“Un caso speciale per la ghostwriter” è il nuovo romanzo di Alice Basso

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“Un caso speciale per la ghostwriter” di Alice Basso è l’ultimo capitolo della saga che ha come protagonista Vani Sarca, la ghostwriter delle Edizioni L’Erica. La storia inizia proprio con un allontanamento volontario di Enrico, il capo delle Edizioni L’Erica, licenziato dalla casa editrice per aver rinunciato a un sicuro successo internazionale. Enrico è un personaggio dispotico e problematico che da tempo tratta male tutti, Vani compresa. Ma la stranezza é che l’uomo ha rinunciato a quell’affare per fare un favore proprio a Vani. E nessuno dei due è pronto ad accettarlo. Enrico, però, non si trova. Parte così una vera e propria caccia al tesoro alla ricerca dell’editore. Un viaggio nell’espiazione del senso di colpa, nel passato di Enrico, ma anche in quello della protagonista. La storia riguarda soprattutto l’intreccio del futuro dei personaggi che hanno animato le vicende che giravano attorno a Vani, quindi di Morgana, Lara, il suo ex fidanzato, nonché scrittore di successo Riccardo Randi, e ovviamente del Commissario Berganza, il suo compagno. Il cerchio si chiude e come ci si attende da un finale i nodi verranno al pettine e non mancheranno momenti emozionanti e di sana commozione. Nel complesso il romanzo è più cupo dei precedenti, forse complice l’imminente fine della storia. Alice Basso scrive divinamente, questo è un dato di fatto. Anche in questo romanzo Alice rende omaggio a Torino, alle sue atmosfere e particolarità. Con un po’ di malinconia salutiamo Vani Sarca e attendiamo i prossimi progetti dell’autrice che tanto abbiamo apprezzato con questa serie.

Il vuoto dentro era incolmabile – #Luna #Ep5

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Il vuoto dentro era incolmabile, andava ben oltre quella sensazione di sporco che sentiva addosso. La paura ha un colore impalpabile e lei a questo non era abituata. Le avevano insegnato a combattere, a graffiare, se era il caso. Ma qualche passo fuori dall’ospedale, si era da subito sentita sola. E aveva giurato a se stessa che non lo avrebbe raccontato a nessuno. Avrebbe superato quel momento da sola. Aveva una cosa importante da fare e un volo già prenotato. Non sarebbe mancata per nessun motivo al mondo.
Non si supera un dramma in quel modo, penserà il lettore. E ha ragione. Perché questo non sarebbe stato che l’inizio. Le lacrime iniziarono a scendere qualche ora, in cosa al gate per l’imbarco. L’ennesino tentativo del suo ex ragazzo. Quel figlio di puttana che l’aveva abbandonata. Quel figlio di puttana che conosceva la barista che le aveva servito quel drink che l’aveva stordita. Ma questo lei non può saperlo. Si sedette al suo posto, vista finestrino. Chiuse gli occhi quando l’aereo prese quota. Dopo poche ore avrebbe rivisto suo nonno. Stava male da tempo e dentro di se sapeva che sarebbe stata l’ultima. Lui le avrebbe saputo sicuramente dare il consiglio. Se ancora si fosse ricordato di lei. Siamo petali di una rosa, che avrà troppo poco tempo per splendere. Al suo cospetto si sentiva sempre quella piccola ragazzina che lo guardava in attesa che le desse qualche spicciolo per comprarsi un ghiacciolo. In modo quasi meccanico prese il cellulare che continuava a vibrare nella borsa. Un numero sconosciuto. Pochi squilli, non fece in tempo a rispondere.
“Vieni, devo mostrarti una cosa” le disse il nonno. Lei lo seguì, colpita dalla lucidità che sembrava avergli ridato il carattere di un tempo.
L’uomo la guidò nella stanza in cui lei aveva trascorso intere estati quando era piccola.
“Tieni”, le disse.
Luna prese la lettera che il nonno le aveva daro.
“Aprila. Voglio che tu lo faccia prima che il mio cervello torni nella nebbia.”
Luna la aprì e iniziò a leggerla. Una lacrima scese sul suo viso.
Nel frattempo il cellulare ricominciò a vibrare.

#Luna #Ep5
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Text by Daniele Mosca

La ragazza dei ricordi – #Luna #Ep4

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Alberto era immerso nei suoi pensieri, trascinato lungo la battigia dal suo cane, un pastore tedesco, Tobi, a cui era molto affezionato. Tra pochi giorni avrebbe sostenuto un importante colloquio per una società di import export. Sentì all’improvviso un suono, a intervalli coperto dal rumore delle onde che si infrangevano sulla spiaggia. Riuscì a malapena a sostenere la spinta del guinzaglio, portato da Tobi verso la barca arenata sulla sabbia. Man mano il suono aumentava sempre di più. Sembrava il suono di un pianto. Una volta sbucato dall’altro lato della barca vide una donna in lacrime, con soltanto pochi brandelli di vestito addosso. Sul corpo aveva delle macchie di sangue. Dopo qualche attimo di sbigottimento aveva chiamato i soccorsi, nel frattempo aveva cercato di chiedere alla ragazza cosa fosse successo. Lei però continuava a piangere e a ripetere ossessivamente è “colpa mia”.
Luna ricordava poco di quei momenti e quel poco non riusciva a raccontarlo alle dottoresse che si alternavano a visitarla nella stanza dell’ospedale. Dentro di lei sentiva di essere stata la causa. Nonostante le ripetessero che non fosse stata colpa sua, sapeva di essere stata ingenua nel seguire quell’uomo che all’apparenza sembrava tranquillo. Qualcosa in lei non aveva funzionato, aveva percepito da subito il suo piglio di prepotenza, ma non ci aveva dato troppo peso. Aveva pensato a un gioco erotico, anzi l’idea l’aveva stuzzicata. Pensava all’alcool, che potesse averle fatto male. Eppure non le era mai successo che un bicchiere le facesse perdere il controllo. Prese il cellulare che qualcuno aveva recuperato dalla spiaggia. L’ultima chiamata era avvenuta la sera prima, proprio nel momento in cui la violenza stava avvenendo. Era il suo ex ragazzo. Trattenne l’impeto di gettare il telefono contro il muro. In quel momento la porta della stanza si aprì. Era una ragazza che non riconobbe immediatamente. Era la barista che le aveva servito il drink. Notò subito una strana espressione sul viso, ma non riusciva a interpretarla. La vide avvicinarsi senza dire una parola. Una parte di lei avrebbe voluto urlare, l’altra rimaneva bloccata. Non era in grado nemmeno di spostare la mano per suonare il campanello di richiamo per il personale dell’ospedale.
Ma la porta si aprì improvvisamente.
“Scusate” pronunciò sommessamente Alberto.
Luna vide la ragazza svanire in pochi secondi, senza proferire alcuna parola. Ma il ricordo che tornò alla mente fu lo sguardo di quella ragazza quando al bar aveva notato l’uomo che l’aveva stuprata. In quel momento iniziò ad avere davvero paura.

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Text by Daniele Mosca
#Luna #Ep4

Luna si è persa – #Luna #Ep3

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Il cellulare continuava a vibrare sulla sabbia. Un suono leggero che si perdeva con il suono delle onde che si infrangono sul bagna asciuga. Poco più lontano dei vestiti gettati in terra. Il riflesso della luna rendeva irreale la superficie della spiaggia. In lontananza, una sagoma di un uomo si allontanava verso la strada principale. Qualche suono proveniva dal locale che si affacciava sulla spiaggia, pochi addetti si preparavano alla chiusa. Poche ore di sonno prima di riprendere per l’alba, ormai imminente. Luna cercava di respirare, di emettere un qualsiasi suono per chiedere aiuto. Ammesso che qualcuno potesse davvero sentirla. Non riusciva a muoversi. Tutto era accaduto troppo in fretta. Un drink nel locale, una passeggiata sulla spiaggia e poi quell’uomo era diventato un diavolo. L’uomo l’aveva trascinata dietro a una barca da pesca adagiata sulla sabbia e le aveva strappato i vestiti di dosso. Aveva soffocato le sue urla. Nel più assurdo dei cliché si era consumata una violenza inaspettata, non per quella donna che aveva capito tutto e non aveva mosso un dito. Non per quella barista che conosceva benissimo quell’uomo e che poche ore prime aveva servito il drink a Luna. E che ora rispondeva a una chiamata che proveniva dallo stesso numero che pochi istanti prima era comparso sul cellulare di Luna e al quale lei non era riuscita a rispondere.
“Come è andata?” aveva risposto la voce dell’altro capo del telefono.
“Non poteva andare meglio.”
“Perfetto. Lui parlerà?”
“Non parlerà, ma lo farà ancora.”

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Text by Daniele Mosca #3 #Luna

La brezza della sera è traditrice – #Luna #Ep2

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Luna muoveva i passi sulla sabbia fresca della sera. Le luci di un’estate imminente la facevano stare meglio. La brezza della sera, però, è traditrice. Fa ripensare, riflettere. Pentirsi. L’immagine nella sua mente era ancora nitidia. Non riusciva a lasciarla svanire. Il suo ex ragazzo, l’amore di una vita, il sogno di un futuro imminente, e lei, la sua migliore amica, uniti in un bacio che le era comparso all’improvviso in una via dimenticata della sua città. Le scuse di lui. Le scuse di lei. La vergogna. Entrò in un locale, aveva bisogno di bere qualcosa. Qualsiasi cosa. Si avvicinò al bancone e ordinò una birra fresca.
Si sentì attratta da un richiamo silenzioso. Si voltò e incrociò gli occhi scuri di un uomo. Non riusciva a identificarne l’età. Cliché, pensò. Anche questo. Ultimamente la sua vita ne sembrava immersa. Nei cliché, appunto. “Come ti chiami” disse lui. Non era una vera e propria domanda. Sembrava più un ordine. “Luna”, rispose di getto. Inconsapevole, forse, di aver prontamente risposto a quel velato ordine. Dentro di lei sentì salire una forma di calore mista a imbarazzo. In quel momento senti vibrare il cellulare. Pensò che si trattasse per l’ennesima volta del suo ex che provava a costruire un altro castello di carte false.
“Ti va di fare due passi?” chiese lui. Lei non lo vide. Forse il lettore ci avrà fatto caso, lei no. Lo sguardo inquieto e allarmato della barista.

#Luna #Ep2

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Text by Daniele Mosca

Un cliché – #Luna #Ep1

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L’amarezza, talvolta, fa vedere le cose con più chiarezza. Luna se lo ripeteva tra sé e sé, distratta dalla vibrazione del telefono che teneva nella borsa. Lo aveva pensato la prima volta quando il suo ormai ex ragazzo l’aveva tradita con la sua migliore amica. Un cliché. Ma da quel momento in poi si era sentita lei stessa un cliché. Una figura ordinaria che in qualsiasi spettacolo avrebbe ricoperto solo il ruolo della comparsa. Prima o poi avrebbe prenotato una visita da un terapeuta che le svelasse ciò che lei sapeva benissimo. Che era frustrata, nervosa, vittima delle angherie dei suoi genitori che avevano riposto in lei tonnellate di speranze. Ma lei non era diventata un famoso medico come suo padre, nemmeno una grande attrice come sua madre. Era rimasta lì in mezzo, con un lavoro ordinario, una pettinatura ordinaria, un modo di pensare ordinario. Luna, però, aveva imparato a vivere. A lasciarsi alle spalle quei dispiaceri pur senza volerli davvero rimuovere, analizzare, comprendere, superare. E questo semplicemente perché i nostri errori, le nostre paure, le nostre frustrazioni, in fondo fanno parte di noi. Ci siamo abituati che tutto può essere corretto. Uno zigomo, una voce, una pancia troppo gonfia, persino un carattere. Ma lei si sentiva comunque completa, nonostante gli sguardi di commiserazione di chi non la reputava all’altezza degli standard. E poi l’amarezza è un concetto astratto, che sí, a volte fa male, ma permette di maturare, di guardare le cose con una diversa prospettiva. Se lei non avesse sbagliato e quindi imparato, non l’avrebbe mai provata sulla sua pelle. E non avrebbe avuto il coraggio di vedere le cose con la chiarezza necessaria. Proprio ora che sul cellulare lampeggiava il nome del suo ex. Proprio ora che stava decidendo di interrompere la chiamata, bloccare il numero e di trascorrere un bel weekend al mare. Da sola. Un cliché.

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Text by Daniele

Cosa non dicono le promesse

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Io non me la prenderei con chi ha votato Lega. E lo dico perché questo voto nasconde il fallimento degli ideali con i quali siamo cresciuti. Abbiamo assistito a mesi e mesi di presunte diatribe tra fascisti e antifascisti e quasi sempre senza che entrambe le compagini conoscessero a fondo il problema.
Quello che si è perso è il senso della politica post seconda guerra mondiale, ovvero quella che doveva portare alla stabilità del paese, alla difesa della libertà e alla creazione di un organismo unitario che rendesse l’Europa qualcosa diverso rispetto all’accozzaglia di realtà che la storia le aveva attribuito e con lo scopo di potenziarla nella funzione di “cuscinetto” tra USA e URSS. Ma oggi il mondo è cambiato. Ci sono nuovi “competitor”, come Cina, India, tutto il mondo arabo, l’Africa che chiede di potersi sviluppare. In tutto questo scenario non possiamo dimenticare i conflitti “religiosi”. Il voto a Salvini è una conseguenza del mondo che ci circonda, della paura che non può essere ignorata da una politica spesso sorda. Ed è qui che nascono i “sovranisti”, dal bisogno delle persone di difendersi da un cambiamento che però è inevitabile. La cosiddetta sinistra non ricorda più il suo contesto. Si limita a confezionare concetti che non suonano più praticabili e convincenti. E lo sa perfettamente, ma ammettere la realtà sarebbe la loro fine. Ma la fine c’è già stata, quando hanno tolto tutele e forza al lavoro, rendendo i lavoratori terrorizzati dal futuro. Quindi preda delle promesse di difenderli. Ma le promesse sono state tante anche per i non lavoratori. Una illusione collettiva che nulla può avere a che fare con la realtà. Purtroppo. La si butta nelle risse da stadio perché nessuno riesce più a parlare, perché farlo vuol dire ammettere un fallimento. Chi ha votato la Lega rivuole quel mondo che lo faceva stare al sicuro, dimenticando che quella sicurezza non c’è mai davvero stata. Ogni momento storico, sia vissuto da noi, sia da chi c’è stato prima, aveva i suoi rischi. Allo stesso tempo non me la prenderei con chi esalta la figura dell’integrazione a tutti i costi, perché quando avverrà creerà un mondo diverso, al quale forse noi non saremo preparati. E che forse passerà attraverso altre guerre. Perché questa è la vera mia paura ed era la paura che ha vissuto chi quella guerra l’ha vissuta e per evitare che a viverla fossero i loro figli aveva scelto di unire l’Europa, di darle forza. Io me la prenderei, quindi, con chi vuole distruggerla con la convinzione di difendere qualcosa o qualcuno. Non è così. Non sarà così. Le promesse passeranno, ma se vogliamo davvero difenderci, impariamo a capire cosa nascondono e non dicono.

Nutrimento

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Avevo chiuso la porta alle mie spalle, non sarei mai più tornato a farmi trattare in quel modo. Sentivo ancora addosso i graffi delle sue parole, degli sguardi che tradivano quel sentimento che non c’era più. Tradivano la mia fiducia in un mondo che pensavo di conoscere. Può una porta difenderci davvero da noi stessi? Ci illudiamo sia possibile, quando sappiamo che non è così. C’è ancora della lasagna congelata in frigo, stasera mi nutrirò di quella, il mio contorno sarà quel sapore di amaro. Quello che resta quando una storia finisce, quanto il ticchettio dell’orologio fa così rumore da assorbire il suono del silenzio.

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Text by Daniele Mosca

Oltre ogni modo

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Colpevole oltre ogni modo, le mani insanguinate. Le sirene suonano in lontananza, ma sono sempre più vicine. Il suo corpo giace in terra. È successo tutto troppo in fretta. E io non volevo ucciderlo. La mia vita sta per spezzarsi, distrutta dall’alcool che inghiottiva ogni notte. Mi gira tutto intorno, ho voglia di piangere, ma nessuna lacrima potrà mai scendere per quello che doveva essere mio padre. Vorrei poter scappare, ma nessuno può mai farlo davvero. A condannarmi, sono stata io stessa. Quando ho deciso di difendermi.

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Text by Daniele Mosca

È già ora di cena

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Guardava le sue mani aggrenzite. I pensieri lasciati sul comò. Fuori pioveva ancora, ma aveva bisogno di prendere aria, di respirare. Diventava sempre più difficile in una città che diventava sempre più piccola, dove tutti facevano finta di conoscersi. Il tempo scivolava via e nessuno glielo avrebbe reso. Se ne rendeva conto tutte le volte che passava davanti allo specchio. Impietoso e sincero, quasi come un vero amico. Avrebbe avuto il coraggio di guardarlo e dirgli che aveva ragione, che era cambiata. Ma con noi stessi non siamo mai davvero sinceri, cerchiamo di nascondere sempre la verità tra le pagine di vecchi libri che invecchiano sugli scaffali, come potessero farlo loro al posto nostro. Prese la crema idratante e l’aprí. Stese un po’ di prodotto sulle mani e iniziò spalmarla sulla pelle. Era già ora di cena.

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Text by Daniele Mosca