Acume politico

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Caos politico per la proposta del candidato Di Maio di abbattere il rapporto tra deficit e Pil. A far notare la sua preoccupazione per i possibili risultati delle elezioni italiane é Moscovici, Commissario Affari Economici, in particolar modo per quanto concerne la legge elettorale attualmente in essere in Italia. Di Maio ha fatto un passo indietro chiedendo un chiarimento. Senza entrare nel merito delle dichiarazioni del candidato, forse occorre ricordare che per i paesi che fanno parte dell’Unione Europea ci sono delle regole, come quelle di un qualsiasi condominio, in cui gli interessi diventano in qualche modo comuni. Il tema della preoccupazione di Moscovici potrebbe essere però letto in un modo diverso, ovvero per una legge elettorale che fa intravedere solo un risultato: ingovernabilitá. Ovvero un altro governo “allargato”. E forse il problema sta proprio qui, all’UE è sempre stato bene l’assemblamento di centro destra  e centro sinistra degli ultimi governi italiani. Sono davvero sicuro che la situazione italiana lo preoccupi. Ma non tanto per le sparate elettorali, quanto per i numeri e soprattutto la volontà dei cinque stelle di non volere alleanze. Ecco, se Di Maio avesse un po’ di acume politico nemmeno prenderebbe in considerazione questo caos, che poi è la politica stessa.

Le parole sono importanti

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Qualcuno diceva che le parole sono importanti. E io credo sia così. Se per suscitare il consenso si rende necessario utilizzate concetti come “razza bianca” (poi ricondotta a lapsus, il che è pure peggio) o “invasione” si entra in un fenoneno preoccupante. E lo è ancora di più se l’utilizzo porta a crescite importanti nei risultati dei sondaggi. Si tratta di un sintomo grave, che andrebbe curato con una cultura seria. E invece si assiste quotidianamente ad aggressioni verbali nei confronti di chi il mestiere dell’accoglienza lo ha fatto suo. Vedi Boldrini. La cosa più curiosa è che se si va a leggere bene i messaggi lanciati ogni parte politica, questi parlano di regolamentazione.  Aldilà dei termini credo che quella che stiamo vivendo sia una fase storica difficile, pericolosa e senza ombra di dubbio di cambiamento. A dimostrarlo è forse anche la paura di questa classe politica. E la confusione dei contenuti. Tutti vorrebbero dire tutto. Agli elettori non resta che muovere la testa da una parte all’altra, come spettatori di una improbabile partita di tennis. Fino a continuare scuoterla anche a partita finita. Perché le parole saranno anche importanti, ma spesso lo sono più i fatti. Basta davvero qualche parola evocativa per riportare la storia nei suoi momenti più bui?

La scelta di Trump

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L’ultimo atto di Trump rappresenta una provocazione, da un punto di vista politico, ma soprattutto storico e culturale. La politica ormai sembra nutrirsi di questi personaggi che   sottovalutano la guerra, come si trattasse di un giocattolo elettorale. Una macchina del consenso. Ed è vero, non è certo la prima volta che accade. Ma nell’aria si sente un’aria sempre più pesante, un oscurantismo mascherato da diritto. Un gioco al ribasso dove la libertà è sacrificabile. Lo chiamano populismo, ma cosa lo differenzia dalla rabbia della gente che inneggiava al boia, a una giustizia sommaria e violenta? Il rinascimento è arrivato a seguito di un medioevo fin troppo lungo, un periodo che ogni uomo pensava di essersi lasciato alle spalle. Ma la storia è ciclica, così quei simboli di morte sono tornati tante volte a riaffacciarsi sotto forma di democrazia sociale. Simboli che oggi si riescono quasi a respirare. Spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme, però, riapre ferite ancestrali. Qualcosa per cui il mondo ha già versato fin troppo sangue. Trump ha usato una simbologia forte, che fa paura, molto più di quella usata da feroci dittatori. Scava nella genesi di un conflitto, non per evitarlo, ma per provocare. Alla politica di oggi sembra essere rimasta solo questo, provocare, come unico strumento. Agire sulle paure, le ferite. La rabbia. E chissà se domani saremo ancora dietro a un monitor a inneggiare a una giustizia sanguinaria, come popolani vestiti di stracci, a urlare ai bordi del patibolo. Gli uomini hanno bisogno del sangue, per sentirsi soddisfatti. Trump e suoi lo sanno, ma tutti siamo troppo occupati a sentirci liberi.

Intervista a Elena Piastra, giovane assessore all’innovazione della Città di Settimo Torinese

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La politica è un’arte e come tale è giusto affrontarla. Ci sono confini sfocati, tecniche da utilizzare e spesso chiaro-scuri a noi incomprensibili. L’attuale situazione politica italiana deriva sia dalla storia del nostro paese, sia dall’attualità che abbiamo imparato a conoscere e che spesso ha superato la nostra immaginazione. Nel bel mezzo di una crisi economica, ma che di valori e principi, il nostro paese sta cercando la strada giusta. In 150 anni di storia il nostro paese ha superato guerre e tensioni di ogni genere, perdendo sempre un po’ di sé o, semplicemente, non crescendo mai davvero, così tra intrighi, giochi sporchi e inquietanti connubi tra politica ed economia siamo giunti ai giorni nostri e questa crisi. Proprio in questo momento è importante capire cosa sta accadendo, quali sono le idee della politica per creare un’Italia nuova, con una coscienza. Ed è proprio per questo che abbiamo deciso di porre alcune domande a un giovane politico italiano con idee e voglia di fare: Elena Piastra, assessore all’innovazione della città di Settimo Torinese, una realtà con origini antiche, prima città delle penne, poi dell’industria e che ora apre il suo universo alla cultura, anche grazie alla nuova biblioteca multimediale. Il suo curriculum lascia trasparire l’attitudine al lavoro e all’impegno: da barista a professoressa di scuola superiore e ora concreta speranza di una nuova politica.

1. Quali sono le idee vincenti per trasformare la politica vecchia e stanca che ha portato il nostro paese a questa crisi di idee e valori?

Non so quali idee possano essere vincenti, ma intanto credo che occorra avere idee. Nel senso che occorre pensare a un modo nuovo per risolvere un problema vecchio, occorre fare ipotesi, creare relazioni tra la situazione reale e tra ciò che si potrebbe fare, alle volte anche con ciò che già si fa, magari in altri Paesi che non siano il nostro. Intendo dire che alle volte ho la sensazione che la politica italiana (intendo quella dei vertici) sia rappresentata da una massa informe di persone, riunite nello stesso luogo, prive di idee, di voglia di pensare, di proporre prospettive nuove.

2. Come interpreti gli effetti di questa crisi sul nostro paese e sul resto del mondo?

Gli effetti sono ancora poco interpretabili. Per adesso siamo nella fase in cui il sistema economico esistente continua a riprodursi (ad esempio molte aziende continuano a delocalizzare). Non so dirti se la crisi contemporanea sia capace di creare una frattura tale da far cambiare rotta. Io spero che in primis si riesca a favorire un sistema di flessibilità lavorativa più sicura che, anche in una realtà di lavoro completamente cambiata, riesca a garantire una vita accettabile. Certo non intendo dire che occorra rinunciare a diritti acquisiti nel passato, ma temo che la politica, e il sindacato, troppo spesso si arrocchi nella tutela di diritti esistenti che rischiano di diventare privilegi se non si riesce a garantire anche le nuove tipologie contrattuali (mi riferisco in modo particolare alle tante discussioni sull’art. 18).

3. Ritieni siano più valide le idee di Veltroni o di Renzi? A chi dei due ti ritieni più vicina?

Non mi sento vicina a nessuno dei due. Ma, come nel migliore spirito pluralista del mio partito, temo alcuni aspetti dell’uno e dell’altro. Intanto di Renzi mi preoccupa il culto del singolo, questa politica figlia del “berlusconismo” che crede che le idee e il partito che le rappresenta siano un’appendice del leader. Io credo ancora che le persone abbiano bisogno di riconoscersi nelle idee ancora prima che nella persona, credo che l’appartenere a uno schieramento serva per ricordare anche a se stessi gli obiettivi, credo inoltre che si tratti di un partito reale, fatto di tante storie che non è sempre facile far convivere (non penso cioè che in Italia sia realizzabile quel modello bipolare tanto caro a Veltroni). Credo inoltre che, e in questo ha davvero ragione Renzi, non si possa più usare un vecchio modo di far politica, quella chiusa in se stessa che decide di sé e delle poltrone, ma che occorre usare i nuovi media, che sia utile farsi intervistare mentre si cammina per Firenze e si salutano i propri cittadini, che sia persino importante fare i convegni in stazione. Credo però che la politica sia anche onestà, anche con se stessi, oltre che con gli elettori e che parlare di “rottamare il vecchio”, quando il mio essere in politica è frutto di quel sistema sia poco corretto; inoltre, far politica vuol dire anche imparare il sistema, l’organizzazione, le regole, e per far questo occorre qualcuno che mostri il metodo (metodo modificabile certo, ma intanto devi impararlo). Dire che il vecchio fa schifo e va distrutto è accettare anche quella visione della politica marcia che tanto va per la maggiore: bisogna tutelare, difendere ciò che di buono la politica, le politiche (intendendo i vari livelli, dal locale al nazionale) hanno fatto. La demagogia mi ha sempre fatto paura.

4. Innovazione: Come la cultura può e deve aiutare il processo di innovazione in un paese che spende poco e male in istruzione?

La cultura è la parte fondamentale di uno stato (intendo con cultura non l’intelligenza isolata dal resto del sistema, ma le varie forme del far cultura, dalla cultura del lavoro a quella della sicurezza, a quella dell’ integrazione, a quella dell’utilizzo delle risorse…). Il fatto che da anni si investa così poco nella scuola è, secondo me, la prima causa della grande difficoltà che il nostro Paese affronta. La scuola è il luogo dove vengono veicolate le vere informazioni sulla società in cui vivi. Noi abbiamo un sistema scolastico che non riesce a garantire alcun diritto: classi troppo numerose, allievi stranieri che non riescono ad avere percorsi preferenziali, alcune difficoltà non gestite (mi riferisco al tema della dislessia e disgrafia in modo particolare e alle varie disabilità in generale). È una scuola che si affida totalmente alla volontà e alla capacità (peraltro non valutata nel corso del tempo) dell’insegnante. Un’università che quest’anno ha visto tagliare in modo clamoroso in diritto allo studio, che chiede una fideiussione bancaria ai figli degli immigrati.

5. Secondo te la diffusione della tecnologia ha in qualche modo diminuito le capacità di apprendimento dei giovani?

Affatto. Questa è una vecchia storia. Da quando si sosteneva che la scrittura avrebbe deteriorato la capacità di ricordare e memorizzare, al passaggio su altri metodi di scrittura (dalla macchina da scrivere, al computer), si è sempre tentati dal pensare che la nostra capacità cognitiva venga limitata dallo sviluppo tecnologico. Io credo invece che stia cambiando profondamente il modo di pensare, credo che i giovani siano più abituati di me a cogliere l’essenziale di un discorso e l’intero processo cognitivo stia subendo dei cambiamenti importanti. Molti di questi cambiamenti non sono ancora prevedibili: sicuramente occorrerà a breve adattare e modificare i sistemi di spiegazione in classe, perché stanno cambiando i metodi di apprendimento. Immagina cosa vuol dire scrivere un testo oggi: si taglia, si copia, si elimina, quasi nulla del processo di costruzione rimane sul foglio, si perde quella che era la ricorsività, la possibilità di tornare indietro tipica dello scritto, di ricontrollare. La scrittura su computer è a metà tra le caratteristiche dell’orale e quelle dello scritto che ci insegnavano a scuola. Non parlerei quindi mai di impoverimento, ma di radicale cambiamento. 6. La semplificazione della comunicazione, grazie ai meccanismi multimediali (Face book, Youtube) mette a rischio lo sviluppo dei ragazzi? Secondo te, ne comprendono i rischi? Anche in questo caso, non sono d’accordo con chi sostiene che la lingua si stia impoverendo. La lingua sta cambiando: sta introducendo strutture nuove e ne sta perdendo altre, come d’altronde fa da sempre… La velocità della scrittura sui social media la rende molto vicina all’orale, dove le regole della grammatica e le scelte lessicali sono molto meno ferree. Questo spiega, secondo me, la semplificazione lessicale. Il bisogno di scrivere velocemente spiega anche le frequentissime abbreviazioni (xkè, +, ;-)…). Una sorta di lingua dattilografata… Se si vuole, il problema è che spesso i ragazzi sono così abituati a scrivere in quel modo che alle volte dimenticano di essere in classe e continuano ad usare la medesima lingua degli sms…ma in tal caso verranno corretti, esattamente come quando fanno un errore ortografico (d’altronde quante volte a noi, vecchia generazione, hanno detto: stai scrivendo, non parlando…questa frase non si scrive così).

7. Politica-Media: Quanto è importante la rete e come può condizionare la politica?

La rete, per UN politico, è fondamentale, almeno nella fase di “propaganda politica”. È un megafono formidabile: un tweet può raggiungere un numero impressionante di persone (non credo esista un politico senza profilo facebook, molti organizzano blog). Ma il rapporto tra la rete e la politica è un tema molto importante, con il quale sarà doveroso confrontarsi a breve: sta cambiando il concetto di partecipazione democratica. Oggi la rete è usata soprattutto per amplificare, per portare le opinioni a più persone e in tal senso è usata dai cittadini soprattutto per fare segnalazioni, per criticare il sistema. Secondo me è sintomatico, perché è l’esito di un’idea di politica che non risponde alle richieste, immobile, da pungolare. Tuttavia, questo è ancora un vecchio sistema di partecipazione, attraverso mezzi moderni: è credere che scrivere sull’indirizzo fb del comune sia partecipare alla vita politica, credere che criticare o sostenere con una tag faccia la differenza: questa visione è vecchia e mi preoccupa. Partecipazione democratica non è dire la propria. È partecipare laddove le cose si cambiano, nei centri del potere. Altrimenti rischiamo di passare il nostro tempo a scrivere commenti senza capire che le scelte reali si fanno altrove. Significa arrivare a presentarsi come soluzione alternativa perché nuova (apparentemente nuova, perché usa mezzi nuovi) come è successo al partito pirata tedesco, per poi non sapere cosa significhi amministrare davvero e non avere proposte realizzabili. Io credo in un sistema diverso: certo non tutti sono tenuti a provare a far politica in modo diretto, ma credo in un sistema in cui il cittadino non propone solo il problema alla classe politica, ma è parte vera della comunità e offre anche la soluzione possibile: offrire soluzioni significa tentare di comprendere la macchina amministrativa e capirla al punto di saper elaborare soluzioni reali. Nelle soluzioni proposte dal cittadino, si intravede il valore della classe politica (nella capacità di confronto, di apertura).

Ringrazio l’assessore Elena Piastra per avermi gentilmente concesso questa intervista.