La Macchina del Silenzio: un anno dopo

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É già trascorso un anno dall’uscita de “La Macchina del Silenzio” e sembra solo ieri. É stato un cammino difficile, devo riconoscerlo. Farsi conoscere non è per niente semplice e quello dei libri è un mondo spietato, soprattutto se da esordiente ci si propone con un genere complesso come il thriller. La critica è feroce, nessuno fa sconti. E onestamente nemmeno ne vorrei. “La Macchina del Silenzio” per quanto mi riguarda è stato un romanzo importante, tecnica ansiogena, struttura essenziale e vortice di eventi che si susseguono senza tregua sono lo specchio della cronaca e della storia contemporanea, cronologia spietata di una geopolitica sempre in evoluzione, delle nostre stesse vite che si sviluppano contemporaneamente tra realtà e virtuale. La presenza di personaggi oscuri che minacciano le democrazie, che illudono la gente cercando di manipolarla con i mezzi più subdoli, non sono altro che realtà in cui viviamo. “La Macchina del Silenzio” racconta la realtà in bilico tra oggi e domani, raccontata con lo spietato cinismo che ci nutre. Proprio per questo credo nella forza di questo progetto. É già trascorso un anno ma la determinazione è la stessa.

L’anticamera del fallimento

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A chi non è capitato di conoscere qualcuno che ha scritto un libro. Ormai è diventata la moda del momento. Un po’ perché i modi di pubblicare sono molti, un po’ perché l’esibizionismo è diventato un “must”. Mi chiedo tante volte se davvero ci siano ancora storie da raccontare. Da lettore mi capita ormai troppe volte di leggere libri che mi sembrano tutti uguali, tutti che partono con la presunzione di voler raccontare qualcosa di innovativo e poi scopri che è il solito formato trito e ritrito e già proposto in mille salse. C’è sempre una componente stilistica che può differenziare le proposte, ma resta il fatto che trovare una storia veramente originale sia quasi impossibile. La cosa forse più triste è quando riesci a identificare lo schema costruito a tavolino per emozionare, si tratta di una scelta oculata di eventi, parole e reazioni tali da portare il lettore a provare un certo tipo di emozione. Quelli bravi riescono a camuffare lo schema, altri, invece, cadono in pieno nel mostrare, oltre alla storia, il meccanismo. La verità è che non è affatto semplice risultare originali e forse non lo è nemmeno sentirsi tali, in un mondo in cui ognuno di noi vorrebbe essere qualcun altro. In cui quello che mostri, quasi sempre è diverso da ciò che sei. E chissà che non sia proprio per questo che tutti vorrebbero scrivere un libro: per raccontare ciò che si vorrebbe essere davvero. Anche se questa può essere l’anticamera di un fallimento.

Cosa serve per scrivere

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É inutile negarlo, le storie d’amore finite sono una delle motrici migliori per scrivere storie. Costruiscono quella base di malinconia da cui attingere quando si deve raccontare cosa prova un protagonista. Io credo che in un racconto sia come nella realtà, sono sensazioni che apparentemente si dimenticano, ma che in realtà costituiscono quelle ferite che tante volte frenano nel lanciarsi in nuove storie. Soprattutto quando si cresce e si fa largo una forma di cinismo leggera, come quella pioggia fastidiosa che in inverno non vuole smettere per giorni interi. Ma non c’è storia in cui il protagonista non subisca una trasformazione, capita così di cambiare idea e rivalutare ogni cosa e ricominciare da zero. Di ripensare a quelle ferite e rivederle come qualcosa di più vicino, come passi necessari per arrivare a destinazione. Proprio per questo non posso rinnegare le parole più amare che ho scritto, perché fanno parte di me, come tutti gli altri momenti vissuti. Senza di essi non sarei semplicemente io. Ed è inutile negarlo, sono proprio quelle storie quelle che fanno riflettere su tutta la propria vita. Così quella malinconia diventa musica, amore, rabbia e sangue. Tutte quelle componenti senza le quali sarebbe praticamente inutile continuare a scrivere.  

I messapi

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L’Italia dal punto di vista storico e culturale è una miniera senza fine. Muovendosi attraverso le sue caratteristiche si scoprono sempre milioni di spunti da approfondire, da analizzare, di cui scrivere. Quando ho scoperto il popolo dei Messapi, una popolazione che viveva in Puglia, nel periodo in cui nel Nord Italia si erano stanziati i Celti, ho capito che c’era qualcosa di importante che si celava in quei territorio. Così ho iniziato a studiare questo popolo e a scoprirne gli usi e le attitudini, il culto a cui facevano riferimento. Si trattava di dei pagani venerati attraverso costruzioni di massi, oppure in vere e proprie strutture paleocristiane. La loro cultura era semplice ed essenziale, prevalentemente dedita alla caccia, ma le leggende raccontano di un popolo misterioso e con radici esoteriche, così come si è sempre detto del popolo celtico. Credo che ci sia ancora molto da scrivere su di loro.

Per caso

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Ho iniziato a scrivere per caso, o forse per forza. Erano i tempi delle scuole medie, quando dimostrare chi si era davvero era quasi impossibile, se non attraverso le righe e i quinterni. Un tema da affrontare e la richiesta di esprimere le proprie idee. Le prime volte non è stato facile, ma a un certo punto si è accesa una spia. Non riesco a ricordare il momento in cui ho mollato gli ormeggi e non ho più avuto paura di mostrarmi davvero. E non erano tanto i voti a dimostrarmi che era la strada giusta, ma la reazione dei professori che si sono succeduti in quegli anni. Una sorta di sgomento, quasi di imbarazzo perché non si aspettavano quelle parole. La verità è che tutti noi mentiamo. Quando però ci ritroviamo di fronte a parole che ci fanno male, chissà perché, proviamo imbarazzo. Può essere un libro, una canzone, o il tema di uno studente timido e sovrappeso. Parlavo anche d’amore in quei temi, di quanto in mezzo agli altri ci si possa sentire invisibili. Anche quando si è sotto gli occhi di tutti, giudicati, insultati, perché obesi. In quel momento ho capito quanto l’indifferenza, la discriminazione possa far male, ma anche quanto le parole possano essere delle armi più forti di ogni pregiudizio. Per questo continuo a scrivere del mondo visto dalla parte delle ombre, perché è lì che c’è la gente che ha paura, quella che non ha voce per urlare, che fugge da se stessa. Per questo sono disposto a ricevere le critiche di chi vive ostentatamente tra i colori e i pensieri che devono assolutamente essere positivi e a continuare a raccontare il mondo per quello che è, spesso un luogo bello, ma tante altre volte una merda. E le mie radici sono ancora lì, tra le parole del mio primo tema. Non ricordo bene di cosa si trattasse, ma iniziava più o meno così: sapresti dire tu chi sei? E oggi come allora non lo so, ma riesco a percepirmi tra le vibrazioni del suono di un pianoforte, una chitarra, una voce. La mia.

Come nasce un protagonista

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La scelta di un protagonista di una storia è sempre complessa. Per quanto mi riguarda la figura di Davide Porta è nata per caso, moltissimi anni fa. Ero in spiaggia ed era già buio. All’improvviso ho sentito un rumore assordante proveniente dal mare. Poi un secondo rumore. Dopo qualche secondo ho capito che si trattava del rumore di motori. Qualche secondo più tardi ho visto dei fari accendersi, così sono riuscito a vedere meglio la scena. Si trattava di due motoscafi con motori di grossa cilindrata che si rincorrevano. La scena è durata pochissimo. Incuriosito, ho iniziato a informarmi. Ero in Puglia in quel momento, sulle coste vicino a Ostuni. Ai tempi una delle attività più redditizie era il contrabbando di sigarette e tra contrabbandieri e finanzieri si sviluppavano vere e proprie guerre con inseguimenti. Con i miei occhi ho potuto vedere veri e propri hangar nascosti tra le zone rocciose più lontane dal mare, mezzi blindati in grado di speronare altri veicolo. Ma la cosa affascinante era che gli stessi finanzieri riutilizzassero quei mezzi sequestrati riutilizzandoli per vincere la battaglia con queste organizzazioni. Ho potuto vedere gli scafi che venivano utilizzati per il trasporto dei carichi, delle bestie del mare potentissime. A margine di tutto questo si percepiva una qualche forma di rispetto reciproco tra chi inseguiva e chi veniva inseguito. Ed è proprio da questi scenari che iniziato a immaginare, da ragazzino, delle storie in cui il protagonista era sì un cattivo, ma con in fondo un animo buono, un uomo che per vivere era quasi costretto a usare l’ombra che c’era dentro di lui. È proprio lì che è nata la voglia di riflettere sull’animo umano. Perché in ognuno di noi spesso si nasconde una qualche forma di male e che spesso ci è necessaria per vivere.

Torino da scoprire

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#Torino è sempre uno dei miei oggetti di studio preferiti. Per la sua storia e i suoi misteri. Ogni via, pietra e informazione permette di ricostruire l’importanza di una città che è stata teatro di avvenimenti fondamentali per lo sviluppo e la creazione dell’Italia intera per come la conosciamo oggi. Ci sono luoghi che ho avuto modo di scoprire e di studiare, potenziali ambientazioni che mi piacerebbe utilizzare in prossimi romanzi. Questo dipende da me, ma anche da voi. Senza girarci intorno sono i lettori a decretare il successo di un romanzo, del progetto che c’è dietro e quindi dell’autore stesso. Quello che mi piace fare è puntare il riflettore nei punti e nei luoghi tutti vorrebbero ignorare. Raccontare il mondo e il futuro a modo mio, ma anche il tempo difficile in cui viviamo. Parlare solo di fiction sarebbe riduttivo, io parto sempre dalla realtà, dal passato e dal possibile futuro per scrivere. E c’è ancora molto da dire.

Una storia deve essere verosimile

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Spesso mi dicono che nei miei romanzi ci sono molte ambientazioni che cambiano in modo vorticoso. La risposta è molto semplice. Le storie che hanno come sfondo un conflitto geopolitico internazionale non potrebbero mai averne uno solo, chi pensa di poterlo fare, semplicemente sta mentendo o sta raccontando una storia inverosimile. In questo caso voglio proporvi una delle ambientazioni che compare ne #LaMacchinadelSilenzio, si tratta del Duomo di Modena. Non entrerò nel merito del perchè io l’abbia inserita perchè mi piacerebbe che lo scopriste leggendo il romanzo, ma vorrei dirvi che rappresenta una tappa di un lungo cammino, di una serie di luoghi legati a un personaggio storico forse poco conosciuto: Matilde di Canossa. Questo personaggio rappresenta il filo conduttore del romanzo e della storia dell’Italia intera, ma non solo. Modena non è quindi soltanto un’ambientazione del romanzo, ma è un luogo fondamentale che va a unirsi a una rete di altri luoghi e informazioni. Questo schema è necessario per contestualizzare la storia che voglio raccontare. È complesso? Io non credo, mi piace considerarlo verosimile.

Perché il male contro se stesso

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Ho scelto di raccontare il male contro se stesso perché credere che possa esistere anche un solo personaggio completamente positivo è un’utopia. Ogni essere umano è una somma di sfumature in tonalità di grigio, dal più chiaro al più scuro. Dove il bianco e nero non esistono. L’animo oscuro dei miei personaggi è spesso influenzato da quelle che sono le mie ombre, ogni scrittore, chi più, chi meno, lascia un po’ di sé nella sua scrittura. Scrivere un romanzo non è un atto meccanico, ma una trasposizione di un mondo che si ha dentro, che si stia scrivendo una canzone, una storia d’amore o un thriller, a cambiare sono gli stili, le dinamiche, ma non l’anima con la quale si inizia a lavorare a un progetto. Ho sempre trovato fondamentale entrare nella mente del lettore, ma prima di tutto nella mia. Soprattutto quando la storia ha come fulcro l’essenza dell’animo umano. Nei miei primi due romanzi ho raccontato di un modello numerico, molti hanno pensato a una formula matematica, in parte lo è, ma in realtà è qualcosa di più. Qualcosa in grado di connettere ogni cosa, fin nel profondo.