Lacrima, guardati

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Guardati.
Il vento muove i capelli,
mentre il sole, annega.
Non saranno i colori,
a salvare quella lacrima,
silenziosa e inaspettata.
Che brucia sulla pelle.
Che segna e fa rumore.
Che insegna e dimentica.
No, non sei più la stessa.
Ogni tua immagine è svanita,
ogni istante, scivolato via.
Scandito da un tempo feroce.
Guardati,
Il suono del vento,
rompe il silenzio.
Ma alcune parole,
restano lì.
Appese a quel cielo,
distratto,
indifferente.
Che riflettono uno sguardo,
di un tempo,
che nessuna musica racconta più.
Lacrima, guardati.
Se anche ti perdessi in quel mare,
un giorno ti ritroveresti.
Ora, vai.
E abbi cura di te.

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Settembre

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Fuori piove e sembra già inverno. Non posso dire che faccia freddo, ma l’estate sembra ormai già lontana. All’orizzonte ci sono tante novità e tante cose da fare. A volte sembra che settembre sia il luogo dei bilanci molto più che Capodanno. Sarà perché lo si associa sempre al ritorno a scuola dopo le vacanze. Quel momento in bilico tra passato e presente. Un limbo di sensazioni che non riescono ancora a esprimersi, ma che lo faranno presto. Nel frattempo inizio a leggere un nuovo libro. E poi, vedremo.

#Labirinto – #Ep10

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Fabio sentiva la mancanza dell’aria. Ma non era l’unica cosa che riusciva a percepire. Sentiva l’avvicinarsi della paura, il fattore scatenante di un’altra crisi. Ogni passo lo immergeva sempre di più nel buio. Il tunnel sembrava non finire mai. All’inizio Fabio aveva creduto fosse la soluzione migliore e probabilmente era così, perché in quel momento sicuramente il bosco in cui si era nascosto era stato dato alle fiamme e quel tunnel rappresentava la sua unica salvezza. Cercava di non voltarsi, di mantenere uno stato di calma, anche se sentiva un rumore sordo provenire dal luogo da cui era scappato. Sembrava il suono di un fiume in piena. Che si avvicinava velocemente. Ma non aveva tempo per riflettere, la sindrome dello spettro autistico di cui soffriva era come una bomba a orologeria per lui in quella situazione di stress. Il rumore sordo aumentava istante dopo istante, fino ad assomigliare sempre di un più a un rombo assordante. Iniziò a correre, ma sapeva di essere troppo lento, perché doveva orientarsi nel buio a tentoni. Il rombo era fortissimo, di qualsiasi cosa si trattasse lo stava per raggiungere. All’improvviso colpì qualcosa che non gli permise di proseguire la corsa. Il tunnel terminava con un muro. Dall’alto vide il riflesso di una luce, che illuminò una scaletta arrugginita. La vide un attimo prima che un fiume in piena raggiungesse il punto in cui si trovava. Dall’altra parte del tunnel i suoi inseguitori aveva deviato corso d’acqua che attraversava il bosco. 

Davide stava per svegliarsi. Il primario aveva dato istruzione sul blocco dei macchinari che lo tenevano in vita. 

L’impero aveva completato l’operazione di ricondizionamento degli equilibri politici dei principali stati con elezioni pilotate e aveva dato mandato di arrestare tutti i soggetti che risultavano immuni all’influenza della Macchina del Silenzio. 

Simona era stata arrestata e con lei gli scagnozzi che l’avevano rapita.

Anche Monica era stata arrestata mentre stava cercando di scappare all’estero.

Il mandato di arresto venne diramato anche anche per Davide, ma era stato sospeso poiché la sua condanna era già stata emessa. Sarebbe morto a breve.

Fabio riapri gli occhi lentamente, cercò di muovere le articolazioni, che continuavano a fargli male. Si guardò intorno, era solo. Si ricordò in quell’istante di essere riuscito ad allontanarsi dal tunnel pochi istanti prima che l’ondata di piena lo strascinasse via.

Cercò nella sua memoria quale fosse il passo successivo da fare. La sua memoria era fenomenale come magazzino di informazioni, da qualche parte era sicuro di poter ritrovare l’immagine la mappa della città. Si ricordò perfettamente la strada per raggiungere l’ospedale in cui si trovava Davide. Era lo stesso che aveva visto nel gioco Second Life.

Si avvicinò il più possibile all’ospedale. Nessuno aveva dato troppa importanza alla sua presenza, nemmeno quelle che sembravano essere delle guardie.

Si soffermò a guardare le planimetrie del piano di emergenza del fabbricato che erano appese a uno dei muri. Attese che attorno a lui ci fosse un momento in cui il personale fosse ridotto al minimo nell’area della reception dell’ospedale e riuscì a sgattaiolare dall’altra parte del bancone e ad accedere a uno dei computer. Un’impiegata era impegnata in quel momento a dare indicazioni al parente di un paziente. Aveva solo pochissimi secondi per interrogare il database dei ricoverati nella struttura. Soltanto per una stanza non era indicato il nome del degente. Era un’informazione più che sufficiente. 

Si avviò verso le scale e salì al terzo piano. Vide alcune guardie stazionare nel corridoio. 

Sentì alcuni dottori parlare. Capì che stavano pianificando lo spegnimento dei macchinari di un degente. Il sangue gli si gelò nelle vene.

Si avvicinò alla stanza in cui immaginò di potesse trovare Davide e aprì la porta lentamente. 

Non si era sbagliato, vide un uomo con il volto pallido, magro, che attendeva il proprio momento sul letto anonimo dell’ospedale, privo di conoscenza.

Sentì dei rumori provenienti dall’esterno della stanza, immaginò che mancasse poco all’inizio della procedura di spegnimento dei macchinari. Si nascose dietro un armadio nel momento in cui sentì aprirsi la porta. Sentì le voci degli infermieri che sistemavano le flebo e che ragionavano sulle ultime valutazioni del caso. 

Fabio sentì crescere la voglia di piangere. Avrebbe voluto riuscire a parlare, chiedere di fermarsi, urlare, semmai, chiedere aiuto. Ma non riusciva a fare niente di tutto questo. Dentro di lui sapeva che lo avrebbe portato via e non poteva permetterlo. Gli tornò in mente uno dei discorsi che la sua mamma gli aveva fatto, ricordava le sue raccomandazioni, i suoi discorsi sul futuro, su quanto sarebbe stato bello. La sua promessa che avrebbero sempre parlato, per ore e ore, di tutto. Ma lui a parlare non ci era mai riuscito e non riusciva a dimenticare le espressioni della sua mamma, quella delusione che emergeva, latente, quando c’erano attorno altre famiglie, altre mamme che parlavano e ridevano con i propri figli. Quell’espressione di chi sapeva che a lei non sarebbe mai successo. Ricordava tutte le volte che l’aveva sentita piangere, da sola. 

Avrebbe voluto piangere anche lui in quel momento. Ma si trattenne e riuscì a non farlo.

Rimase in attesa. Si accorse che gli infermieri erano usciti momentaneamente dalla stanza. Si avvicinò al letto di Davide e iniziò a scuotergli il braccio. Non vide nessuna reazione. L’uomo sembrava lontano. Sapeva che nel gioco era riuscito a parlarci e in quel momento gli era sembrato vigile. 

Avrebbe voluto essere in grado di parlargli, ma era prigioniero della malattia che gli avevano diagnosticato. Stava per andar via, mesto, quando la sua mano sfiorò quella di Davide e sentì un timido movimento di quel corpo.

Steve Bannon arrestato, cosa vuol dire?

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Steve Bannon è stato arrestato per frode fiscale. Detto così potrebbe non interessare a nessuno, se non fosse che si tratta di uno stratega politico che ha mosso le pedine negli ultimi anni. È colui che ha lavorato alla campagna politivadi Trump, ma anche di diverse realtà politiche italiane, come Movimento Cinque Stelle e Lega. In poche parole è uno degli ispiratori dei movimenti “sovranista”, ma la domanda che lascio è questa, può essere un caso che questo stia accadendo a pochi mesi dalle elezioni presidenziali americane, in cui si giocherà, appunto, la riconferma di Trump? Potrebbe essere un indizio per capire che è in corso una rimodulazione degli equilibri politici e che il “sovranismo” non rappresenta più “la moda del momento”?

Phot by The New York Times

Ce n’è o non ce n’è “Coviddi”?

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Quando leggo le polemiche che riguardano l’uso delle mascherine, non posso che sentirmi sconfortato. Ma partiamo dal principio. La mascherina è un D.P.I., Dispositivo di Protezione Individuale, serve a mitigare i rischi di contagio in una fase delicata come quella che stiamo vivendo. Risolve il problema al cento per cento? Certo che no. Ma il suo utilizzo fa parte di un piano che prevede il distanziamento sociale come prima precauzione. Problema risolto? Ovviamente no, e non può che essere così quando si parla di mitigazione del rischio. Il tema delle polemiche va ben oltre, si nega l’esistenza del virus. In realtà il tormentone ormai noto “Non ce n’é Coviddi” nasce da una battuta di un cittadino fatta durante un’intervisita , utilizzata poi per colpevolizzare i più giovani, colpevoli, secondo i media, di far riprendere i contagi.
La gestione di un’emergenza come questa passa attraverso azioni reali volte a mantenere funzionale il sistema sanitario, nonostante la crisi. Ed è per questo che è necessario continuare ad attuare meccanismi di mitigazione del rischio di contagio. Con buona pace dei santoni, virologi super star in astinenza da telecamere, tuttologi.

Personalmente mi affascina poco il tema di apertura o chiusura delle discoteche, è un’attività che nasce come centro di aggregazione, trovo un controsenso il concetto di distanziamento in un luogo così. E capisco che ballare con la mascherina sia impensabile. Forse quel tipo di attività non doveva essere riaperta, per analogia con quanto fatto per i concerti.

Personalmente non penso che centinaia di persone che si svegliano e si alleano sui social per auto convincersi di qualcosa possano essere definiti “la vera informazione”. Penso che si debba ragionare con la propria testa, penso che molto giovani siano percettamente capaci di farlo, così come credo che faccia comodo pensare che non lo facciano.

Il tema importante in tutto questo marasma di problematiche resta l’apertura delle scuole, anche come indicazione sicura nei confronti dei più giovani. Per dare un segnale che la scuola è il pilastro sul quale si fonda la nostra società, non può e non deve essere percepita come qualcosa di meno importante del turismo, del commercio e addirittura del divertimento. Questo sarebbe l’errore più imperdonabile. Ed è già stato fatto. Da tutte le parti politiche.

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Vittima 2117, il nuovo romanzo di Jussi Adler Olsen

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#Vittima2117 é un thriller molto differente rispetto agli altri romanzi della serie #SezioneQ di Jussi adler Olsen, ma non per questo non meno affascinante. Il tema principale è il passato di uno dei personaggi più enignatici della serie: Assad. Un suo acerrimo nemico é tornato dal passato per portare a termine la sua vendetta. Il piano prevede un attentato terroristico in Germania, che coinvolge la famiglia di Assad. Il lettore assiste alla preparazione di questo attacco e contemporaneamente alle indagine per svelarlo, anche attraverso gli occhi di un giornalista, entrato suo maldrado in contatto con l’attentatore: Gaalib. A tratti il romanzo rallenta, come per dare il tempo al lettore di assimolare ogni scena e soprattutto i pensieri di Assad, che ne emerge completamente in modo diverso rispetto alle puntate precedenti. Ma non stupisce troppo. Il romanzo lascia in qualche modo spiazzati, perché fa riflettere su quello che sarà il futuro di Assad, ma anche di Carl, che anche in questo caso lo aiuta in un momento così difficile, mentre anche la sua vita sta per cambiare.

Ventuno mesi

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Ventuno mesi di noi, di momenti, di rincorse perché di ascoltare sembra tu non ne abbia minimamente intenzione. Di bagnetti al mare, di nanne tutti insieme. Di pianti in macchina perché nessuno riesce a recuperare il tuo ciuccio che hai violentemente sputato in luoghi dell’auto di cui non conoscevo l’esistenza e nell’unico tratto di autostrada in cui non ti puoi fermare nemmeno per sbaglio. Di camminate sotto il sole rovente perché ti sei addormentata in spiaggia e toglierti dal passeggino per salire su un qualsiasi mezzo di locomozione vorrebbe dire scatenare l’inferno. Siamo anche questo, momenti. È bello anche raccontare il backstage delle fotografie. Perché si sa, dietro ogni bella foto ci sono decine di scatti che nessuno vedrà mai.

#ventunomesi