non avesse motivi seri per essere lì. Eppure a un tratto aveva iniziato a tossire, una tosse secca, un infermiere aveva cercato di aiutarlo, ma in pochi minuti il suo quadro clinico si era aggravato e aveva iniziato ad avere problemi respiratori.

Era morto poche ore più tardi.

Pechino

Il pacco era appena arrivato dal laboratorio. Il corriere era stato veloce. Il tempo era determinante per il progetto a cui stavano lavorando da anni. Jie era un ingegnere di successo, proveniva da una famiglia povera di Pechino, ma grazie alle borsa di studio del governo era riuscito a conquistarsi un ruolo importante in una azienda informatica. Lo sviluppo della tecnologia in Cina era uno dei settori più importanti e le aziende avevano negli ultimi anni mutato la propria identità, da ditte assemblatrici si erano trasformate in aziende in grado di progettare, costruire e produrre oggetti tecnologici sempre più performanti, che rispetto ai competitor potevano contare su una caratteristica in più. Il prezzo. Gli operai non mancavano e il loro attaccamento alle aziende permettevano di investire su di loro, specializzandoli. Gli orari di lavoro a cui erano sottoposti erano devastanti, ma loro erano sempre presenti ed efficienti. Ed erano pagati poco. Pochissimo, in confronto agli stipendi che percepivano operai di quel livello nel mondo occidentale.
Posò il pacco sulla scrivania del suo ufficio e si soffermò a osservare il paesaggio che la vetrata dell’ultimo piano del grattacielo gli offriva. Sempre lo stesso, un grigiore tenue, che soffocava ogni colore. Per un attimo immaginò di vivere in quei luoghi di cui gli avevano raccontato, in Italia, per esempio.

In quello stesso istante il cellulare suonò.

Il cliente era pronto per procedere con l’acquisto del nuovo prodotto ideato e costruito dalla sua azienda. Un cellulare di ultimissima generazione.

Silicon Valley

Jonathan Valasco aveva depositato il brevetto soltanto pochi giorni prima, quella sera aveva in programma di uscire a cena con la giovane collega che era arrivata in azienda da pochi mesi. Aveva appena il tempo di passare da casa per cambiarsi, indossare qualcosa di elegante, ma senza esagerare. Aveva prenotato un tavolo in un prestigioso ristorante già in mattinata.

Quella videochiamata non era prevista. Si trattava del supervisor dell’azienda madre, la ditta che in genere acquistava i brevetti e che aveva permesso alla sua start up di diventare leader nel settore delle comunicazioni.

“Buonasera John, ti disturbo?”

“Assolutamente no.”

“Bravo, ho sempre ammirato chi si dedica con così tanta passione al suo lavoro.”

“Come mai questa chiamata, avevamo una call prevista per il giorno della consegna.”

“È proprio di questo che volevo parlarti. Abbiamo deciso di non acquistare il vostro prodotto.”

Il tempo del silenzio – #Ep1

Ep2

Pechino

Jie aprì il pacco con cura. Posizionó gli imballaggi nell’area adibita alla raccolta e soppesó il piccolo contenitore. Sospirò e rimase un attimo a riflettere. Sapeva che una volta aperto non sarebbe più potuto tornare indietro. Ogni cosa sarebbe stata diversa. E non solo per lui. Indossò i guanti protettivi e lo aprì.

Silicon Valley

Jonathan aveva chiuso la telefonata simulando disinteresse, ma era consapevole che si trattava di un danno enorme per la sua società.
Il telefono continuava a squillare senza sosta. Era Jennifer, la sua collega che aveva invitato a cena. Interruppe la chiamata e spense il telefono. Aveva bisogno di pensare alla prossima mossa. Nel suo mondo non era possibile perdere nemmeno un istante. A ogni bit corrispondevano miliardi di guadagno. O di perdita. E lui non poteva permetterselo.
Si chiese se cercare altri compratori potesse apparire una manovra rischiosa. Aprì una bottiglia di vino italiano, lo versò in un calice e ne sorseggió il contenuto, mentre osservava il profilo dell’oceano. Forse la compagnia di Jennifer gli avrebbe fatto bene, ma non aveva tempo. Era arrivato il tempo di agire. Lasciò il calice sul tavolo e si chiuse nel suo ufficio. Aprì il laptop.

A pochi chilometri di distanza.

Jennifer scagliò il cellulare contro il muro e si ruppe in mille pezzi. Aveva atteso quel momento per molte settimane. Si guardò di sfuggita allo specchio. Aveva indossato un tubino nero aderente che non nascondeva molto.

Wuhan

Il dottor Away aveva inviato un videomessaggio a un suo collega medico che esercitava la professione a Pechino. Gli aveva raccontato del caso di un medico morto per complicazioni respiratorie il giorno prima, ma il suo collega gli aveva detto di non preoccuparsi, che sicuramente si era trattato di un caso isolato. Non era per niente convinto. Si controllò la temperatura corporea. Tutto regolare. Aveva soltanto un po’ di tosse secca. Una patologia assolutamente normale nel periodo invernale.

Pechino

Jie posò il microprocessore sul piano di lavoro e puntò la luce per osservarlo meglio. Si sentiva soddisfatto. Quell’oggetto rappresentava il duro lavoro degli ultimi anni. Per completare quel momento mancava soltanto un passaggio. Inserire il processore nella scheda madre di supporto e collegarla a un computer molto, molto, potente. Ma per quel momento avrebbe dovuto attendere. Un messaggio del suo capo era appena comparso sul display del cellulare. Era prevista una riunione imprevista e importante. La convocazione era imminente.

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La mia non è poesia

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La mia non è poesia, né narrativa. Non è racconto, prosa, beata ignoranza di un menestrello. Non è alibi perfetto per chi spaccia rabbia. Anima astuta e veleno. Non è parola, né mestiere. Storia lasciata a macerare, perché l’emozione sopravviva. Non l’inganno che ti fa voltare pagina. L’incanto di una donna, che muore per sentirsi viva. Lo svelare l’arcano, il piano oscuro, dietro le quinte di un tradimento. Non è il rimpianto. Il mio è un travestimento, che mi arma da carnefice, con la favola candida di un bambino. La mia non è poesia, né la mia natura schiva. Ma sono io, immerso nelle mie sfumature d’avanspettacolo.