Fiction o revisione storica?

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Nel mio primo romanzo, #lequazione, raccontavo di un attacco al sistema, da parte di un gruppo di personaggi influenti economicamente, Dhk,  il cui fine era sovvertire l’equilibrio politico ed economico del cosiddetto “Nuovo Ordine Mondiale”.

La storia continuava nel secondo romanzo, #LaMacchinadelSilenzio, in cui, viene creata una macchina in grado di anticipare il pensiero degli esseri umani un attimo primo di essere processato dal cervello. La reazione veniva bloccata al livello dell’Amigdala. Questo avrebbe portato a cancellare il libero arbitrio. E sarebbe accaduto con un sistema assimilabile a un virus.

La tesi era chiaramente complottistica, né più, né meno di tanti altri thriller presenti sul mercato, scritti anche da penne più importanti della mia. Tuttavia quello che è accaduto negli ultimi anni ha decisamente superato quello che sarebbe accaduto nel terzo romanzo (non pubblicato da C.E. , ma in corso di pubblicazione sul web con lo pseudonimo di #labirinto).

Da allora abbiamo visto lo sviluppo del gruppo denominato Isis, o Daesh, il terrore, mediatico, crudele, “in diretta”.

Abbiamo “assistito” al presunto annientamento di questo gruppo.

Abbiamo visto andare al potere di uno degli stati più influenti del mondo uno strano personaggio politico. Abbiamo visto gli equilibri politici sociali e politici cambiare. Parliamo degli Stati Uniti.

Abbiamo visto un conflitto commerciale per lo sviluppo di tecnologia avanzata proveniente dal mondo asiatico, tecnologia non vista di buon occhio per il rischio di furto e controllo di informazioni.

Abbiamo visto da vicino il rischio di una guerra. Penso alla Corea del Nord.

I più grandi sanno che questo era già accaduto durante la Guerra Fredda.

Infatti, cambiano gli equilibri tra i paesi più influenti, comprese le nuove economie. Usa, Russia, Cina, Medioriente, una parte, almeno. E di tutti quei paesi che gravitano attorno a loro.

Ma la situazione si calma.

Poi, in una zona remota della Cina compare un virus. Qualcosa si simile a un’influenza, ma ad alto potere virale, che provoca gravi complicazioni a livello polmonare.

Fonti più o meno attendibili racconteranno che un laboratorio poco lontano erano stati svolte sperimentazioni proprio su quel tipo di virus. Le notizie ufficiali parlano, però, di virus mutato da animale, pipistrello, a uomo.

Quello che accade è lo sviluppo di quel virus in tutto il mondo fino a diventare una Pandemia, che provoca il collasso delle strutture sanitarie di tutti i paesi, a causa delle complicazioni del virus. E provoca morti, tanti morti. Perché la cura non esiste. La gente viene costretta a rimanere chiusa in casa. A non avere rapporti con altre persone per evitare il contagio.

Abbiamo visto lo sviluppo resosi necessario della tecnologia fondamentale per comunicare a distanza e una nuova e fondamentale elezione proprio negli Stati Uniti, il cui esito è ancora oggetto di battaglie legali.

Ma che sembra condurre al ripristino della situazione politica originaria.

Abbiamo visto la produzione da parte di più soggetti di un vaccino per fermare la Pandemia e l’insorgere di una grande parte dell’opinione pubblica contraria a farsi somministrare il vaccino.

Per tornare a ciò che avrei scritto in un terzo romanzo, avrei usato l’analogia con quanto accaduto durante il terzo Reich. La situazione ipotizzata nel secondo romanzo portava a una rete di controllo da parte di un soggetto ombra, un regime, che, grazie alla tecnologia sviluppata, permetteva di gestire intere popolazioni.

Ma il sistema avrebbe aveto un’anomalia. Non tutti sarebbero stati controllabili dal sistema. Alcuni soggetti sarebbero stati inseriti in liste di soppressione per eliminare completamente ogni forma di opposizione.

Nel terzo Reich la gran parte della popolazione non era nemmeno a conoscenza della “soluzione finale”, ma viveva in un mondo apparentemente “perfetto”, costruito dalla propaganda di regime. In quel caso la guerra portó il Regime alla sconfitta. Da quel momento in poi la storia intera subì diverse rivisitazioni, alcune delle quali raccontavano un mondo privo di Campi di concentramento, così come altre hanno taciuto l’esistenza dei Gulag russi, il cui scopo era esattamente lo stesso.

Tutta questa divagazione per dire che la storia è relativa. La scrive chi vince.

Ma quello che vi ho raccontato è un parallelismo tra una storia di fiction, scritta da me e la cronaca, ovvero un’altra storia che per quanto ne so potrebbe essere in buona parte un’altra fiction.

In tutto questo ci siamo noi. Quello che sappiamo, quello che non sapremo mai.
C’è che in questa scacchiera noi siamo quelli che hanno perso un anno della propria vita.
C’è che il nostro pensiero sembra contare nulla, che sia una tesi di giustizia, di complotto, di reazione, di assoggettamento, di rispetto delle regole, di comprensione di uno stato di emergenza dovuto alla Pandemia.
Il mondo è governato
da gruppi di potere, legate alla politica, alle correnti, agli equilibri economici e sociali. Nella storia del mondo è sempre stato così. La propaganda ha da sempre utilizzato le risorse disponibili in quel momento. Non è una novità, così come non lo è chi si improvvisa revisore della storia, anche loro fanno parte della narrazione voluta. Anche quelli come me che scrivono storie che vogliono essere alternative, anche quando probabilmente raccontano una buona parte di una realtà, a cui nessuno crederebbe mai. Nemmeno a posteriori.

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Perché non credo minimamente alla tesi complottistica legata al Covid-19

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Non credo alla tesi complottistica legata al Covid-19. Ovviamente parlo da “scrittore” di trame che più volte hanno toccato tesi geopolitiche. Sia ben inteso, penso che qualche mistero sullo sviluppo del virus ci sia. Ma quando leggo post strampalati che parlano di virus costruiti per arrivare a un controllo globale della popolazione attraverso le aziende farmaceutiche, mi viene spontaneo analizzarne una possibile trama. Eh, no. Non funziona. Non può funzionare perché il terreno non è adatto, lo sviluppo del virus passa attraverso apparati politici dei paesi che sono troppo diversi per poter essere utilizzati come piattaforma di controllo. I meccanismi sanitari esistenti sono troppo diversi tra i vari paesi da rendere praticamente impossibile costruire un sistema di controllo attraverso una piattaforma unica vaccinale. Inoltre è evidente che per obbligare tutta la popolazione, o gran parte di essa, basterebbe far leva su un aggiornamento di quelle già esistenti, magari obbligando a dei richiami dei vaccini già somministrati.
Credo ancora meno alla tesi del 5-G, ma dal punto di vista geopolitico è sicuramente più spendibile per una trama. Partiamo dai protocolli di intesa tra gli sviluppatori della tecnologia e i vari paesi. Uno di questi riguarda proprio l’Italia. Per inserirsi in un mercato difficile come quello europeo e americano sarebbe stato certamente utile indebolirlo, situazione che il Covid-19 sicuramente ha fatto. Ma credo che la tecnologia del 5-G sarebbe comunque arrivata, posso quindi solo valutare un’accellerazione da parte di uno dei competitor. Eh, no, nemmeno questa tesi è convincente. Purtroppo resta la tesi più semplice, ovvero che questo virus si sia sviluppato per una mancanza di strategia difensiva dei vari paesi a questo tipo di criticità, questo senza nemmeno entrare nell’ottica della genesi del virus stesso, ipotizzando anche che sia completamente naturale, così come le ricerche dimostrano. E facendo finta, per un attimo, che le ricerche non possano essere strumentalizzate. Insomma, facciamo attenzione a quello che leggiamo, fantastichiamo pure, ma arrivare a dubitare dell’esistenza stessa del virus è irrispettoso nei riguardi di chi ha visto morire i pazienti, parenti. Non é stato un gioco, così come non lo è cercare di mitigare possibili picchi con i mezzi che abbiamo a disposizione. Parliamo, appunto, di mitigazione del rischio, per sua natura non potrà essere mai zero, quindi con buona certezza ci saranno altri casi. Quando finirà? Gli esperti dicono “quando ci sará un vaccino”. La corsa alla creazione e produzione é già iniziata. Molti paesi stanno già prenotando le dosi. Ecco, qui la geopolitica c’è. La mia trama inizierebbe proprio da qui.

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Il tempo del silenzio – Ep2

Ep2

Pechino

Jie aprì il pacco con cura. Posizionó gli imballaggi nell’area adibita alla raccolta e soppesó il piccolo contenitore. Sospirò e rimase un attimo a riflettere. Sapeva che una volta aperto non sarebbe più potuto tornare indietro. Ogni cosa sarebbe stata diversa. E non solo per lui. Indossò i guanti protettivi e lo aprì.

Silicon Valley

Jonathan aveva chiuso la telefonata simulando disinteresse, ma era consapevole che si trattava di un danno enorme per la sua società.
Il telefono continuava a squillare senza sosta. Era Jennifer, la sua collega che aveva invitato a cena. Interruppe la chiamata e spense il telefono. Aveva bisogno di pensare alla prossima mossa. Nel suo mondo non era possibile perdere nemmeno un istante. A ogni bit corrispondevano miliardi di guadagno. O di perdita. E lui non poteva permetterselo.
Si chiese se cercare altri compratori potesse apparire una manovra rischiosa. Aprì una bottiglia di vino italiano, lo versò in un calice e ne sorseggió il contenuto, mentre osservava il profilo dell’oceano. Forse la compagnia di Jennifer gli avrebbe fatto bene, ma non aveva tempo. Era arrivato il tempo di agire. Lasciò il calice sul tavolo e si chiuse nel suo ufficio. Aprì il laptop.

A pochi chilometri di distanza.

Jennifer scagliò il cellulare contro il muro e si ruppe in mille pezzi. Aveva atteso quel momento per molte settimane. Si guardò di sfuggita allo specchio. Aveva indossato un tubino nero aderente che non nascondeva molto.

Wuhan

L’uomo aveva inviato un videomessaggio a un suo collega medico che esercitava la professione a Pechino. Gli aveva raccontato del caso del paziente morto per complicazioni respiratorie il giorno prima. Si sentiva rassicurato, il suo collega gli aveva detto di non preoccuparsi, che sicuramente si era trattato di un caso isolato. Ma non era per niente convinto. Si controllò la temperatura corporea. Tutto regolare. Aveva soltanto un po’ di tosse secca. Una patologia assolutamente normale nel periodo invernale.

Pechino

Jie posò il microprocessore sul piano di lavoro e puntò la luce per osservarlo meglio. Si sentiva soddisfatto. Quell’oggetto rappresentava il duro lavoro degli ultimi anni. Per completare quel momento mancava soltanto un passaggio. Inserire il processore nella scheda madre di supporto e collegarla a un computer molto potente. Ma per quel momento avrebbe dovuto attendere. Un messaggio del suo capo era appena comparso sul display del cellulare. Era prevista una riunione imprevista e importante. La convocazione era imminente.

Il tempo del silenzio

Ep2

La puntata precedente

Ep1

WuhanL’uomo aveva appena agganciato il camice al porta abiti. Era stanco e provato dal lavoro della giornata. Lavorava…

Pubblicato da Daniele Mosca su Venerdì 20 marzo 2020

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Il vuoto dentro era incolmabile – #Luna #Ep5

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Il vuoto dentro era incolmabile, andava ben oltre quella sensazione di sporco che sentiva addosso. La paura ha un colore impalpabile e lei a questo non era abituata. Le avevano insegnato a combattere, a graffiare, se era il caso. Ma qualche passo fuori dall’ospedale, si era da subito sentita sola. E aveva giurato a se stessa che non lo avrebbe raccontato a nessuno. Avrebbe superato quel momento da sola. Aveva una cosa importante da fare e un volo già prenotato. Non sarebbe mancata per nessun motivo al mondo.
Non si supera un dramma in quel modo, penserà il lettore. E ha ragione. Perché questo non sarebbe stato che l’inizio. Le lacrime iniziarono a scendere qualche ora, in cosa al gate per l’imbarco. L’ennesino tentativo del suo ex ragazzo. Quel figlio di puttana che l’aveva abbandonata. Quel figlio di puttana che conosceva la barista che le aveva servito quel drink che l’aveva stordita. Ma questo lei non può saperlo. Si sedette al suo posto, vista finestrino. Chiuse gli occhi quando l’aereo prese quota. Dopo poche ore avrebbe rivisto suo nonno. Stava male da tempo e dentro di se sapeva che sarebbe stata l’ultima. Lui le avrebbe saputo sicuramente dare il consiglio. Se ancora si fosse ricordato di lei. Siamo petali di una rosa, che avrà troppo poco tempo per splendere. Al suo cospetto si sentiva sempre quella piccola ragazzina che lo guardava in attesa che le desse qualche spicciolo per comprarsi un ghiacciolo. In modo quasi meccanico prese il cellulare che continuava a vibrare nella borsa. Un numero sconosciuto. Pochi squilli, non fece in tempo a rispondere.
“Vieni, devo mostrarti una cosa” le disse il nonno. Lei lo seguì, colpita dalla lucidità che sembrava avergli ridato il carattere di un tempo.
L’uomo la guidò nella stanza in cui lei aveva trascorso intere estati quando era piccola.
“Tieni”, le disse.
Luna prese la lettera che il nonno le aveva daro.
“Aprila. Voglio che tu lo faccia prima che il mio cervello torni nella nebbia.”
Luna la aprì e iniziò a leggerla. Una lacrima scese sul suo viso.
Nel frattempo il cellulare ricominciò a vibrare.

#Luna #Ep5
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Text by Daniele Mosca

La ragazza dei ricordi – #Luna #Ep4

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Alberto era immerso nei suoi pensieri, trascinato lungo la battigia dal suo cane, un pastore tedesco, Tobi, a cui era molto affezionato. Tra pochi giorni avrebbe sostenuto un importante colloquio per una società di import export. Sentì all’improvviso un suono, a intervalli coperto dal rumore delle onde che si infrangevano sulla spiaggia. Riuscì a malapena a sostenere la spinta del guinzaglio, portato da Tobi verso la barca arenata sulla sabbia. Man mano il suono aumentava sempre di più. Sembrava il suono di un pianto. Una volta sbucato dall’altro lato della barca vide una donna in lacrime, con soltanto pochi brandelli di vestito addosso. Sul corpo aveva delle macchie di sangue. Dopo qualche attimo di sbigottimento aveva chiamato i soccorsi, nel frattempo aveva cercato di chiedere alla ragazza cosa fosse successo. Lei però continuava a piangere e a ripetere ossessivamente è “colpa mia”.
Luna ricordava poco di quei momenti e quel poco non riusciva a raccontarlo alle dottoresse che si alternavano a visitarla nella stanza dell’ospedale. Dentro di lei sentiva di essere stata la causa. Nonostante le ripetessero che non fosse stata colpa sua, sapeva di essere stata ingenua nel seguire quell’uomo che all’apparenza sembrava tranquillo. Qualcosa in lei non aveva funzionato, aveva percepito da subito il suo piglio di prepotenza, ma non ci aveva dato troppo peso. Aveva pensato a un gioco erotico, anzi l’idea l’aveva stuzzicata. Pensava all’alcool, che potesse averle fatto male. Eppure non le era mai successo che un bicchiere le facesse perdere il controllo. Prese il cellulare che qualcuno aveva recuperato dalla spiaggia. L’ultima chiamata era avvenuta la sera prima, proprio nel momento in cui la violenza stava avvenendo. Era il suo ex ragazzo. Trattenne l’impeto di gettare il telefono contro il muro. In quel momento la porta della stanza si aprì. Era una ragazza che non riconobbe immediatamente. Era la barista che le aveva servito il drink. Notò subito una strana espressione sul viso, ma non riusciva a interpretarla. La vide avvicinarsi senza dire una parola. Una parte di lei avrebbe voluto urlare, l’altra rimaneva bloccata. Non era in grado nemmeno di spostare la mano per suonare il campanello di richiamo per il personale dell’ospedale.
Ma la porta si aprì improvvisamente.
“Scusate” pronunciò sommessamente Alberto.
Luna vide la ragazza svanire in pochi secondi, senza proferire alcuna parola. Ma il ricordo che tornò alla mente fu lo sguardo di quella ragazza quando al bar aveva notato l’uomo che l’aveva stuprata. In quel momento iniziò ad avere davvero paura.

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Text by Daniele Mosca
#Luna #Ep4

Luna si è persa – #Luna #Ep3

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Il cellulare continuava a vibrare sulla sabbia. Un suono leggero che si perdeva con il suono delle onde che si infrangono sul bagna asciuga. Poco più lontano dei vestiti gettati in terra. Il riflesso della luna rendeva irreale la superficie della spiaggia. In lontananza, una sagoma di un uomo si allontanava verso la strada principale. Qualche suono proveniva dal locale che si affacciava sulla spiaggia, pochi addetti si preparavano alla chiusa. Poche ore di sonno prima di riprendere per l’alba, ormai imminente. Luna cercava di respirare, di emettere un qualsiasi suono per chiedere aiuto. Ammesso che qualcuno potesse davvero sentirla. Non riusciva a muoversi. Tutto era accaduto troppo in fretta. Un drink nel locale, una passeggiata sulla spiaggia e poi quell’uomo era diventato un diavolo. L’uomo l’aveva trascinata dietro a una barca da pesca adagiata sulla sabbia e le aveva strappato i vestiti di dosso. Aveva soffocato le sue urla. Nel più assurdo dei cliché si era consumata una violenza inaspettata, non per quella donna che aveva capito tutto e non aveva mosso un dito. Non per quella barista che conosceva benissimo quell’uomo e che poche ore prime aveva servito il drink a Luna. E che ora rispondeva a una chiamata che proveniva dallo stesso numero che pochi istanti prima era comparso sul cellulare di Luna e al quale lei non era riuscita a rispondere.
“Come è andata?” aveva risposto la voce dell’altro capo del telefono.
“Non poteva andare meglio.”
“Perfetto. Lui parlerà?”
“Non parlerà, ma lo farà ancora.”

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Text by Daniele Mosca #3 #Luna

La brezza della sera è traditrice – #Luna #Ep2

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Luna muoveva i passi sulla sabbia fresca della sera. Le luci di un’estate imminente la facevano stare meglio. La brezza della sera, però, è traditrice. Fa ripensare, riflettere. Pentirsi. L’immagine nella sua mente era ancora nitidia. Non riusciva a lasciarla svanire. Il suo ex ragazzo, l’amore di una vita, il sogno di un futuro imminente, e lei, la sua migliore amica, uniti in un bacio che le era comparso all’improvviso in una via dimenticata della sua città. Le scuse di lui. Le scuse di lei. La vergogna. Entrò in un locale, aveva bisogno di bere qualcosa. Qualsiasi cosa. Si avvicinò al bancone e ordinò una birra fresca.
Si sentì attratta da un richiamo silenzioso. Si voltò e incrociò gli occhi scuri di un uomo. Non riusciva a identificarne l’età. Cliché, pensò. Anche questo. Ultimamente la sua vita ne sembrava immersa. Nei cliché, appunto. “Come ti chiami” disse lui. Non era una vera e propria domanda. Sembrava più un ordine. “Luna”, rispose di getto. Inconsapevole, forse, di aver prontamente risposto a quel velato ordine. Dentro di lei sentì salire una forma di calore mista a imbarazzo. In quel momento senti vibrare il cellulare. Pensò che si trattasse per l’ennesima volta del suo ex che provava a costruire un altro castello di carte false.
“Ti va di fare due passi?” chiese lui. Lei non lo vide. Forse il lettore ci avrà fatto caso, lei no. Lo sguardo inquieto e allarmato della barista.

#Luna #Ep2

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Text by Daniele Mosca

Un cliché – #Luna #Ep1

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L’amarezza, talvolta, fa vedere le cose con più chiarezza. Luna se lo ripeteva tra sé e sé, distratta dalla vibrazione del telefono che teneva nella borsa. Lo aveva pensato la prima volta quando il suo ormai ex ragazzo l’aveva tradita con la sua migliore amica. Un cliché. Ma da quel momento in poi si era sentita lei stessa un cliché. Una figura ordinaria che in qualsiasi spettacolo avrebbe ricoperto solo il ruolo della comparsa. Prima o poi avrebbe prenotato una visita da un terapeuta che le svelasse ciò che lei sapeva benissimo. Che era frustrata, nervosa, vittima delle angherie dei suoi genitori che avevano riposto in lei tonnellate di speranze. Ma lei non era diventata un famoso medico come suo padre, nemmeno una grande attrice come sua madre. Era rimasta lì in mezzo, con un lavoro ordinario, una pettinatura ordinaria, un modo di pensare ordinario. Luna, però, aveva imparato a vivere. A lasciarsi alle spalle quei dispiaceri pur senza volerli davvero rimuovere, analizzare, comprendere, superare. E questo semplicemente perché i nostri errori, le nostre paure, le nostre frustrazioni, in fondo fanno parte di noi. Ci siamo abituati che tutto può essere corretto. Uno zigomo, una voce, una pancia troppo gonfia, persino un carattere. Ma lei si sentiva comunque completa, nonostante gli sguardi di commiserazione di chi non la reputava all’altezza degli standard. E poi l’amarezza è un concetto astratto, che sí, a volte fa male, ma permette di maturare, di guardare le cose con una diversa prospettiva. Se lei non avesse sbagliato e quindi imparato, non l’avrebbe mai provata sulla sua pelle. E non avrebbe avuto il coraggio di vedere le cose con la chiarezza necessaria. Proprio ora che sul cellulare lampeggiava il nome del suo ex. Proprio ora che stava decidendo di interrompere la chiamata, bloccare il numero e di trascorrere un bel weekend al mare. Da sola. Un cliché.

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Mondi paralleli

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Le atmosfere de #LaMacchinadelSilenzio non sono casuali. Viviamo in un mondo dove realtà e realtà virtuale corrono parallele, che a tratti collidono e che spesso si scontrano. Esiste una rete che ingloba tutto, una rete nata per scopi militari e dentro la quale si sviluppano algoritmi e virus creato con l’unico scopo di controllare, monitorare, influenzare, creare veri e propri mondi paralleli in cui nulla è più ciò che sembra. Sembra un film di fantascienza, eppure è la nostra realtà.