Ho gli occhi aperti – Racconto

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Ho gli occhi aperti, o almeno credo di averli. Ogni volta che arriva, la mia testa esplode. Scandisce il ritmo di questa vita, in cui non posso né alzarmi in piedi, né toccarmi viso. Qualcuno mi inumidisce le labbra, secche e screpolate. Il sapore del liquido è aspro e mi disgusta. Ripenso ai suoi baci. L’ultima immagine che ho di lei è di una donna con gli occhi spalancati, preda del terrore, trascinata da due uomini fuori dal mio appartamento. Le esplosioni nella mia testa continuano. Non mi fanno dormire, mai. A volte credo di essere già morto, ma non lo sono. Ogni ricordo rimbomba per ore nella mia testa, come la goccia che instancabile cade sulla mia fronte. Eravamo al parco, quando i nostri sguardi si incontrarono. – Come ti chiami? – riuscii solo a chiederle. I suoi occhi sembravano un angolo di cielo. Mi attirò verso di sé e mi trascinò dietro un cespuglio. – L’abbiamo scampata per poco – disse, mentre due soldati in uniforme passavano marciando lungo la stradina sterrata. Sentivo il calore del suo corpo e il profumo di vaniglia. Mi baciò. Dopo aver controllato che non ci fosse nessuno, si allontanò, per sparire in fondo alla via. Qualche secondo più tardi uscii dal cespuglio e mi incamminai. Per un attimo incrociai lo sguardo di un passante e mi chiesi se ci avesse visti, ma il pensiero svanì nella nebbia, così come quell’uomo. L’ho rivista altre volte, fino a quel giorno. La testa mi sta per esplodere e quelle maledette gocce non si fermano. Continuano a cadere, sempre. Esplosioni che annientano la mia anima. Un rumore che mi uccide. Lentamente. Lei era la figlia di un uomo che si era ribellato allo Stato, al Regime Comunista. Un uomo che lottava per la libertà. Lui, era un sovversivo. Io, solo un uomo innamorato.

Il suonatore di violino – Racconto

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L’uomo camminava a passo veloce. Si voltò e vide che la donna con lo sguardo cupo chiedeva qualcosa ai passanti, mostrando un oggetto. Accelerò il passo, muovendosi tra lo sciame di passanti di un sabato pomeriggio nel centro di Milano. Si scontrò con una ragazza e per un attimo perse l’equilibrio, nel suo sguardo cercò qualcosa che placasse la sua inquietudine, ma lei, indifferente, riprese a camminare. Raggiunse la piazza e rallentò. Guardò il Duomo, soffermandosi sulla madonnina – Perché? – sentì chiedere da una voce, dentro di lui. Con la coda dell’occhio vide la donna chiedere qualcosa alla ragazza che l’aveva urtato poco prima e voltarsi entrambe nella sua direzione. Si confuse nella folla e imboccò la via che costeggiava il Duomo. Vide il portico pieno di persone che gli sembrarono piene di vita. E si sentì vecchio, improvvisamente. Alla fine della via una musica, struggente, lo attirò. E si fermò ad ascoltare un uomo con un impermeabile logoro che suonava il violino. Sentì le lacrime scivolare sul viso. Ripensò a una sera lontana, a un camerino, al suono dei passi sul velluto del corridoio scuro e sul legno dei gradini. Poi la luce, accecante. Il palcoscenico. Socchiuse gli occhi, cercando nel buio, tra la gente che applaudiva, un volto, uno sguardo. Sentì quel calore unirsi al tocco delle sue dita che si muovevano con grazia sui tasti bianchi e neri di un pianoforte a coda. Le note, i silenzi. La passione. Una voce alle spalle lo fece trasalire. Si voltò e vide una donna che non conosceva, affannata, con in mano una fotografia che lo ritraeva. – Ma dove eri finito? – gli chiese. Un’eco lontano, e per un attimo l’uomo riconobbe lo sguardo che aveva cercato nel buio. Si guardò le mani, rugose e raggrinzite. Tremavano. Non riusciva a fermarle. In quel momento le odiò, le sue mani. Poi il ricordo svanì – Quante volte il dottore ti ha detto di non andare in giro da solo? – disse una voce ovattata, quasi a nascondere le note strazianti del suonatore di violino.