Una nuova lingua

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Avevo delle ferie da fare prima di iniziare il nuovo lavoro, quindi questa settimana l’ho trascorsa interamente prendendomi cura di Beatrice. Ed è strano pensare che in un anno io lo abbia fatto, per lo meno un tempo continuato, così poco. Siamo sempre presi dal lavoro, dalle preoccupazioni, che spesso ci dimentichiamo quanto possa essere rigenerante il sorriso di tua figlia, quando riesci a darle la pappa dopo che hai bruciato tre volte la minestra, messo bene il pannolino dopo averlo installato al contrario dodici volte. E dopo averla raggiunta in fondo al corridoio dopo che è scappata gattonando dal suo tappeto. La verità è che si crea un rapporto di simbiosi, di fiducia, un filo invisibile che lega indissolubilmente. Si inizia a capire quando ha fame, sonno, quando vuole andare a prendere aria fuori, è un po’ come imparare una lingua nuova. Ci sono lavori che vediamo sempre come importanti, determinanti, sottovalutando che questo mestiere una mamma lo fa sin dal primo giorno di vita del bambino, spesso trascurando se stessa, i suoi interessi e sovrapponendolo al lavoro in ufficio, in aula o in fabbrica. Forse è questa la cosa più importante, a cambiare pannolini e fare le palle si impara, scegliere di parlare e ascoltare questa nuova lingua, invece, è qualcosa che va oltre ogni possibile spiegazione. È la natura che fa tutto da sé. Ed è qualcosa di sconvolgente.

La prima malinconia

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Al mattino mi capita spesso di incrociare giovani studenti, delle superiori o dell’università, che vanno a lezione e di sentirli parlare. Alcuni di essi hanno gli occhi pieni di speranza, di sogni, di voglia di lasciare un segno in questo mondo. Sono i momenti in cui provo una certa malinconia, devo ammetterlo. E non per l’età, non mi vergogno dei capelli o della barba bianca, ma per quello sguardo che mi accorgo di non avere più. Credo che prima o poi capiti a tutti quelli che diventano grandi, di aver visto infranti i propri sogni, magari da personaggi gretti e mediocri. È una storia di cui ho sempre conosciuto il finale, ma questo non basta a soffocare l’amarezza. Ma è la vita, ed è così. Allo stesso tempo spero sempre che questi ragazzi quello sguardo possano non perderlo mai. Che davvero possano riuscire a cambiare qualcosa, a riuscire a realizzare quello in cui credono. Si parla sempre male di loro, troppo, forse. Siamo state teste di cazzo anche noi, un tempo. Idealisti e presuntuosi. Spero davvero che qualcuno di loro possa riuscire a farcela, sinceramente. Le nostre università sono piene di ragazzi di valore, persone a cui dare fiducia. Dovremmo imparare a valorizzarli. E non a sprecarli.

Fotogrammi

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Negli occhi,
ti racconti.
È la tua storia,
e non basta.
Restano i silenzi.
Gli spazi,
lasciati liberi dal vento.
I sogni,
colorati, o in bianco e nero.
La realtà è un film.
Di fotogrammi,
che svaniscono.

Photo by Unsplash
Text by Daniele Mosca

“Un caso speciale per la ghostwriter” è il nuovo romanzo di Alice Basso

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“Un caso speciale per la ghostwriter” di Alice Basso è l’ultimo capitolo della saga che ha come protagonista Vani Sarca, la ghostwriter delle Edizioni L’Erica. La storia inizia proprio con un allontanamento volontario di Enrico, il capo delle Edizioni L’Erica, licenziato dalla casa editrice per aver rinunciato a un sicuro successo internazionale. Enrico è un personaggio dispotico e problematico che da tempo tratta male tutti, Vani compresa. Ma la stranezza é che l’uomo ha rinunciato a quell’affare per fare un favore proprio a Vani. E nessuno dei due è pronto ad accettarlo. Enrico, però, non si trova. Parte così una vera e propria caccia al tesoro alla ricerca dell’editore. Un viaggio nell’espiazione del senso di colpa, nel passato di Enrico, ma anche in quello della protagonista. La storia riguarda soprattutto l’intreccio del futuro dei personaggi che hanno animato le vicende che giravano attorno a Vani, quindi di Morgana, Lara, il suo ex fidanzato, nonché scrittore di successo Riccardo Randi, e ovviamente del Commissario Berganza, il suo compagno. Il cerchio si chiude e come ci si attende da un finale i nodi verranno al pettine e non mancheranno momenti emozionanti e di sana commozione. Nel complesso il romanzo è più cupo dei precedenti, forse complice l’imminente fine della storia. Alice Basso scrive divinamente, questo è un dato di fatto. Anche in questo romanzo Alice rende omaggio a Torino, alle sue atmosfere e particolarità. Con un po’ di malinconia salutiamo Vani Sarca e attendiamo i prossimi progetti dell’autrice che tanto abbiamo apprezzato con questa serie.

Cosa non dicono le promesse

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Io non me la prenderei con chi ha votato Lega. E lo dico perché questo voto nasconde il fallimento degli ideali con i quali siamo cresciuti. Abbiamo assistito a mesi e mesi di presunte diatribe tra fascisti e antifascisti e quasi sempre senza che entrambe le compagini conoscessero a fondo il problema.
Quello che si è perso è il senso della politica post seconda guerra mondiale, ovvero quella che doveva portare alla stabilità del paese, alla difesa della libertà e alla creazione di un organismo unitario che rendesse l’Europa qualcosa diverso rispetto all’accozzaglia di realtà che la storia le aveva attribuito e con lo scopo di potenziarla nella funzione di “cuscinetto” tra USA e URSS. Ma oggi il mondo è cambiato. Ci sono nuovi “competitor”, come Cina, India, tutto il mondo arabo, l’Africa che chiede di potersi sviluppare. In tutto questo scenario non possiamo dimenticare i conflitti “religiosi”. Il voto a Salvini è una conseguenza del mondo che ci circonda, della paura che non può essere ignorata da una politica spesso sorda. Ed è qui che nascono i “sovranisti”, dal bisogno delle persone di difendersi da un cambiamento che però è inevitabile. La cosiddetta sinistra non ricorda più il suo contesto. Si limita a confezionare concetti che non suonano più praticabili e convincenti. E lo sa perfettamente, ma ammettere la realtà sarebbe la loro fine. Ma la fine c’è già stata, quando hanno tolto tutele e forza al lavoro, rendendo i lavoratori terrorizzati dal futuro. Quindi preda delle promesse di difenderli. Ma le promesse sono state tante anche per i non lavoratori. Una illusione collettiva che nulla può avere a che fare con la realtà. Purtroppo. La si butta nelle risse da stadio perché nessuno riesce più a parlare, perché farlo vuol dire ammettere un fallimento. Chi ha votato la Lega rivuole quel mondo che lo faceva stare al sicuro, dimenticando che quella sicurezza non c’è mai davvero stata. Ogni momento storico, sia vissuto da noi, sia da chi c’è stato prima, aveva i suoi rischi. Allo stesso tempo non me la prenderei con chi esalta la figura dell’integrazione a tutti i costi, perché quando avverrà creerà un mondo diverso, al quale forse noi non saremo preparati. E che forse passerà attraverso altre guerre. Perché questa è la vera mia paura ed era la paura che ha vissuto chi quella guerra l’ha vissuta e per evitare che a viverla fossero i loro figli aveva scelto di unire l’Europa, di darle forza. Io me la prenderei, quindi, con chi vuole distruggerla con la convinzione di difendere qualcosa o qualcuno. Non è così. Non sarà così. Le promesse passeranno, ma se vogliamo davvero difenderci, impariamo a capire cosa nascondono e non dicono.

A chi parla la Lega di Salvini?

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La simbologia in politica non è mai un caso, perché comunica pur senza esplicitare il destinatario del messaggio. É un rituale che conosciamo bene. Ricordiamo la croce, la falce e il martello, la croce celtica. Assistiamo, però, negli ultimi tempi, a una nuova forma di comunicazione che veicola messaggi apparentemente contrastanti. Mi riferisco alla dichiarazione del Ministero dell’Interno che prende le distanze dal Vaticano (e viceversa) in riferimento al tema migranti, mentre snocciola sul palco adiacente al Duomo di Milano un rosario. Era già accaduto qualche tempo prima con un vangelo. Messaggio che contrasta con la politica migratoria intrapresa nel nostro paese. Ma il messaggio è per i potenziali elettori, in vista delle prossime elezioni europee, in particolar modo a quelli afferenti alla sfera cattolica. Questa manovra ha però suscitato contrasti e proteste, il motivo sta proprio nella provocazione insita nel messaggio stesso. La Lega ci ha già abituati alla simbologia, sin dalla leggendaria figura di origine celtica presente sul logo del partito. Lo sviluppo in termini di consenso nell’intero territorio italiano ha reso necessario una modifica delle componenti simboliche e in questa ottica si fa riferimento alla componente numericamente più importante. Il contrasto resta, perché nessun cattolico praticante potrebbe concepire le politiche sull’immigrazione intraprese da questo governo, quindi, a chi è rivolto questo messaggio?

#Labirinto #Ep5

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La sala era piena di monitor, ma Simona lo condusse davanti a un oggetto che sembrava una scatolina nera.
“Qui c’è qualcosa che vorrei farti vedere”
“Cos’è?”, pensò di chiederle.
“Un vecchio gioco, che tu conosci. Ma dentro questo gioco c’è nascosto qualcosa.
Qualcosa che noi dobbiamo trovare”.
“Perché?”
“Perché smettano di cercarci. E perché tutto possa tornare come prima”
“Dove sono loro?”
“Li abbiamo seminati, per ora. Proprio come nei giochi. Ma torneranno. Presto ci troveranno, per questo non abbiamo molto tempo.
“Cos’è?”, disse, indicando la scatolina.
“Un vecchio disco esterno. È lì dentro che si trova il gioco”.
“Lo accendiamo?”, chiese. Ma in quel momento la sentì arrivare. Una di quelle informazioni aveva preso il corridoio sbagliato. Capì dall’espressione di Simona che fuori dell’involucro aveva iniziato a gridare e che aveva preso in mano la scatola per lanciarla contro il muro. Simona si sarebbe arrabbiata. E non sarebbe più riuscito a giocare al nuovo gioco.
Sentiva di volerle chiedere scusa, ma non riusciva a fermare il suo corpo che si muoveva, impazzito. L’aria iniziava a mandargli, non era mai andato al mare, ma immaginava proprio così la sensazione di affogare. Questa crisi era una delle peggiori, lo capiva. I diversi dottori che avevano provato a curarlo avevano sempre detto di restare tranquillo, ma non ci era mai riuscito. E ora tutto stava divendo oscuro. Scatenando il lui la paura più ancestrale. Quella del buio.
Guardo Simona, con gli ultimi scampoli di lucidità. Gli sembro di vederla correre verso il muro e tornare con qualcosa in mano, per inserirla in uno dei computer.
Qualche istante più tardi tutto tornò normale. Improvvisamente.
Si guardò intorno, stupito.
“Cosa è successo?”, provò a chiedere.
“Siamo nel gioco.”
Fabio non vedeva nulla di diverso.
“Non capisco”, disse.
Osservò il volto disteso di Simona. Sembrava divertita.
“Che gioco sarebbe? Cosa dovremmo fare?”
Poi si rese conto. Stava parlando e ne era consapevole. Sentì una forma di magone provenire da dentro, poi non riuscì a fermare le lacrime.
#Labirinto
#Ep5

Photo by Unsplash
Text by Daniele Mosca

Passi leggeri

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Restano i momenti. I sapori racchiusi nelle lunghe attese. I passi leggeri per non far troppo rumore. Perché si sa che ai silenzi non si negano parole. E accade, che d’amor si smetta di parlarne, per costruirne un’immagine coniugata in un verbo al futuro. Prossimo e, allo stesso tempo, imminente.