Giochi di luce

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Giochi di luce,
raggi che entrano nella sua stanzetta.
E ogni tanto vedo il tuo sguardo perdersi,
come se avessi paura.
E a me che non sembra sia possibile
Perché nessuna meglio di te potrebbe farlo meglio,
regalare una vita, nutrirla, difenderla.
Giochi di luce,
perché anche noi che siamo grandi abbiamo paura del buio.
E quando anche il mio sguardo,
si perde nell’ultimo raggio di sole.
Penso a quanto io sia stato fortunato,
a incontrarti,
e costruire tutto un mondo che sembrava essersi perso.
E quanto è difficile iniziare a capire che cambierà tutto.
Che noi non saremo più gli stessi,
quando lei sarà qui.
Perché forse in quel momento avremo voglia di piangere,
perché solo la gioia più inspiegabile può farlo.
E sarà come quando un raggio di sole incontra una lacrima,
e sulle pareti di questa stanzetta nasceranno da sé,
i più bei giochi di luce che la vita ci poteva regalare.

“Come si fa il latte della mamma?” di Amelia Tipaldi e Carlotta Passarini

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“Come si fa il latte della mamma” é un albo illustrato essenziale per le neo mamme, racconta quanto sia importante l’allattamento del proprio bambino e quanto possa aiutare nella crescita del neonato. L’autrice del testo è Amelia Tipaldi, ingegnere, mamma di tre bambini e consulente alla pari per l’allattamento, mentre le splendide illustrazioni sono opera della bravissima illustratrice a Carlotta Passarini. Edito da Il Leone Verde piccoli, questo libro è già un successo. Una storia nata sul blob “mamma, raccontami una storia” e che diventa un veicolo per sensibilizzare le mamme a riscoprire la tecnica naturale dell’allattamento, anche di fronte a un mercato che propone diverse soluzioni artificiali, ma che mai potranno avere lo stesso valore del latte materno. Per questo è importante scoprire “Come si fa il latte della mamma”.

L’era dei commenti

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Viviamo nell’era dei commenti. Tonnellate di pensieri non richiesti gettati con odio su tutte le piattaforme socia. Partiamo tutti dallo stesso presupposto: che a qualcuno interessino. Ma la verità è che il complesso sistema che noi chiamiamo rete fagocita anche le nostre identità, trasformandole in semplici target per promotori pubblicitari. Il meccanismo è semplice: individua le caratteristiche del potenziale acquirente e vendigli tutto quello che può servirgli. Anche qui si apre un mondo. Quello che ci serve è quello che ci viene proposto come necessità, anche quando non lo è affatto. Nascono così mode ad hoc, fenomeno da imitare, il sistema va ben oltre gli influencer. Loro non sono che pedine in un gioco troppo più grande di loro. Sembra il Grande Fratello, direte. Ma questo lo sapevamo già. E non ci preoccupa nemmeno poi molto di essere diventati solo dei clienti a cui vendere qualsiasi cosa, a patto che ci lascino la libertà di esprimere una “libera opinione”. Anche quando questa non ha alcun valore e nessuno sarà interessato ad ascoltarla. Così la conoscenza viene soppiantata da Google, i ricordi da troppe fotografie. E si finisce per perdere la cosa più importante: la nostra identità. Quella vera, non quella dei social.

Bourne Affaire di Robert Ludlum – Eric Van Lustbader

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Bourne Affaire di Eric Van Lustbader, l’autore che ha proseguito la saga ideata da Robert Ludlum, è un thriller che sfocia nel romanzo di avventura. Bourne è sempre un personaggio affascinante e in questa avventura si ritrova nel bel mezzo di un intrigo internazionale che ha per attori Nsa, Cia, mafia russa. Al centro un potente virus informatico che sta per essere messo all’asta tra le realtà più oscure del mondo. Dal Corno d’Africa agli Stati Uniti, fino alla Russia, in una corsa contro il tempo per fermare l’asta. Bourne e Mala creano una strana affinità, mentre spie e agenti seguono le loro mosse. Il progetto Bourne sta per essere attivato e solo Bourne sembra possedere la chiave che il suo amico Karpov gli ha lasciato prima di morire. Un romanzo non proprio originale, ma sicuramente avvolgente e leggibile.
#bourneaffair

Proprio come le maree

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La luna influenza il mare. Basterebbe questo per guardarla con un certo rispetto, ma in fondo non credo che sia questo che desidera. Lei è poesia, sogno, ma anche malinconia. É quel velo di mistero, perché sappiamo che nasconde qualcosa. Ma non possiamo non continuare a credere in lei, che possa ascoltarci quando abbiamo paura e tutto sembra più difficile. Che sappia capirci, come un’amica paziente, pronta a sbronzarsi con noi fino all’alba, quando tutto sembra più chiaro. Anche dentro di noi. Ma non è sempre positiva, la sua influenza. Spesso sa rivelare il nostro lato più oscuro, che, come lei, tutti abbiamo. Ma per chi ama il mare è normale, subirne il fascino. Lasciarci andare e seguirla, per poi tornare indietro. Proprio come le maree.

Perdere l’equilibrio

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Un filo che corre da lato a lato, attorno spalti pieno, dentro a un contenitore colorato. E io che metto un piede davanti all’altro, in bilico. Le risate e i sospiri mi deconcentrano. Ma devo proseguire, perché non vi è alcuna rete a difendermi dagli errori. L’equilibrio è qualcosa di relativo, quando anche solo un respiro può fartelo perdere. Perché io bisogno di aria. E i miei silenzi non dureranno abbastanza. Quando arriva il momento della tua esibizione, tutto si ferma, ma non il cuore, lui impazzisce. Sono a metà del filo, il mio peso mi spinge più in basso. E ora tocca risalire. Un altro passo. Una goccia di sudore sta per scivolare giù dalla fronte. Basta così poco per perdere l’equilibrio.

Il giorno zero

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Il giorno zero è quel momento in cui tutto ritorna al punto di partenza. Quell’attimo in cui la tua mente torna in quell’esatto punto in cui tutto è cambiato. La vita è formata da una serie di eventi, casualità, scelte, ma uno di questi fattori determina la chiave di svolta ed è quella a cui pensiamo quando vogliamo fare il punto della situazione. Ma facciamo un passo indietro. In genere si riparte da zero dopo grandi delusioni o periodi difficili, a seguito del quale si ha bisogno di resettare tutto e provare a rimettere tutto in discussione. Da quel momento in poi è come trovarsi davanti a uno scambio, lasciare per sempre i binari per intraprendere un nuovo tragitto. Eccolo, il giorno zero. Quello sarà il momento a cui tornerà la mente per ripercorrere gli ultimi avvenimenti o quando questa nuova strada porta in un vicolo cieco e abbiamo bisogno di tornare indietro per capire dove abbiamo sbagliato. Sembra un percorso difficile eppure è quello che facciamo tutti i santi giorni e su diverse cose. Il nostro è un cervello complesso, difficilmente siamo in grado di capire le sue strategie, quello che possiamo fare e cercare di capire gli eventi che in qualche modo ci cambiano e che non potremo mai davvero tornare al momento prima in cui siamo cambiati. Per quanto ci si possa sforzare quel fenomeno è inevitabile. Cambiamo ogni giorno. Ogni momento può essere ed è il giorno zero. Ogni momento può essere ed è quello giusto per ripartire.

Perdonami

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Perdonami. E lo dico a me stesso, quando mi ingozzavo di cibo fino a star male e quando smettevo di farlo per giorni, per punirmi di non essere ciò che avrei voluto. Il male di vivere spesso si nasconde nelle cose più insignificanti. Ed è sempre complesso rendersene conto, ci vorrebbe una grande osservazione di se stessi e nessuno di noi ne ha le armi, soprattutto quando si è ancora piccoli. Quando si osserva dai bordi del campo il proprio compagno di squadra essere atletico e velocissimo col pallone. Quando si sceglie di rimanere in panchina perché non ci si ritiene in grado di fare altrettanto. Quando è il campo a condannarti alla panchina. Quando sono gli altri a fartelo notare. Quello che nessuno dice mai è che fa male. Molto male. E quello che nessuno ti dirà mai è che dal non riuscire ad accettarsi se ne esce con molta fatica e tanto coraggio. E questo non tutti riescono a trovarlo. Molti rimangono ombre. Immagini riflesse e deformate, sogni che rimangono a metà. Quando ci penso non posso che dirmi una cosa: perdonami. Per quello che hai dovuto patire per reagire a tutto. Costruirti l’aggressività necessaria per non farti calpestare, crearti la rabbia come combustibile per reagire alle ingiustizie della vita, per averti costretto a fare tue le disillusioni, perché così saresti più capace di non farti travolgere. E poi per aver avuto pazienza, perché aver tenuto in tutto questo l’anima a riparo da tutto, pronta a riprendersi il suo posto, facendola allenare duramente, perché potesse abbandonare la panchina e tornare in campo più forte di prima.

L’anticamera del fallimento

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A chi non è capitato di conoscere qualcuno che ha scritto un libro. Ormai è diventata la moda del momento. Un po’ perché i modi di pubblicare sono molti, un po’ perché l’esibizionismo è diventato un “must”. Mi chiedo tante volte se davvero ci siano ancora storie da raccontare. Da lettore mi capita ormai troppe volte di leggere libri che mi sembrano tutti uguali, tutti che partono con la presunzione di voler raccontare qualcosa di innovativo e poi scopri che è il solito formato trito e ritrito e già proposto in mille salse. C’è sempre una componente stilistica che può differenziare le proposte, ma resta il fatto che trovare una storia veramente originale sia quasi impossibile. La cosa forse più triste è quando riesci a identificare lo schema costruito a tavolino per emozionare, si tratta di una scelta oculata di eventi, parole e reazioni tali da portare il lettore a provare un certo tipo di emozione. Quelli bravi riescono a camuffare lo schema, altri, invece, cadono in pieno nel mostrare, oltre alla storia, il meccanismo. La verità è che non è affatto semplice risultare originali e forse non lo è nemmeno sentirsi tali, in un mondo in cui ognuno di noi vorrebbe essere qualcun altro. In cui quello che mostri, quasi sempre è diverso da ciò che sei. E chissà che non sia proprio per questo che tutti vorrebbero scrivere un libro: per raccontare ciò che si vorrebbe essere davvero. Anche se questa può essere l’anticamera di un fallimento.

Canzoni scritte al bar

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Canzoni scritte al bar, al riparo da occhi indiscreti. Io non ero solo, mai con le mie parole. La musica in sottofondo. Qualcuno ordina un caffè, il mio era sempre già freddo. Una donna osserva il suo cellulare, come in attesa di un messaggio che non arriverà. La ricerca di una rima, poco prima che fuori iniziasse a piovere. E di scoprire che avevo dimenticato l’ombrello un’altra volta. Consapevole che camminare sotto la pioggia mi avrebbe fatto sentire vivo. La barista mi osserva, chissà cosa pensa. Ogni tanto guarda fuori dalla vetrina, forse in attesa di qualcuno che non è ancora arrivato. Forse immagina un mondo diverso da questo, di sposare quell’uomo sfuggente, di fare un figlio con lui. E magari tornerà a casa da sola. Come ogni sera. Queste sono le canzoni che nascono in un bar e che mi racconto poco prima di andare a dormire.