Parliamo di Dad, didattica a distanza

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Ma parliamo di Dad, didattica a distanza.
Continuo a leggere articoli il cui senso è “è stato tempo perso”. In questi mesi ho potuto vedere da vicino il dietro le quinte della Dad, come sapete Anna è un’insegnante delle scuole superiori. Ho visto tenere vivo il corso con dedizione e passione per l’insegnamento e volontà di dare un contributo serio nello sviluppo della preparazione dei ragazzi. Partiamo dal presupposto che la dotazione informatica partiva già da un buon livello, cosa che non si è potuta sempre dire per le scuole, comprensivamente non pronte a gestire un traffico dati così importante, parlo del traffico dati necessario per garantire videoconferenze per tutte le classi. Ma questo è un altro tema, di gestione, così come i trasporti. La Dad è stata affidata alle singole competenze e risorse dei singoli insegnanti. Non si può pertanto condannare chi non era nelle disponibilità di competenze e risorse informatiche tali da gestire questo tipo di comunicazione. Tanto meno Regioni e Ministeri, a meno che non lo si voglia fare per la gestione priva di lungimiranza degli ultimi venti anni. E qui ci sarebbe molto da dire. Ma torniamo alla Dad, ho visto dei ragazzi seguiti, che hanno ricevuto contenuti inediti, informazioni in tempo reale, sostegno. Cosa difficilmente replicabile con classi divise tra presenza e distanza. Troppa confusione nelle scelte, troppe liti politiche, che per poltrone, capitalizzazione dei consensi, voglia di spartire i soldi dei finanziamenti europei, che gratis non sono, passano sulle vite dei ragazzi. Questa non è politica, non fa venire voglia di andare a votare, ma anzi. Il futuro non si costruisce con gli slogan, ma con i fatti. Ma esperti in slogan ce ne sono fin troppi. Servono fatti e chi li sa mettere in pratica per risolvere problemi. E non per crearne di nuovi.

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#nextgeneration o #pastgeneration?

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Da ormai un po’ di anni la politica sembra vittima di un “nuovismo” misto a populismo che non son solo non ha nulla di innovativo, ma che sembra averci ricatapultati nella prima repubblica. Ex rottamatori, ex riformatori, ex leader, ex scambisti di ruoli a parlamento, ex comunisti padani statisti, sono tutti impegnati in un’unica missione: spartirsi i soldi europei (debiti, in realtà) per l’ennesima regalia da capitalizzare alle prossime europee. Un governo ormai latitante che non da i numeri, ma i colori. Un’emergenza gestita in modo improbabile e la mancanza di progetti seri fanno il resto. Continuo a chiedermi perché l’Italia debba essere sempre e solo la culla delle pretese senza mai fare un solo passo in avanti. Di chi con un piccolo potere è in grado di piegare anche solo l’illusione di poter cambiare qualcosa. Di innovare, per esempio. Di chi ha interesse a lasciare sempre tutto così com’è, perché solo così può giustificare la propria esistenza.
La politica dovrebbe servire a gestire fasi di cambiamento, non a spartirsi torte. Quella era la prima repubblica. Ma, era?
#pastgeneration

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Steve Bannon arrestato, cosa vuol dire?

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Steve Bannon è stato arrestato per frode fiscale. Detto così potrebbe non interessare a nessuno, se non fosse che si tratta di uno stratega politico che ha mosso le pedine negli ultimi anni. È colui che ha lavorato alla campagna politivadi Trump, ma anche di diverse realtà politiche italiane, come Movimento Cinque Stelle e Lega. In poche parole è uno degli ispiratori dei movimenti “sovranista”, ma la domanda che lascio è questa, può essere un caso che questo stia accadendo a pochi mesi dalle elezioni presidenziali americane, in cui si giocherà, appunto, la riconferma di Trump? Potrebbe essere un indizio per capire che è in corso una rimodulazione degli equilibri politici e che il “sovranismo” non rappresenta più “la moda del momento”?

Phot by The New York Times

Ce n’è o non ce n’è “Coviddi”?

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Quando leggo le polemiche che riguardano l’uso delle mascherine, non posso che sentirmi sconfortato. Ma partiamo dal principio. La mascherina è un D.P.I., Dispositivo di Protezione Individuale, serve a mitigare i rischi di contagio in una fase delicata come quella che stiamo vivendo. Risolve il problema al cento per cento? Certo che no. Ma il suo utilizzo fa parte di un piano che prevede il distanziamento sociale come prima precauzione. Problema risolto? Ovviamente no, e non può che essere così quando si parla di mitigazione del rischio. Il tema delle polemiche va ben oltre, si nega l’esistenza del virus. In realtà il tormentone ormai noto “Non ce n’é Coviddi” nasce da una battuta di un cittadino fatta durante un’intervisita , utilizzata poi per colpevolizzare i più giovani, colpevoli, secondo i media, di far riprendere i contagi.
La gestione di un’emergenza come questa passa attraverso azioni reali volte a mantenere funzionale il sistema sanitario, nonostante la crisi. Ed è per questo che è necessario continuare ad attuare meccanismi di mitigazione del rischio di contagio. Con buona pace dei santoni, virologi super star in astinenza da telecamere, tuttologi.

Personalmente mi affascina poco il tema di apertura o chiusura delle discoteche, è un’attività che nasce come centro di aggregazione, trovo un controsenso il concetto di distanziamento in un luogo così. E capisco che ballare con la mascherina sia impensabile. Forse quel tipo di attività non doveva essere riaperta, per analogia con quanto fatto per i concerti.

Personalmente non penso che centinaia di persone che si svegliano e si alleano sui social per auto convincersi di qualcosa possano essere definiti “la vera informazione”. Penso che si debba ragionare con la propria testa, penso che molto giovani siano percettamente capaci di farlo, così come credo che faccia comodo pensare che non lo facciano.

Il tema importante in tutto questo marasma di problematiche resta l’apertura delle scuole, anche come indicazione sicura nei confronti dei più giovani. Per dare un segnale che la scuola è il pilastro sul quale si fonda la nostra società, non può e non deve essere percepita come qualcosa di meno importante del turismo, del commercio e addirittura del divertimento. Questo sarebbe l’errore più imperdonabile. Ed è già stato fatto. Da tutte le parti politiche.

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La sete di giudizio

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Continuo a pensare che i social rappresentino un canale in grado di raggiungere moltissime fasce di popolazione, per certi versi in modo più profondo della televisione. Inevitabile che si cerchi il modo di influenzare e rendere i messaggi sempre più targhettizzati. Siamo chiari, il tanto temuto “tracciamento” parte dal reciproco controllo tra utenti, dall’analisi delle cose che piacciono o che non piacciono, dalle reazioni, gusti, luoghi frequentati. Uno studio così fedele e anche a noi serve, ma che ci pone in una condizione di essere nudi di fronte a questa nuova tecnologia. I protocolli di tracciamento, il misterioso e fantomatico 5G, viaggiano in quest’ottica di inevitabile assueffazione alla tecnologia. Io non potrei farne a meno, lo sapete. Ma sono solito ripetere che io sono nato nell’epoca del vinile, pertanto ho la fortuna di aver visto la mutazione della tecnologia analogica in quella digitale e averne apprezzato pregi e difetti di entrambe. Lo “spionaggio” è sempre esistito, seguiva solo regole diverse, ma oggi siamo noi a desiderare di essere spiati, a voler far sapere agli altri chi siamo e cosa facciamo, convinti che sia un modo efficace per farci conoscere e facendo finta di non sapere che ci stiamo esponendo solo a essere giudicati. In fondo si tratta di una forma di dipendenza, quella che ci lega a questo mondo virtuale, quella che ci impedisce di scomparire e vivere la vita serenamente e senza ossessionarci nel cercare pareri altrui o scriverne di nostri. Io me lo chiedo spesso perché continuo a comunicare, a chi sto parlando, se chi penso mi stia ascoltando lo faccia poi veramente. E la gran parte delle volte non trovo delle valide risposte, nel tempo il pubblico dei social è cambiato, si sposta da una piattaforma all’altra, sparisce perché si è annoiata. Perché mi pongo queste domande? Perché scrivo da sempre i miei pensieri, semplicemente perché mi piace farlo, ma chi scrive deve avere un motivo, dice Liga, ma anche un lettore. A volte, però, mi sembra di essere solo giudicato, più che letto. E so che questo è parte del gioco, ma riesco a sopportarlo sempre meno, questo perché non ci sono dialoghi da fare, si tratta solo di una condizione da subire. Questo non può essere un modo per comunicare in maniera trasparente. Non può che portarci a mettere in scena un programma che rappresenta ciò che gli utenti dei social vogliono sentire. Non ciò che si pensa. Ed è qui che nasce la targhettizzazione, l’influenza, in qualche modo il controllo. Dalla sete di giudicare.

Se io, un giorno. Un pensiero su Silvia Romano

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Semmai nella mia vita io scegliessi di andare a prestare servizio in una parte pericolosa del mondo semplicemente, per i più svariati motivi, ma soprattutto per migliorare la situazione di chi sta peggio di me, se venissi rapito a scopo di riscatto, se fossi costretto a subire le peggiori cose da parte degli aguzzini, se le violenze fossero fisiche, psicologiche, o entrambe, se questa condizione perdurasse per anni. Se mi trovassi talmente in crisi che per salvarmi la vita sentissi la necessità di non urtare chi potrebbe uccidermi da un momento all’altro, io rimarrei comunque un cittadino italiano e, dentro di me, continuerei a sperare che il mio paese stia facendo tutto il possibile per venirmi a salvare. Anche trattare la cifra imposta per il mio riscatto. Perché la mia vita dovrebbe valere meno perché ho scelto di aiutare il prossimo? Perché dovrei essere considerato diverso se scegliessi di convertirmi a un’altra religione? Il nostro è un paese laico, non cristiano, non cattolico, non islamico, non ebraico, non buddista. É laico. Ciò che ha vissuto quella ragazza noi non possiamo saperlo. Ma parliamo di una cittadina italiana che aveva dei sogni. E, con tutta la mia sincerità, spero non sia stata costretta a perderli percorrendo una strada dell’inferno.

La vera liberazione

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Ogni santa volta c’è qualcuno che approfitta di questa festa per legittimare una dittatura con dietrologia e revisione storica. Facciamo chiarezza, gli italiani sono stati fascisti. La resistenza é nato come movimento di disertori, tra i quali si nascondevano veri e propri banditi. Con l’avanzare della guerra al movimento si unirono persone che iniziavano a scappare dal regime che perdeva terreno. In quella fase storica il comunismo viveva una grossa crisi, quindi errato etichettare quel movimento come comunista. Alcune di queste persone si sono macchiati di atti vergognosi? Sì. Come sempre esistono delinquenti e l’odio verso “l’invasore” é stato riversato nei modi più impensabili. Questo fai dei partigiani dei criminali? Assolutamente no. Se quel movimento non fosse stato aiutato dall’esterno avrebbe combinato poco. L’aiuto é arrivato dagli americani. Motivo per il quale l’Italia, fascista, perse la guerra, fu costretta a pagare per anni i debiti contratti per il suo salvataggio. Gli italiani provarono per molto tempo a lavarsi la coscienza cantando “Bella Ciao”, come se questo li allontanasse dal peccato originale, essere stati fascisti. Purtroppo si discute molto sul come siano nate le diverse dittature nel mondo, fascismo in Italia, nazismo in Germania, Franchismo in Spagna e tante, tante, altre, ma la verità è che se si smette di riflettere, di farsi domande, si smette di esistere. Il revisionismo storico è sempre esistito, ma ha quasi sempre riguardato tutte le diverse fazioni delle tante guerre che si sono succedute. Ma torniamo al peccato originale, per cosa festeggiamo, per la liberazione dall’invasore (che come Italiani abbiamo praticamente sposato, parlo ovviamente dei tedeschi), o dal fascismo, che da movimento socialista si era trasformato di un delirante esercito di teste vuote pronte a tutto per seguire folli principi? Ma andiamo ancora più a fondo. Perché odiamo il fascismo? Conosco e ho conosciuto molte persone che dichiaravano apertamente che “durante il fascismo si stava bene”, allora dov’è la verità? La verità è che stai zitto e accetti ogni cosa che viene imposta dal potente di turno, se questo non ti fa star male, puoi sopravvivere a qualsiasi tipo di dittatura, anche quella più subdola che da fuori sembra un’isola felice, e quante volte ho sentito ripetere questo concetto da teste vuote fedeli altro proprio Re. Se accetti di non pensare, di privarti delle tue idee, allora sei parte di quella dittatura, a prescindere da come servirai il padrone di turno. Cosa vuol dire questo? Che più che basarsi sulle parole che vengono espresse, mi piace soffermarmi sulle azioni che nella vita vengono fatte. Sono quelle la cartina torna sole di chi siamo veramente. Quella che può farci pensare e magari immaginare cosa e chi saremmo stati se avessimo vissuto in quel regime o in un altro. E una cosa é certa. Chi si pone domande in qualsiasi regime sarebbe stato torturato, esiliato, umiliato, reso prigioniero e molto probabilmente, alla fine, ucciso. Non chiuderò questo testo dicendo cosa penso io. Chi mi conosce sa bene chi sono. Riflettano gli altri, soprattutto quelli che a queste parole non saranno nemmeno arrivati a leggerle. La vera liberazione é relativa. Che ognuno festeggi per quella che ritiene importante per la propria vita.

Un silenzio spettrale

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Un silenzio spettrale. È ciò che riesco a sentire. Non uscivo da un po’ di giorni e quello che percepisco é inquietudine. Gente che si guarda di traverso, quasi con sospetto. Ce l’avrai tu, o forse io? Probabilmente tu. La fila davanti al supermercato è lunga. Ho le mie cuffie e la mia musica, a cui seguono le parole. Ma scrivere in questi giorni è difficile. Mi manca l’aria ed è come se mi stessero rubando il tempo. Ci bombardano di immagini di bare e terapie intensive. Di numeri. Trasmettono paura. Ed è quello che sento intorno a me. Ma siamo esseri umani, é normale provarla. Penso a quanti da un momento all’altro in uno stato di guerra. A dover scappare con poche cose, a dover spiegare a tuo figlio perché l’uomo sia capace di fare le cose peggiori. Apro i social, si stanno insultando per un video che per alcuni é il vangelo e per altri un falso. C’è chi inneggia agli scienziati, chi li insulta. Chi grida al complotto, chi scrive frasi di speranza. La verità è che sono tutti impauriti, insicuri, come è normale che sia. Ma il silenzio spettrale deve essere abbattutto, così come la paura. Alzo il volume nelle cuffie. Questa é la mia risposta. Musica e parole. Ho sempre fatto così. Così non ho mai creduto per partito preso a niente. Mi sono costruito le mie idee. E ho lottato per difenderle. Per questo sento puzza di bruciato da lontano non appena qualcuno prova a giocare sporco. Questa situazione è irreale, ma allo stesso tempo vera e tangibile. Puoi quasi toccarla. E può contagiarti. È il virus del sospetto.

Chi muore a causa del virus, muore da solo.

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Ragazzi, il problema non è il singolo che va a farsi una corsetta da solo, o che porta il cane da solo, che passeggia da solo, che va al supermercato venticinque volte da solo. È che tutta questa “solitudine” riempie le strade manco fosse Woodstock. Quindi ci si incrocia, ci si parla, ci si saluta. Esattamente come fosse un giorno normale in cui, tra l’altro, la maggior parte delle persone sono a casa da lavoro. Per contrastare un virus non funziona. È come invitarlo a nozze. Lo so. Molti si sentono immuni. E magari lo saranno pure, ma i soggetti vulnerabili sono i loro conoscenti, familiari, amici. Questo menefreghismo ci porta a dover vedere l’esercito pattugliare le strade. Ci sono poche regole, costruite, tra l’altro, per tutelarci tutti. E cazzo, rispettatele. Inutile che cantiate a squarcia gola l’inno italiano. Per una volta provate a non fare “i soliti italiani”. Questo non è un gioco. E non dimentichiamo che in questo momento chi muore a causa del virus, muore da solo.

Il Pirata

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Oggi è San Valentino, un giorno importante per tanti motivi, ma a me piace ricordarlo anche perché è stato il giorno in cui un artista che ho amato molto è stato ritrovato morto in un’anonima stanza di albergo di Rimini. Sto parlando di Marco Pantani. Distrutto dalla stampa, dalla sfortuna, dai cattivi incontri, non è riuscito a vincere l’ultimo gran premio della montagna. Abbandonato da tutti è uscito di scena in silenzio, ma per molti di noi è ancora qui ed è ancora un esempio, nonostante chi cerca di screditare, puntare il dito, fare del male, a me piace ricordarlo con la sua bandana a sbaragliare e lasciarsi alle spalle gli avversari. La sua fragilità era anche la sua forza, non dimentichiamolo quando ci perdiamo e rimaniamo soli. Non dovremmo mai vergognarcene.