#Labirinto #Ep6

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“Dobbiamo arrivare al nodo di trasmissione del segnale”
“Quale segnale?”
“Quello che inibisce parte del nostro cervello: l’amigdala”
Fabio rimase a fissare la ragazza.
“Esiste un sistema in grado di modificare il ragionamento del nostro cervello. Ma esistono alcune anomalie. E noi facciamo parte di queste.”
“Chi sono gli altri che ne sono influenzati?”.
“Tutti, Fabio. Anche se loro non se ne rendono conto. Noi, in qualche modo, ne subiamo un effetto ridotto”.
“Come hai fatto a rimuoverlo?”
“Con un vecchio modello numerico che riesce a schermare il segnale di contagio, sono riuscita a recuperarla da un vecchio laboratorio utilizzato per le ricerche a cui avevo partecipato quando tutto era ancora normale”.
“Non è permanente?”
“No, quando si accorgeranno che il modello è stato attivato proveranno in tutti i modi a eliminarlo.”
“Come pensi di arrivare al nodo?”
“Attraverso un gioco che conosci bene”.
“Second Life?”
“Esattamente. Te la senti?”
Fabio si sentiva finalmente sicuro di se stesso.
“Non vedo l’ora.

Finalmente Fabio si sentiva a casa.
Le luci, le immagini, le sagome poco definite dei fabbricati. I suoni metallici di un gioco in cui aveva trascorso buona parte della sua vita.
Si voltò e vide la sagoma della donna che ricordava di aver salvato pochi mesi prima. Ricordava di averla portata nell’ospedale di Second Life per fermare la sua emorragia. Ora sapeva che quello era l’avatar di Simona.
“Dobbiamo prendere un’auto” disse lei, mentre si accingeva a rompere il vetro di una vecchia familiare.
La vide chinarsi sotto il volante per poi metterla in moto.
“Come fai a saperlo?”
“Me lo ha insegnato un caro amico. Un giorno lo conoscerai”.
Salirono in auto e percorsero la strada sconnessa fino ai bordi della città.
“Lo vedi quell’impianto là in fondo?”
“Sì. É macchina del fumo.”
“No, è molto peggio.”
“Cosa dobbiamo fare?”
“Entrarci.”
“É impossibile. So che è pattugliata dagli uomini del controllo del gioco.”
“Proprio per questo motivo ho portato queste” replicò mentre tirava fuori dalla borsa due tute.
“Indossiamole” continuò.
Fabio la vide togliersi la maglia e i pantaloni e rimase incantato dal suo seno e dal suo corpo. Se quello non fosse stato un gioco avrebbe provato quella sensazione per la quale sua madre lo sgridava sempre. In rete aveva letto che si trattava di erezione.
Indossarono le tute. Fabio non riusciva a mettere da parte l’immagine di lei in reggiseno e slip. Abbassò lo sguardo, cercando di nascondere la vampata che lo stava per travolgere.
“Non farlo mai.”
“Io…non…”
“Abbassare lo sguardo, Fabio. Non farlo mai. Ricordatelo. Di fronte a nessuno.”
Lui sorrise. Lei gli sorrise di rimando.
Proseguirono in auto fino al limite della recinzione. Simona condusse l’auto fino al cancello principale. Era aperto. La scritta indicava il nome dell’azienda, con rappresentato il logo riprodotto anche sulle tute. Dhk.
Lo stabilimento industriale sembrava abbandonato.
“Vedi anche tu le immagini leggermente distorte?” chiese Fabio a Simona.
“Sì. Dobbiamo fare presto”.
“Perché?”
“Sono interferenze”.
Avanzarono lentamente lungo il corridoio illuminato da poche lampade di emergenza sparse.
“Sento dei rumori”, affermò Fabio.
“Anche io. Provengono dall’esterno. Abbiamo pochi secondi.”
Raggiunsero la sala dei comandi, posta al primi piano del fabbricato. Simona si bloccò davanti all’immagine visualizzata sul monitor.
Qualche istante più tardi la vide anche Fabio. Simona vide la sua testa iniziare a ciondolare violentemente da una parte all’altra.
“Fabio, resta con me. Non è vero. Cercano di destabilizzarti”.
“Mamma.”
Simona cercò invano di farlo ragionare.
Sentiva i rumori esterni e le interferenze aumentare. Ormai li avevano trovati. Entro qualche minuto li avrebbero prelevati. Fabio non sarebbe più riuscito a comunicare se loro avessero distrutto la scatola nera. E lo avrebbero fatto presto. Pensò, mentre osservava sul monitor la mamma di Fabio piangere.
All’improvviso, all’interno del gioco si aprì una porta lampeggiante.
“Andiamo.”
“Cosa, cosa…”
“È una porta secondaria della rete.”
“Non posso. Io. Ho.”, replicò Fabio, continuando a ondeggiare la testa e fissando il vuoto.
Simona spinse con forza Fabio a oltrepassare la porta. In quell’istante la porta svanì nel nulla.
Aprì gli occhi ed era fuori dal gioco. Di fronte a lei gli occhi di ghiaccio di Sergej. Accanto a lei Fabio, privo di conoscenza.

#Labirinto
#Ep6

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Text by Daniele Mosca

#Labirinto #Ep4

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C’erano monitor dappertutto. E Fabio sentiva il morso della fame. Fuori dal suo involucro, costruito a sua difesa, stava gridando. E non avrebbe voluto farlo, sapeva che quando succedeva sua madre aveva paura.

Paura che suo figlio non riuscisse a superare l’ennesima crisi. Fabio riusciva a sentire la presenza degli elettrodi posizionati in ogni punto del suo corpo. Sentiva flebile il suono della voce della dottoressa che sta mostrando a sua madre un piccolo oggetto. Alcuni flash che sua memoria gli consegnava gli raccontavano che era stato portato in quel luogo trascinato da cinque persone, che lo avevano legato alla barella. Sprazzi di vista mostravano il monitor sul quale si muoveva impazzito il grafico delle sue funzioni vitali. La dottoressa aveva definito quello che stava accadendo: “la soluzione”. Fabio iniziò a percepire dei rumori provenienti da fuori, aldilà della porta della sala operatoria. Anche se nella posizione in cui si trovava riusciva a vedere poco, notò il viso della dottoressa. Era teso. Contratto. Capì che la dottoressa era allarmata. Il monitor che fino a pochi istanti prima aveva mostrato i suoi parametri vitali era saltato ed emetteva fumo nero. Anche quello accanto era ormai fuori uso.

“Cosa sta accadendo?”, pensò.

Fuori dal suo involucro Fabio aveva smesso di gridare. Sentiva il cuore accelerare, mentre vedeva la dottoressa fissare mia madre, la quale rispose con un breve cenno del viso.

Vidi la dottoressa indossare una mascherina e avvicinarsi con il piccolo oggetto in mano.

Proprio quel momento anche il terzo monitor saltò per aria. Fabio perse i sensi nel momento stesso in cui sentí penetrare l’oggetto nella mia nuca. Non vide più niente, soltanto flash che lo abbagliavano. Ovunque lui fosse in quel momento. Non riusciva più a percepire il tempo. Né a muoversi.

Quando riaprí gli occhi era sdraiato su una barella, si guardò intorno e pensó di trovarsi all’interno di un furgone che correva a folle velocità. Il lenzuolo era sporco di sangue e sentiva delle forti fitte poco sopra la nuca.

Fabio cercò di mettere a fuoco ciò che aveva intorno. Doveva mantenere la calma. Evitare che tutte quelle sollecitazioni non si sovrapponessero e che tutte le informazioni fossero condotte nei giusti corridoi. In quelli che conosceva meglio, perché aveva imparato a capire che la sua mente era come un labirinto. Bastava che informazioni finissero nel corridoio sbagliato perché tutto si confondesse e la realtà prendesse forme diverse.

“Stai bene?” sentì pronunciare da un viso che vedeva appena.

Fabio rimase in silenzio, chiedendosi se fuori dal suo involucro stesse già gridando.

“Io so che ti chiami Fabio”, proseguì.

Fabio sentiva il frastuono provenire dall’esterno del furgone. Gli penumatici stridevano, rumori metallici, colpi che spingevano il furgone da dietro, come se qualcuno o qualcosa lo stesse spingendo in avanti. I dati che vedeva sul piccolo monitor a lato indicavano che i suoi parametri vitali stavano tornando alla normalità.

“Come ti chiami?” pensò di chiederle. Chissà se la voce sarebbe uscita questa volta, pensò.

Fabio non seppe mai se la sua voce fosse davvero uscita, ma la ragazza che aveva di fronte rispose.

“Simona. Io mi chiamo Simona. E un po’ ci somigliamo”.

“E chi sei?”, immaginó di chiederle.

“Sono una ricercatrice.”

Fabio iniziava a unire le immagini che la memoria gli inviava. Quella ragazza era piombata nel laboratorio e aveva addormentato la dottoressa e sua mamma, lo aveva slegato e portato via, poco prima che degli uomini armati sfondassero la porta. Lo aveva accompagnato attraverso un’uscita secondaria e poi fatti salire sul furgone sul quale ora si trovava.

“Torneremo a prendere la mamma, sta tranquillo”, aveva detto. Mentre gli uomini armati salivano su un altro furgone e si lanciavano all’inseguimento.
#Labirinto
#Ep4

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Text by Daniele Mosca

Per caso

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Ho iniziato a scrivere per caso, o forse per forza. Erano i tempi delle scuole medie, quando dimostrare chi si era davvero era quasi impossibile, se non attraverso le righe e i quinterni. Un tema da affrontare e la richiesta di esprimere le proprie idee. Le prime volte non è stato facile, ma a un certo punto si è accesa una spia. Non riesco a ricordare il momento in cui ho mollato gli ormeggi e non ho più avuto paura di mostrarmi davvero. E non erano tanto i voti a dimostrarmi che era la strada giusta, ma la reazione dei professori che si sono succeduti in quegli anni. Una sorta di sgomento, quasi di imbarazzo perché non si aspettavano quelle parole. La verità è che tutti noi mentiamo. Quando però ci ritroviamo di fronte a parole che ci fanno male, chissà perché, proviamo imbarazzo. Può essere un libro, una canzone, o il tema di uno studente timido e sovrappeso. Parlavo anche d’amore in quei temi, di quanto in mezzo agli altri ci si possa sentire invisibili. Anche quando si è sotto gli occhi di tutti, giudicati, insultati, perché obesi. In quel momento ho capito quanto l’indifferenza, la discriminazione possa far male, ma anche quanto le parole possano essere delle armi più forti di ogni pregiudizio. Per questo continuo a scrivere del mondo visto dalla parte delle ombre, perché è lì che c’è la gente che ha paura, quella che non ha voce per urlare, che fugge da se stessa. Per questo sono disposto a ricevere le critiche di chi vive ostentatamente tra i colori e i pensieri che devono assolutamente essere positivi e a continuare a raccontare il mondo per quello che è, spesso un luogo bello, ma tante altre volte una merda. E le mie radici sono ancora lì, tra le parole del mio primo tema. Non ricordo bene di cosa si trattasse, ma iniziava più o meno così: sapresti dire tu chi sei? E oggi come allora non lo so, ma riesco a percepirmi tra le vibrazioni del suono di un pianoforte, una chitarra, una voce. La mia.

#LABIRINTO – Ep.3

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Fabio iniziò a muovere il mouse e riprese possesso del suo avatar. Osservò la ferita sul fianco della donna e cercò di tamponarla con la sua giacca.
Sapeva di avere solo pochi minuti per riuscire a salvarla.
Sentiva la crisi d’ansia arrivare.
Se fosse successo di nuovo lo avrebbero imbottito di farmaci come l’ultima volta.
Cercò di calmarsi e fece sollevare la donna. Una volta in piedi la fece appoggiare alla sua spalla e la accompagnó verso quello che era stato l’ospedale di Second Life.
Nella seconda schermata, accanto a quella del gioco virtuale, cercava tutorial su youtube su come fermare l’emorragia.
Giunti in ospedale, Fabio cercò la scritta “sale operatorie”.
Fece sedere la donna su una sedia a rotelle che trovarono all’ingresso e percorsero il lungo corridoio.

“Come stai?” Le chiese.

La donna non rispondeva. Stava perdendo troppo sangue. A ricordarglielo era la scia che stavano lasciando lungo il corridoio.
Entrarono nella sala e fece sdraiare la donna sulla barella. Era allo stremo delle forze.
Cercava di tenere a mente quello che aveva capito dei tutorial. Prese delle bende elastiche e del disinfettante. Ma non sarebbe stato abbastanza. Doveva rimuovere quella scheggia che spuntava dalla ferita. Avrebbe dovuto sederla.
Dall’altra parte della casa sua madre continuava a chiamarlo per il pranzo e aveva a disposizione poco tempo. Cercò di calmarsi e di analizzare quello che i tutorial dicevano.
Aveva sempre avuto paura del sangue. E stava pulendo una ferita di una donna che non conosceva. Toccò l’oggetto che fuoriusciva dalla pelle e si rese conto che non si trattava di una scheggia, ma di qualcos’altro. Pensò a un proiettile, ma era diverso, seppur la forma lo ricordasse.
Lo rimosse lentamente e tamponó la ferita, una volta fermata e disinfettata aveva bisogno di applicare dei punti. Pregò di non svenire.
La voce di sua madre era sempre più forte. Prese la corda anallergica e iniziò l’operazione.
La donna era ancora sedata. Sperava che il dosaggio dell’anestetico fosse sufficiente.
Poi la sentì urlare.
In quel momento la porta si aprì. Era riuscito a nascondere la schermata di Second Life.
Accanto a sua madre c’era una donna con un abito elegante ma sobrio. Aveva un mezzo sorriso forzato.

“Fabio, saluta la dottoressa. Dice che vuole sottoporti a dei controlli.”

“Fabio, vuoi vestirti e venire con me? Faremo tanti giochi. Ti va?”

Nelle puntate precedenti:

 

Prima puntata: Ep.1

Seconda puntata: Ep.2

 

#Labirinto – Seconda puntata

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Fabio non rispondeva.
“Mi senti?” continuava a ripetere la voce dalla radio.
“Sì” sussurró Fabio. Tratteneva a stento i brividi. Il suono della sua voce che si appropriava del corpo. Una sensazione nuova.
“Dove ti trovi?”
Fabio ricordava le parole dei suoi genitori. Dicevano sempre di non dare confidenza agli sconosciuti. Era molto tempo fa. Prima che tutto cambiasse. Prima che loro cambiassero.
“In Italia”
“Non sei solo, ora ci…”
In quel momento la porta si spalancó e comparve sua madre. Fabio era riuscito ad abbassare il volume della radio.
“Fabio, hai parlato? Mi era sembrato di sentire delle voci”
Fabio scosse il capo e indicò il computer.
“I tuoi stupidi giochi” affermò stancamente Francesca.
In quel momento il monitor del computer si riattivó sulla schermata di Second Life.
Fabio lo fissò per qualche istante. Francesca cercò di capire, ma come tante altre volte non ci riuscì e uscì dalla stanza.
Fabio provava a comporre i pezzi nella sua mente. Forse stava impazzendo, come più volte gli avevano detto i suoi compagni di classe. Non aveva mai visto nessuno in quell’antico gioco virtuale. Ma se la schermata si era avviata, qualcuno doveva esserci.
Fabio si avvicinò al monitor, prese possesso del suo avatar e si mosse lungo la via principale. Osservò le stradine laterali. Erano deserte. Superò il vecchio bar dove un tempo gli utenti si incontravano per conoscere l’anima gemella. Poi sentì un rumore lieve, entrò in una via laterale. Fece qualche passo e poi la vide. Era una donna immersa in un lago di sangue. Ma era ancora viva. E gli stava chiedendo aiuto.
#labirinto
Seconda puntata.

Per leggere la prima puntata, clicca qui.

 

#labirinto – la nuova webserie – puntata 1

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Fabio può restare ore a guardare fuori dalla finestra. I suoi genitori sono preoccupati, da un po’ di tempo é cambiato. Fa domande strane. I suoi amici dicono che è pazzo, i suoi medici che è autistico. Fabio però con il computer é un mago. E adora i video giochi. É curioso e ha scoperto un gioco del passato. Il primo tentativo di realtà virtuale. Si chiamava Second Life. Si è costruito un avatar, un personaggio con cui può girare indisturbato in un mondo ormai deserto. Fabio é appassionato anche di radio, un mezzo di comunicazione ormai superato. Le frequenze che un tempo portavano musica sono ormai silenziose. Soltanto in una delle frequenze riusciva a sentire un fruscio diverso dagli altri. I suoi genitori però non gli credevano. Sapeva che presto lo avrebbero riportato dai dottori e gli avrebbero somministrato quelle pillole. Proprio in quel momento dalla radio sentí una voce. Riesci a sentirmi?

#labirinto

La nuova webserie.

Prima puntata

La bambola

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Un racconto a cui sono molto legato è stato inserito nella raccolta #raccontidinascite pubblicato da AslTo5. Si chiama la bambola. Eccolo…

LA BAMBOLA

Riuscivo a percepirli appena, i tuoi occhi. Eri immersa tra le acque, con quelle manine minuscole, eri così pacifica. E dolcemente inconsapevole.

Nell’aria c’era elettricità. Ognuno di noi era intento con i preparativi, chi si occupava della stanzetta nuova, chi di scegliere una nuova culla. Io non avevo particolari compiti se non quello di osservare ciò che accadeva attorno a me, mi sentivo un piccolo soldato a difesa del forte. Nella stanza da letto dei miei genitori il mio fratellino più piccolo continuava a strillare e la sua voce riecheggiava nonostante la porta chiusa. Mi avvicinai e mi accorsi che non erano tanto le sue urla a rimbombare, quanto quelle dei miei genitori, che discutevano animatamente di qualcosa. E non era la prima volta che accadeva.

Qualche giorno prima eravamo andati a fare visita a dei parenti e da quel momento qualcosa era cambiato. Il gatto dei miei parenti era salito in braccio a mia madre e lei lo aveva accarezzato. Anche io lo avevo fatto. Ma già quando risalimmo in macchina sentii mio padre borbottare sul fatto che i gatti fanno venire le malattie. Mia madre non aveva risposto niente. Continuava a guardare fuori dal finestrino.

Mancavano due mesi alla tua nascita. E tutto era pronto. Accarezzavo il pancione di mia madre e nella mia testa mi sembrava già di tenerti in braccio. Ti sorridevo, inconsapevolmente. Anche se non mi potevi ancora guardare. Avevo sempre provato piacere a creare storie, immaginare personaggi che nella mia mente potevano fare cose straordinarie. E così immaginavo di portarti al parco, di farti vedere le mie macchinine, i miei Lego. Mia madre diceva che a te non sarebbero piaciuti quei giochi, che eri una femminuccia e che ti sarebbero piaciute le bambole. In quel momento però non mi sembrava una cosa poi così importante. Accarezzai ancora una volta la panciona che ti teneva al riparo dal mondo. In quel momento però notai qualcosa di strano sul viso di mia madre, delle venature che le solcavano il viso. Sembrava sofferente. Cercai mio padre nelle altre stanze, ma non c’era. Mi ricordai che era ancora al lavoro e che sarebbe arrivato da lì a poco. Lui sicuramente avrebbe saputo cosa fare.

Tornando a casa da scuola, mi piaceva passeggiare per le strade, anche se dovevo percorrere un tragitto di pochi isolati. Quel giorno suonai il campanello ma nessuno mi rispose. Che strano, pensai, a quell’ora in genere era già pronto il pranzo. E invece dal citofono non provenivano voci e il portone non si apriva. Qualche istante più tardi vidi comparire mio padre, trafelato. Aprì il portone senza dire niente e mi fece cenno di entrare. Il suo viso sembrava diverso. Salimmo le scale in silenzio. Aprì la porta di casa ed entrammo. Tra le mura regnava un silenzio spettrale.

“Dov’è la mamma?” sussurrai. A dire il vero non sembrava nemmeno una domanda, ma quell’interrogativo sembrò riecheggiare nelle stanze tornando indietro con un sapore fin troppo amaro rispetto a quando era partito.

“È in ospedale.”

“Ma non è presto?” replicai.

Osservai mio padre che sembrava non voler rispondere al mio sguardo.

“Che succede?” continuai. Nessuna risposta.

Mio padre mi preparò della pasta, ma non riuscii a mangiare niente. Anche lui non toccò cibo. Più tardi andammo a prendere mio fratello all’asilo.

“Posso venire anche io a vederla?”

“Non ti fanno entrare” mi rispose mio padre. “Devi restare a casa per un po’ con tuo fratello, torno presto” disse poco prima di scomparire oltre la porta di casa.

In quel momento riuscii a percepire il silenzio massacrante, quello che poteva superare di molto il pianto del mio fratellino. Quello che ti entra dentro. E che inizia a scavare.

Pochi giorni più tardi arrivarono i miei nonni, ma l’atmosfera era cupa, distante anni luce da quella che si respirava in estate quando ci rincontravamo. Li sentivo parlare a bassa voce, continuavano a ripetere senza sosta è colpa sua.

I discorsi che riuscivo a captare erano frammentati e nessuno mi raccontava mai nulla nel dettaglio. Rimanevo in silenzio per ore, come se riunendo quei frammenti riuscissi a vedere un quadro, un’immagine. Una spiegazione. La mamma stava male.

Una di quelle sere mi avvicinai a mio padre intento a evitare di sedersi a tavola con i miei nonni e rimasi a osservarlo.

“Domani la operano” esclamò. Quelle parole così secche e asciutte mi sembrarono un fendente violento che si insinuava dentro di me, ben oltre la mia pelle, mostrando una consapevolezza che si stava svelando in tutta la sua ferocia.

“È presto” dissi a me stesso. Senza capire cosa esattamente mi stesse facendo formulare proprio quel pensiero. Io sapevo che un bambino nasce dopo nove mesi. E invece ne mancavano ancora due.

Il giorno seguente non andai a scuola. Verso il primo pomeriggio mi recai con i miei nonni in ospedale. Una struttura che sembrava enorme, ai miei occhi. Mi dissero che anche io ero nato in quell’ospedale. Attraversammo interminabili corridoi e incrociammo decine di personaggi bianchi e azzurri con lo sguardo che mi sembrava assente. Tutti erano intenti nel far qualcosa che non capivo. Ci dissero di sederci in una sala dalle pareti bianche e l’odore di disinfettante. Mi limitavo a osservare le piccole pietre stampate sulle piastrelle. Sembravano tutte diverse, ma mi accorsi che invece si ripetevano. Quelle pietre erano tutte uguali.

“Potete entrare” comunicò un infermiere.

Il mio sguardo si aggirò smarrito cercando di incrociare quello dei miei nonni e di mio padre. Quest’ultimo mi prese per mano, incurante delle proteste dei miei nonni. Ed era il segnale insperato: sarei entrato anche io.

Mia madre era bianca in viso, coperta da una vestaglia a sua volta bianca. Mi strinse la mano, anche se la parola stringere è un eufemismo. Allora non sapevo cosa volesse dire questa parola, non sapevo tante cose, ma una era sempre stata una mia prerogativa. Leggere gli sguardi. E in quello di mia madre c’era qualcosa che non riuscivo a capire del tutto. Sembrava spento, lontano. Con la coda dell’occhio vedevo mio padre parlare con un medico.

“È nata?”

In quel momento il medico ci chiese di uscire dalla stanza.

Non credevo che sarebbe successo, che mi avrebbero portato a vederti. Eri nata e mia madre si era salvata, per poco. Ci sarebbe voluto ancora tanto tempo perché si riprendesse. Il medico aveva detto che forse l’interruzione di gravidanza era stata causata da un’infezione di origine felina. Né tu, né il medico sapevano che dopo quel giorno i nostri genitori si sarebbero allontanati per sempre. Riuscivo a percepirli appena, i tuoi occhi. Eri immersa tra le acque, con quelle manine minuscole, eri così pacifica. E dolcemente inconsapevole, che la vita è un soffio. E quando si nasce, si nasce per sempre. E anche se adesso conosco più parole, se ti ho vista per un solo attimo e so che siamo tutti piccole pietre uguali le une alle altre, se ora stringo ancora questa bambola che avrei voluto regalarti, io non ti ho mai dimenticata, Laura.

La risata della luna

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I miei passi lasciano orme di neve sul marciapiede, i miei sogni si perdono in fondo al viale. Il giorno di Natale, che odio. Chi poteva dirlo che sarebbe accaduto proprio oggi. Nei miei ricordi il tuo viso è ancora quello che avrei accarezzato il primo giorno che ti ho vista. Il destino gioca le sue carte, ed è sempre più bravo di me. Mi ha battuto. Dio solo sa quanto io odi perdere. I fiocchi di nevi scivolano sul mio cappotto. Nel cielo c’è una luna troppo piena, e sembra ridere. Nella tasca sento il telefono vibrare. Lascio che continui a emettere quel ronzio. Mancano solo pochi isolati, i miei passi rallentano. Mi fermo davanti al portone. Sembra gigante. Un anno, un attimo. Uno sguardo, due occhi verdi. I tuoi. E poi un viaggio, con lei. Ma la vita è un gioco di scacchi, e sono un vigliacco. Sono scappato, un’altra volta. Ho sempre avuto paura, anche della mia stessa ombra. Dei miei sogni. La luna questo lo ha sempre saputo. E ride, di me. Salgo i gradini, uno a uno, apro il portone e cammino lungo il corridoio bianco, che sembra non finire mai. Quel viaggio mi ha cambiato. Pochi mesi sono una goccia. Uno scalo, i tuoi occhi, verdi riflessi, sul vetro degli arrivi. Un bacio, soltanto uno. E poi un altro ancora. Il sapore della pelle sulla pelle. Il destino mi ha battuto, e che ironia, proprio il giorno di Natale. “Venga, mi segua. La stiamo cercando al telefono da almeno un’ora” mi dice l’uomo vestito di bianco. Io lo seguo senza riuscire a parlare. Quando le porte si aprono rivedo i tuoi occhi, verdi, provati. Sei pallida. No, io non ho mai saputo amare nessuno davvero, forse nemmeno me stesso. E ora che mi sorridi, mi mostri quel piccolo corpicino che piange. Scopro di aver sempre sbagliato tutto. Nove mesi sono una goccia, eppure in questa goccia c’è tutto. Ora so perché la luna rideva. Il destino mi ha battuto, e questa è la più bella sconfitta che potessi subire. Ora non odio più il Natale, e amo te, e la piccola vita che mi hai regalato.

Ho gli occhi aperti – Racconto

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Ho gli occhi aperti, o almeno credo di averli. Ogni volta che arriva, la mia testa esplode. Scandisce il ritmo di questa vita, in cui non posso né alzarmi in piedi, né toccarmi viso. Qualcuno mi inumidisce le labbra, secche e screpolate. Il sapore del liquido è aspro e mi disgusta. Ripenso ai suoi baci. L’ultima immagine che ho di lei è di una donna con gli occhi spalancati, preda del terrore, trascinata da due uomini fuori dal mio appartamento. Le esplosioni nella mia testa continuano. Non mi fanno dormire, mai. A volte credo di essere già morto, ma non lo sono. Ogni ricordo rimbomba per ore nella mia testa, come la goccia che instancabile cade sulla mia fronte. Eravamo al parco, quando i nostri sguardi si incontrarono. – Come ti chiami? – riuscii solo a chiederle. I suoi occhi sembravano un angolo di cielo. Mi attirò verso di sé e mi trascinò dietro un cespuglio. – L’abbiamo scampata per poco – disse, mentre due soldati in uniforme passavano marciando lungo la stradina sterrata. Sentivo il calore del suo corpo e il profumo di vaniglia. Mi baciò. Dopo aver controllato che non ci fosse nessuno, si allontanò, per sparire in fondo alla via. Qualche secondo più tardi uscii dal cespuglio e mi incamminai. Per un attimo incrociai lo sguardo di un passante e mi chiesi se ci avesse visti, ma il pensiero svanì nella nebbia, così come quell’uomo. L’ho rivista altre volte, fino a quel giorno. La testa mi sta per esplodere e quelle maledette gocce non si fermano. Continuano a cadere, sempre. Esplosioni che annientano la mia anima. Un rumore che mi uccide. Lentamente. Lei era la figlia di un uomo che si era ribellato allo Stato, al Regime Comunista. Un uomo che lottava per la libertà. Lui, era un sovversivo. Io, solo un uomo innamorato.