Il megafono dei pifferai

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Credo che la libertà vada difesa, sempre.
Pertanto credo che chi ritenga l’attacco di Washington una difesa della libertà, sbagli.
Allo stesso tempo, ritengo che Zuckemberg bloccando Trump solo adesso (e adesso anche Twitter), sbagli. Non dovrebbe essere lui a farlo. Se davvero esistesse quel fantomatico “controllo” che molti temono, mi domando come possa essere stata organizzata e orchestrata una sommossa come quella di #CapitolHill. Quindi non parlatemi di ribelli, era una manifestazione di pecoroni, esattamente come tante altre.
Credo che il mondo stia vivendo un pessimo momento, per l’ambiente, per la salute, per la sicurezza e quindi la pace, per l’economia. E modificate con l’ordine di priorità questo elenco che ritenete più adatto.
Credo che i Social vengano usati male. Potrebbero essere una grande risorsa, ma finiscono per diventare un megafono senza contradditorio per pifferai magici. E Trump é solo uno dei tanti esempi.

Fiction o revisione storica?

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Nel mio primo romanzo, #lequazione, raccontavo di un attacco al sistema, da parte di un gruppo di personaggi influenti economicamente, Dhk,  il cui fine era sovvertire l’equilibrio politico ed economico del cosiddetto “Nuovo Ordine Mondiale”.

La storia continuava nel secondo romanzo, #LaMacchinadelSilenzio, in cui, viene creata una macchina in grado di anticipare il pensiero degli esseri umani un attimo primo di essere processato dal cervello. La reazione veniva bloccata al livello dell’Amigdala. Questo avrebbe portato a cancellare il libero arbitrio. E sarebbe accaduto con un sistema assimilabile a un virus.

La tesi era chiaramente complottistica, né più, né meno di tanti altri thriller presenti sul mercato, scritti anche da penne più importanti della mia. Tuttavia quello che è accaduto negli ultimi anni ha decisamente superato quello che sarebbe accaduto nel terzo romanzo (non pubblicato da C.E. , ma in corso di pubblicazione sul web con lo pseudonimo di #labirinto).

Da allora abbiamo visto lo sviluppo del gruppo denominato Isis, o Daesh, il terrore, mediatico, crudele, “in diretta”.

Abbiamo “assistito” al presunto annientamento di questo gruppo.

Abbiamo visto andare al potere di uno degli stati più influenti del mondo uno strano personaggio politico. Abbiamo visto gli equilibri politici sociali e politici cambiare. Parliamo degli Stati Uniti.

Abbiamo visto un conflitto commerciale per lo sviluppo di tecnologia avanzata proveniente dal mondo asiatico, tecnologia non vista di buon occhio per il rischio di furto e controllo di informazioni.

Abbiamo visto da vicino il rischio di una guerra. Penso alla Corea del Nord.

I più grandi sanno che questo era già accaduto durante la Guerra Fredda.

Infatti, cambiano gli equilibri tra i paesi più influenti, comprese le nuove economie. Usa, Russia, Cina, Medioriente, una parte, almeno. E di tutti quei paesi che gravitano attorno a loro.

Ma la situazione si calma.

Poi, in una zona remota della Cina compare un virus. Qualcosa si simile a un’influenza, ma ad alto potere virale, che provoca gravi complicazioni a livello polmonare.

Fonti più o meno attendibili racconteranno che un laboratorio poco lontano erano stati svolte sperimentazioni proprio su quel tipo di virus. Le notizie ufficiali parlano, però, di virus mutato da animale, pipistrello, a uomo.

Quello che accade è lo sviluppo di quel virus in tutto il mondo fino a diventare una Pandemia, che provoca il collasso delle strutture sanitarie di tutti i paesi, a causa delle complicazioni del virus. E provoca morti, tanti morti. Perché la cura non esiste. La gente viene costretta a rimanere chiusa in casa. A non avere rapporti con altre persone per evitare il contagio.

Abbiamo visto lo sviluppo resosi necessario della tecnologia fondamentale per comunicare a distanza e una nuova e fondamentale elezione proprio negli Stati Uniti, il cui esito è ancora oggetto di battaglie legali.

Ma che sembra condurre al ripristino della situazione politica originaria.

Abbiamo visto la produzione da parte di più soggetti di un vaccino per fermare la Pandemia e l’insorgere di una grande parte dell’opinione pubblica contraria a farsi somministrare il vaccino.

Per tornare a ciò che avrei scritto in un terzo romanzo, avrei usato l’analogia con quanto accaduto durante il terzo Reich. La situazione ipotizzata nel secondo romanzo portava a una rete di controllo da parte di un soggetto ombra, un regime, che, grazie alla tecnologia sviluppata, permetteva di gestire intere popolazioni.

Ma il sistema avrebbe aveto un’anomalia. Non tutti sarebbero stati controllabili dal sistema. Alcuni soggetti sarebbero stati inseriti in liste di soppressione per eliminare completamente ogni forma di opposizione.

Nel terzo Reich la gran parte della popolazione non era nemmeno a conoscenza della “soluzione finale”, ma viveva in un mondo apparentemente “perfetto”, costruito dalla propaganda di regime. In quel caso la guerra portó il Regime alla sconfitta. Da quel momento in poi la storia intera subì diverse rivisitazioni, alcune delle quali raccontavano un mondo privo di Campi di concentramento, così come altre hanno taciuto l’esistenza dei Gulag russi, il cui scopo era esattamente lo stesso.

Tutta questa divagazione per dire che la storia è relativa. La scrive chi vince.

Ma quello che vi ho raccontato è un parallelismo tra una storia di fiction, scritta da me e la cronaca, ovvero un’altra storia che per quanto ne so potrebbe essere in buona parte un’altra fiction.

In tutto questo ci siamo noi. Quello che sappiamo, quello che non sapremo mai.
C’è che in questa scacchiera noi siamo quelli che hanno perso un anno della propria vita.
C’è che il nostro pensiero sembra contare nulla, che sia una tesi di giustizia, di complotto, di reazione, di assoggettamento, di rispetto delle regole, di comprensione di uno stato di emergenza dovuto alla Pandemia.
Il mondo è governato
da gruppi di potere, legate alla politica, alle correnti, agli equilibri economici e sociali. Nella storia del mondo è sempre stato così. La propaganda ha da sempre utilizzato le risorse disponibili in quel momento. Non è una novità, così come non lo è chi si improvvisa revisore della storia, anche loro fanno parte della narrazione voluta. Anche quelli come me che scrivono storie che vogliono essere alternative, anche quando probabilmente raccontano una buona parte di una realtà, a cui nessuno crederebbe mai. Nemmeno a posteriori.

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Parliamo di Dad, didattica a distanza

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Ma parliamo di Dad, didattica a distanza.
Continuo a leggere articoli il cui senso è “è stato tempo perso”. In questi mesi ho potuto vedere da vicino il dietro le quinte della Dad, come sapete Anna è un’insegnante delle scuole superiori. Ho visto tenere vivo il corso con dedizione e passione per l’insegnamento e volontà di dare un contributo serio nello sviluppo della preparazione dei ragazzi. Partiamo dal presupposto che la dotazione informatica partiva già da un buon livello, cosa che non si è potuta sempre dire per le scuole, comprensivamente non pronte a gestire un traffico dati così importante, parlo del traffico dati necessario per garantire videoconferenze per tutte le classi. Ma questo è un altro tema, di gestione, così come i trasporti. La Dad è stata affidata alle singole competenze e risorse dei singoli insegnanti. Non si può pertanto condannare chi non era nelle disponibilità di competenze e risorse informatiche tali da gestire questo tipo di comunicazione. Tanto meno Regioni e Ministeri, a meno che non lo si voglia fare per la gestione priva di lungimiranza degli ultimi venti anni. E qui ci sarebbe molto da dire. Ma torniamo alla Dad, ho visto dei ragazzi seguiti, che hanno ricevuto contenuti inediti, informazioni in tempo reale, sostegno. Cosa difficilmente replicabile con classi divise tra presenza e distanza. Troppa confusione nelle scelte, troppe liti politiche, che per poltrone, capitalizzazione dei consensi, voglia di spartire i soldi dei finanziamenti europei, che gratis non sono, passano sulle vite dei ragazzi. Questa non è politica, non fa venire voglia di andare a votare, ma anzi. Il futuro non si costruisce con gli slogan, ma con i fatti. Ma esperti in slogan ce ne sono fin troppi. Servono fatti e chi li sa mettere in pratica per risolvere problemi. E non per crearne di nuovi.

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Il pippone di fine anno

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Ultimo giorno del 2020. In genere a questo punto dell’anno ho già scritto il mio pippone, immancabile come quello di Mattarella, ma questa volta arrivo agli sgoccioli. Un anno difficile, senza girarci tanto attorno. Ma, onestamente, di polemiche in giro se ne sentono fin troppe. E per la maggior parte, inutili. Quindi per il domani vorrei solo che si pensasse alla risposta a questa domanda: finito o ridotto il tema Covid, che si fa? Cosa possiamo progettare oggi, perché domani ci sia davvero una rinascita? Io penso a questo. Ed è un pensiero che ritengo importante, aldilà delle chiacchiere da bar o da social, che ormai non si differenziano granché. Io mi concentrei sul pensare al domani dalla prospettiva che questo mondo ci propone. È un mondo ormai diverso, anche solo da un anno fa. Forse anche le sfide che ci attendono sono diverse. Questa confusione credo che svanirà e solo allora tutto risulterà più chiaro, ma a mio avviso è proprio nell’emergenza che si deve iniziare a pianificare come ridurre i rischi, quando tutto sarà più tranquillo. E così, via. Detto questo, non posso che fare i miei auguri che il nuovo anno ci faccia tornare a respirare senza mascherina. Che ci faccia tornare a guardare il mondo senza che gli occhiali si appannino. Che ci riporti alla normalità, insomma.
Il pippone termina qui, la linea torna allo studio, o a Mattarella, fate voi.  #buonanno

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#nextgeneration o #pastgeneration?

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Da ormai un po’ di anni la politica sembra vittima di un “nuovismo” misto a populismo che non son solo non ha nulla di innovativo, ma che sembra averci ricatapultati nella prima repubblica. Ex rottamatori, ex riformatori, ex leader, ex scambisti di ruoli a parlamento, ex comunisti padani statisti, sono tutti impegnati in un’unica missione: spartirsi i soldi europei (debiti, in realtà) per l’ennesima regalia da capitalizzare alle prossime europee. Un governo ormai latitante che non da i numeri, ma i colori. Un’emergenza gestita in modo improbabile e la mancanza di progetti seri fanno il resto. Continuo a chiedermi perché l’Italia debba essere sempre e solo la culla delle pretese senza mai fare un solo passo in avanti. Di chi con un piccolo potere è in grado di piegare anche solo l’illusione di poter cambiare qualcosa. Di innovare, per esempio. Di chi ha interesse a lasciare sempre tutto così com’è, perché solo così può giustificare la propria esistenza.
La politica dovrebbe servire a gestire fasi di cambiamento, non a spartirsi torte. Quella era la prima repubblica. Ma, era?
#pastgeneration

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Non sei sola

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Non sei sola.
Quando ti cerchi,
oltre il riflesso degli specchi.
E in una pagina bianca,
scopri che hai paura.
Anche se non lo ammetterai.
Non sei sola,
quando bruci il passato.
Che non può scomparire.
E giochi,
ma la più male.
L’amore è un soldato.
E sai che non sarai tu,
a perdere.
Ma ogni nuovo giorno,
é un ritmo,
una musica.
Che riscopre i tuoi occhi.
E così,  ora lo sai,
che non sei sola.

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Questa stupida pagina bianca

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Credo di non aver mai avuto la sindrome da foglio bianco, perché, in fondo, le idee non mi sono mai mancate. Ma il tempo cambia le prospettive, le sfuma. Così ho iniziato a chiedermi se quelle idee fossero davvero così giuste. Ed é successo perché vedevo intorno a me una realtà distorta. Mi sono chiesto se fossi io a sbagliare, quando per la prima volta presi un quattro su un tema da otto. E soltanto perché certe cose, diceva la professoressa democristiana, non si potevano dire. Quando la suora diceva agli altri bambini di non parlarmi perché i miei genitori erano separati. Quando il genio di turno mi diceva che non sarei mai arrivato a fare quello in cui credevo e che nella vita é più importante compiacere chi conta che portare avanti le proprie idee. Con il tempo ho iniziato a lasciare sempre più spesso i fogli bianchi, a stare zitto, fino a quando ho iniziato a sentire dentro un profondo senso di vuoto. E mi sentivo sempre più colpevole. Perché quando silenzi un’idea, sei anche tu il carnefice. Perché se non ci credi tu, non ci crederà mai nessun altro al posto tuo. E proprio quando avevo dimenticato di saper scrivere, ritrovai quel vecchio tema delle superiori. C’era quella rabbia di chi non vuole arrendersi, di chi non vuole abbassarsi alla logica del “tanto é così che va” e che se ne fotteva se avesse preso quattro, raccontava le cose per come andavano dette. A quella parte di me devo una spiegazione a tutto questo, a questa stupida pagina bianca.

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Io l’amore l’ho cantato

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Io, l’amore,

 l’ho cantato.

Insultato, poi cantato ancora.

L’ho urlato,

scritto sui muri abbandonati.

Inghiottito come un sorso di pessimo vino.

Vomitato da un palcoscenico.

Per amore, mi hanno deriso.

Perché chi lo raccontava,

era un perdente.

Io l’amore,

l’ho temuto.

Cercato.

E ne sono sfuggito.

Rincorrendo qualcosa che non conoscevo.

O qualcosa che credevo di conoscere.

Mentre continuavo a sbagliare.

Io l’amore, l’ho trovato.

Per caso,

tra le pagine di un libro con le pagine bianche.

Perché ogni amore ha le sue regole,

le sue parole.

I suoi silenzi.

Io l’amore,

l’ho cantato.

E non me ne sono mai pentito.

Né mai me ne sono vergognato.

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