Diciassette mesi

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Diciassette mesi fa stavamo correndo all’ospedale. Stavi per nascere. Dopo l’attesa, le paure, le incognite, stavi davvero arrivando. E noi sospesi, tra la vita che conoscevamo e quella che ci avresti regalato. Lo so, non è stato facile, farti venire al mondo non è stata una passeggiata per la mamma. E quell’attesa fuori dalla sala parto con te in braccio non potrò mai dimenticarla, cosí come il momento in cui ti ho portata nel carrellino dalla mamma, che era ancora in rianimazione. Si é illuminata. Ecco, forse la nostra storia inizia da lì, da quando la notte prima di andare a casa ti ho canticchiato una canzone che vorrei riuscire a ricordare. Era bella, come te. E ora il nostro mondo sei semplicemente tu.
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Il colore vero del mare

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Un luogo segreto è un luogo che non conosci mai davvero. É il tempo in cui hai lasciato i tuoi pensieri, in un giorno di pioggia. Perché i silenzi a volte fanno bene. E le belle frasi dipinte sui muri troppe volte non vogliono dire proprio niente. Abbiamo bisogno di dire, condividere. Esistere. E così ci perdiamo tutto. Il colore vero del mare, il suo odore. Distratti dai filtri dei nostri giorni, che lasciano di noi immagini distorte, distratte. Sembriamo in fuga, anche da noi stessi. Da quel luogo segreto, che si trova proprio dietro agli occhi.

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Un luogo segreto

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Un luogo segreto è un luogo che non conosci mai davvero. É il tempo in cui hai lasciato i tuoi pensieri, in un giorno di pioggia. Perché i silenzi a volte fanno bene. E le belle frasi dipinte sui muri troppe volte non vogliono dire proprio niente. Abbiamo bisogno di dire, condividere. Esistere. E così ci perdiamo tutto. Il colore vero del mare, il suo odore. Distratti dai filtri dei nostri giorni, che lasciano di noi immagini distorte, distratte. Sembriamo in fuga, anche da noi stessi. Da quel luogo segreto, che si trova proprio dietro agli occhi.

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Il tempo del silenzio – Ep2

Ep2

Pechino

Jie aprì il pacco con cura. Posizionó gli imballaggi nell’area adibita alla raccolta e soppesó il piccolo contenitore. Sospirò e rimase un attimo a riflettere. Sapeva che una volta aperto non sarebbe più potuto tornare indietro. Ogni cosa sarebbe stata diversa. E non solo per lui. Indossò i guanti protettivi e lo aprì.

Silicon Valley

Jonathan aveva chiuso la telefonata simulando disinteresse, ma era consapevole che si trattava di un danno enorme per la sua società.
Il telefono continuava a squillare senza sosta. Era Jennifer, la sua collega che aveva invitato a cena. Interruppe la chiamata e spense il telefono. Aveva bisogno di pensare alla prossima mossa. Nel suo mondo non era possibile perdere nemmeno un istante. A ogni bit corrispondevano miliardi di guadagno. O di perdita. E lui non poteva permetterselo.
Si chiese se cercare altri compratori potesse apparire una manovra rischiosa. Aprì una bottiglia di vino italiano, lo versò in un calice e ne sorseggió il contenuto, mentre osservava il profilo dell’oceano. Forse la compagnia di Jennifer gli avrebbe fatto bene, ma non aveva tempo. Era arrivato il tempo di agire. Lasciò il calice sul tavolo e si chiuse nel suo ufficio. Aprì il laptop.

A pochi chilometri di distanza.

Jennifer scagliò il cellulare contro il muro e si ruppe in mille pezzi. Aveva atteso quel momento per molte settimane. Si guardò di sfuggita allo specchio. Aveva indossato un tubino nero aderente che non nascondeva molto.

Wuhan

L’uomo aveva inviato un videomessaggio a un suo collega medico che esercitava la professione a Pechino. Gli aveva raccontato del caso del paziente morto per complicazioni respiratorie il giorno prima. Si sentiva rassicurato, il suo collega gli aveva detto di non preoccuparsi, che sicuramente si era trattato di un caso isolato. Ma non era per niente convinto. Si controllò la temperatura corporea. Tutto regolare. Aveva soltanto un po’ di tosse secca. Una patologia assolutamente normale nel periodo invernale.

Pechino

Jie posò il microprocessore sul piano di lavoro e puntò la luce per osservarlo meglio. Si sentiva soddisfatto. Quell’oggetto rappresentava il duro lavoro degli ultimi anni. Per completare quel momento mancava soltanto un passaggio. Inserire il processore nella scheda madre di supporto e collegarla a un computer molto potente. Ma per quel momento avrebbe dovuto attendere. Un messaggio del suo capo era appena comparso sul display del cellulare. Era prevista una riunione imprevista e importante. La convocazione era imminente.

Il tempo del silenzio

Ep2

La puntata precedente

Ep1

WuhanL’uomo aveva appena agganciato il camice al porta abiti. Era stanco e provato dal lavoro della giornata. Lavorava…

Pubblicato da Daniele Mosca su Venerdì 20 marzo 2020

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Le vittime con il tempo imparano

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In un contesto storico decisamente nauseante e che ci riporta a un nuovo medioevo tossico, parlare di una strage di bambini sembra la normalità. Parliamo di diritti, ma siamo pronti a lederli. Siamo democratici, ma solo fino a quando fa comodo. Lasciano un senso di amarezza profonda, questi tempi. La sensazione di essere inermi. Così un dittatore è libero di distruggere vite e il senso più puro della libertà. Come quando si è costretti a convivere in una casa con una persona violenta e pericolosa, bisogna saperla prendere per evitare che si arrabbi. Le vittime con il tempo imparano a convivere con il male, alcune anche a pensare che quella sia la normalità. Questo accade però perché tutti si girano dall’altra parte, isolano le vittime, si voltano verso le apparenze colorate. Il male esiste. E va fronteggiato. Altrimenti non si è dalla parte giusta, si è solo e semplicemente ipocriti.

Anche questo scritto è di tre anni da. Attuale, fin troppo attuale.

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E poi ho capito a cosa servono i Social

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Ho immaginato una stanza vuota con le pareti bianche, sulle quali attaccavo dei poster che in qualche modo mi rappresentassero. Poi mi affacciavo dall’unica finestra e osservavo. Dall’altra parte c’era una tizia che attaccava dei poster sulle pareti spoglie di una stanza vuota. Per poi capire che si trattava di un intero alveare colmo di stanze simili, ognuna vuota e con una finestra aperta su altre finestre su altre stanze. Ognuna con qualche poster sulle pareti e abitata da un individuo che voleva sentirsi diverso dagli altri.
Ho immaginato un mondo in cui nessuno poteva essere davvero se stesso, ma in cui tutti condividevano ciò che credevamo di essere. E poi ho capito a cosa servivano i social.

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Parlare di attentati non va più di moda

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Parlare di attentati non va di più di moda, ci si abitua a tutto in un mondo che vuole vestirsi da reality. Lo show deve far ridere, rilassare, al massimo far acquistare qualche prodotto. Ci guardiamo negli occhi, ma stiamo pensando ad altro, anche quando parliamo di cultura. Il nulla è punto nevralgico in mezzo a una valanga di informazioni. Eppure sono tutte lì, a ricordarci che non serve aver paura, quando inizi ad averne anche di te stesso. Parlare non va più di moda, tanto meno ascoltarsi.

Lo scrivevo tre anni, alla luce dei fatti odierni assume un significato ancora più oscuro.

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Un silenzio spettrale

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Un silenzio spettrale. È ciò che riesco a sentire. Non uscivo da un po’ di giorni e quello che percepisco é inquietudine. Gente che si guarda di traverso, quasi con sospetto. Ce l’avrai tu, o forse io? Probabilmente tu. La fila davanti al supermercato è lunga. Ho le mie cuffie e la mia musica, a cui seguono le parole. Ma scrivere in questi giorni è difficile. Mi manca l’aria ed è come se mi stessero rubando il tempo. Ci bombardano di immagini di bare e terapie intensive. Di numeri. Trasmettono paura. Ed è quello che sento intorno a me. Ma siamo esseri umani, é normale provarla. Penso a quanti da un momento all’altro in uno stato di guerra. A dover scappare con poche cose, a dover spiegare a tuo figlio perché l’uomo sia capace di fare le cose peggiori. Apro i social, si stanno insultando per un video che per alcuni é il vangelo e per altri un falso. C’è chi inneggia agli scienziati, chi li insulta. Chi grida al complotto, chi scrive frasi di speranza. La verità è che sono tutti impauriti, insicuri, come è normale che sia. Ma il silenzio spettrale deve essere abbattutto, così come la paura. Alzo il volume nelle cuffie. Questa é la mia risposta. Musica e parole. Ho sempre fatto così. Così non ho mai creduto per partito preso a niente. Mi sono costruito le mie idee. E ho lottato per difenderle. Per questo sento puzza di bruciato da lontano non appena qualcuno prova a giocare sporco. Questa situazione è irreale, ma allo stesso tempo vera e tangibile. Puoi quasi toccarla. E può contagiarti. È il virus del sospetto.

Ora non ci sei

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Eri alla finestra,
nessuno ti avrebbe creduta.
Nessuno lo avrebbe visto mai,
quell’occhio nero.
Siamo sempre troppo distanti,
oggi più che mai.
Impegnati a guardarci dentro.
No, nessuno lo avrebbe mai saluto,
del contagio.
Quante volte si muore lentamente,
senza numeri, né riflettori.
Ora non ci sei,
affacciata a quella finestra.
Chissà cosa ti è successo.
In questo silenzio,
anche le urla fanno meno rumore.