C’è una cosa che non insegneró mai a mia figlia.

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C’è una cosa che non insegneró mai a mia figlia. Ad arrendersi.
Ad accettare che qualcuno abusi della sua fiducia.
A metterla in un angolo con una velata minaccia.
A ridicolizzare le sue idee.
Ad accettare che un bullo possa vincere la sua partita.
Mai.
Finché avrò respiro le insegneró a combattere per quello in cui crede.
E che se anche perderà qualche partita, potrà sempre tornare a giocarne altre.
E che, in quel caso, lo potrà fare a testa alta.
Che una lacrima che vuole cadere, non è poi un gran problema, finché ci si può guardare allo specchio.

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Text by Daniele Mosca

Dieci anni più tardi

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Sono trascorsi dieci anni. Era una sera calda di settembre. Ero al mare. Quella sera c’era una luna piena enorme, una di quelle che mi hanno sempre provocato reazioni forti, tali da spingermi a guardarmi dentro. Era un periodo strano. Andai verso la spiaggia, da solo, rimasi a guardare i riflessi della luna sul mare. Nacque in quel momento il progetto di pubblicare il romanzo che avevo tenuto nel cassetto, di aprire un portale che parlasse di attualità e musica, di andare sul palco a cantare le mie canzoni. In questi dieci anni queste cose le ho fatte, con gli alti e bassi del caso. Dopo tutto questo tempo è arrivato il momento di rifare dei progetti e accantonarne qualcuno ideato allora. Si cambia. È un processo inevitabile. Violento, a volte. Ed è surreale anche anche questa volta la decisione avvenga durante una notte di luna piena di metà settembre.

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Text by Daniele Mosca

Va bene lo stesso

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Restare svegli di notte. Osservare per ore uno schermo spento, che riflette il mio volto invecchiato. E non sono le rughe a spaventarmi. Nemmeno i capelli bianchi. Sono i miei occhi. Quello sguardo che rivedo quando devo costringermi a uccidere un altro sogno. Quella rabbia che proviene da un luogo oscuro, teatro di una vita a cui ho già lasciato una parte di me. Quella rabbia che mi urla in faccia che è non é giusto. Ed è una sensazione che matura lentamente, ricamata in uno scritto, rievocata da una canzone, da un film, da una serie tv, o da una cazzo di luna piena. Esiste un punto di rottura, un limite invalicabile, uno specchio che deve essere frantumato. Riaprire gli occhi, scoprire che non sai quale sia la strada giusta, ammesso che esista, voltarsi e scoprire la tua famiglia che crede in te, nonostante tu riesca a sentirti così coglioni di fronte a te stesso. Perché siamo esseri umani, presi dalle nostre angosce, dai timori non piacere abbastanza agli altri o, peggio, a se stessi. E non può succedere. Non deve. Per cui, se restare svegli tutta la notte può servire a ritrovarsi, allora va bene lo stesso.

Il concetto di paura

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Stamattina era l’alba. Sorseggiavo il primo caffè della giornata. Riflettevo sul momento della vita che sto vivendo. Su come cambi la percezione del concetto di paura. Quando si è soli è diverso, la si sente, ma ci si fa coraggio e in ogni caso si è consapevoli che tutto ricadrà inevitabilmente su di noi. Siamo più in grado di accettarlo. Ma quando si costruisce una famiglia, dopo che quasi avevi smesso di crederci, ti accorgi che non sai bene come difenderla, spesso da pericoli che sono insiti nella vita stessa, da quelli che inevitabilmente rappresentano degli ostacoli da superare. Viviamo in un’epoca in cui si cerca di delegittimare il concetto di stabilità, in tutte le sue sfumature. Così ci ritroviamo a sentirci persi, inconsapevoli di quanto sia importante sentirsi orgogliosi di se stessi, di aver realizzato dei sogni, costruito delle cose tangibili. Il mondo in cui viviamo ti spinge ogni giorno a combattere, fino a farti dimenticare completamente il motivo. E invece sarebbe importantissimo tenerlo a mente, si combatte per se stessi, prima, per la propria famiglia quando non si è più soli. E io credo non ci si debba vergognare delle proprie paure, dei propri timori, proprio perché sono anche queste cose a distinguersi. A darti la forza, proprio quando sembra essere svanita.
Io credo che per costruire qualcosa sia necessario mettere mattone su mattone.
Credo che non serva a niente buttare giù le case degli altri per sentirsi più forti.
Credo che sia sul campo che un giocatore debba dimostrare di poter giocare una partita, provare a vincerla, fino all’ultimo minuto.
Credo che anche quando si perde si debba avere il coraggio di rialzarsi.
Credo che sia troppo comodo incolpare gli altri.
Credo che se anche avrò voglia di piangere, non lo farò. E non perché sia insensibile, stronzo. Cinico. Ma perché è più importante rialzarsi. Sempre.
Ed è a questo che pensavo, mentre il sole tornava a splendere. E la luna, timidamente, a nascondersi.

Crescere é un danno collaterale

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Crescere é un danno collaterale.
È capire che nulla è semplice.
E che non lo è mai stato.
Non lo è convivere con se stessi.
Con l’immagine riflessa nello specchio.
Con tutto quello che volevi cambiare.
Costruire, disfare, cercarne la ragione.
Ho finito l’inchiostro.
Senza scavare dentro,
nessuna storia può aver vita.
Le nubi arrivano sempre,
ferite che proprio non riescono,
a smettere di sanguinare.
Crescere é un danno collaterale.
Perché sempre più spesso, te lo ricorderanno.
Perché ti diranno che star fermi è più semplice.
Che guardare oltre il muro è pericoloso.
Che se tieni ferme le mani, non ti bruci.
Non ti sporchi.
Crescere é un danno collaterale,
ma non farai nessun passo,
se non proverai a guardare, a studiare, a guardare oltre quel muro.
A sporcarti, degli stessi sogni,
di cui ti nutrirai.
L’immagine nello specchio, invecchierá.
La luce nei tuoi occhi, quella,
non deve farlo mai.

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Text by Daniele Mosca

Guardare più in alto

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Guardare più in alto,
riscoprirsi silenziosi.
Impauriti, forse.
Con il coraggio di chi sogna.
Il tempo, corre.
E noi pensiamo troppo.
Ho visto una stella,
ma non voglio che cada.
Vorrei prenderla in tempo.
Darle un nome.
Guardare più in alto,
perché anche quando cadi,
devi rialzarti.

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Text by Daniele Mosca

Stanchezza

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Gridano,
nelle strade dimenticate.
Sibili, e il vento,
stringe le parole.
E non sento le ragioni.
Le motivazioni,
non mi bastano.
Ho sonno.
Mi distacco.
Ho bisogno di tempo.
Gridano,
io non ci riesco.
Sarà la stanchezza.

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Text by Daniele Mosca

Fotografie

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Fotografie,
pigiate contro il vetro.
Come pendolari in un treno.
Che raccontano,
mondi sconosciuti.
Emozioni.
Che contano per noi.
Che non esistono per gli altri.
Colori sfumati,
primi piani di sconosciuti.
Perché gli occhi parlano.
Fotografie ingiallite,
con odore di un passato.
Che non vuole passare.
Il suono di uno scatto,
nel silenzio di una stanza oscura.
Il negativo delle cose,
l’immagine allo specchio.
Fotografie come parole,
sanno mentire e sorridere.
Così come essere felici,
senza avere il coraggio di dirlo.

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by Daniele Mosca

Quando

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Quando straparlo,per stanchezza,sogni infranti.Rabbia.Quando cerco dentro,il motivo,lo spirito di un tempo.Il senso.Quando sto perdendo la partita,e non ho la forza di giocare.Quando penso ai miei errori,e potrei ancora ripartire.Quando cambia il vento.E inizia a far freddo.Quando vorresti urlare,ma sai che non lo farai.Perché nessuno ti saprebbe ascoltare.Cerco me stesso, dove sono partito.Perché quando si perde la trama,bisogna tornare al primo capitolo.Photo by UnsplashText by Daniele Mosca

Il vuoto dentro era incolmabile – #Luna #Ep5

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Il vuoto dentro era incolmabile, andava ben oltre quella sensazione di sporco che sentiva addosso. La paura ha un colore impalpabile e lei a questo non era abituata. Le avevano insegnato a combattere, a graffiare, se era il caso. Ma qualche passo fuori dall’ospedale, si era da subito sentita sola. E aveva giurato a se stessa che non lo avrebbe raccontato a nessuno. Avrebbe superato quel momento da sola. Aveva una cosa importante da fare e un volo già prenotato. Non sarebbe mancata per nessun motivo al mondo.
Non si supera un dramma in quel modo, penserà il lettore. E ha ragione. Perché questo non sarebbe stato che l’inizio. Le lacrime iniziarono a scendere qualche ora, in cosa al gate per l’imbarco. L’ennesino tentativo del suo ex ragazzo. Quel figlio di puttana che l’aveva abbandonata. Quel figlio di puttana che conosceva la barista che le aveva servito quel drink che l’aveva stordita. Ma questo lei non può saperlo. Si sedette al suo posto, vista finestrino. Chiuse gli occhi quando l’aereo prese quota. Dopo poche ore avrebbe rivisto suo nonno. Stava male da tempo e dentro di se sapeva che sarebbe stata l’ultima. Lui le avrebbe saputo sicuramente dare il consiglio. Se ancora si fosse ricordato di lei. Siamo petali di una rosa, che avrà troppo poco tempo per splendere. Al suo cospetto si sentiva sempre quella piccola ragazzina che lo guardava in attesa che le desse qualche spicciolo per comprarsi un ghiacciolo. In modo quasi meccanico prese il cellulare che continuava a vibrare nella borsa. Un numero sconosciuto. Pochi squilli, non fece in tempo a rispondere.
“Vieni, devo mostrarti una cosa” le disse il nonno. Lei lo seguì, colpita dalla lucidità che sembrava avergli ridato il carattere di un tempo.
L’uomo la guidò nella stanza in cui lei aveva trascorso intere estati quando era piccola.
“Tieni”, le disse.
Luna prese la lettera che il nonno le aveva daro.
“Aprila. Voglio che tu lo faccia prima che il mio cervello torni nella nebbia.”
Luna la aprì e iniziò a leggerla. Una lacrima scese sul suo viso.
Nel frattempo il cellulare ricominciò a vibrare.

#Luna #Ep5
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Text by Daniele Mosca