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Il tempo del silenzio – Ep2

Ep2

Pechino

Jie aprì il pacco con cura. Posizionó gli imballaggi nell’area adibita alla raccolta e soppesó il piccolo contenitore. Sospirò e rimase un attimo a riflettere. Sapeva che una volta aperto non sarebbe più potuto tornare indietro. Ogni cosa sarebbe stata diversa. E non solo per lui. Indossò i guanti protettivi e lo aprì.

Silicon Valley

Jonathan aveva chiuso la telefonata simulando disinteresse, ma era consapevole che si trattava di un danno enorme per la sua società.
Il telefono continuava a squillare senza sosta. Era Jennifer, la sua collega che aveva invitato a cena. Interruppe la chiamata e spense il telefono. Aveva bisogno di pensare alla prossima mossa. Nel suo mondo non era possibile perdere nemmeno un istante. A ogni bit corrispondevano miliardi di guadagno. O di perdita. E lui non poteva permetterselo.
Si chiese se cercare altri compratori potesse apparire una manovra rischiosa. Aprì una bottiglia di vino italiano, lo versò in un calice e ne sorseggió il contenuto, mentre osservava il profilo dell’oceano. Forse la compagnia di Jennifer gli avrebbe fatto bene, ma non aveva tempo. Era arrivato il tempo di agire. Lasciò il calice sul tavolo e si chiuse nel suo ufficio. Aprì il laptop.

A pochi chilometri di distanza.

Jennifer scagliò il cellulare contro il muro e si ruppe in mille pezzi. Aveva atteso quel momento per molte settimane. Si guardò di sfuggita allo specchio. Aveva indossato un tubino nero aderente che non nascondeva molto.

Wuhan

L’uomo aveva inviato un videomessaggio a un suo collega medico che esercitava la professione a Pechino. Gli aveva raccontato del caso del paziente morto per complicazioni respiratorie il giorno prima. Si sentiva rassicurato, il suo collega gli aveva detto di non preoccuparsi, che sicuramente si era trattato di un caso isolato. Ma non era per niente convinto. Si controllò la temperatura corporea. Tutto regolare. Aveva soltanto un po’ di tosse secca. Una patologia assolutamente normale nel periodo invernale.

Pechino

Jie posò il microprocessore sul piano di lavoro e puntò la luce per osservarlo meglio. Si sentiva soddisfatto. Quell’oggetto rappresentava il duro lavoro degli ultimi anni. Per completare quel momento mancava soltanto un passaggio. Inserire il processore nella scheda madre di supporto e collegarla a un computer molto potente. Ma per quel momento avrebbe dovuto attendere. Un messaggio del suo capo era appena comparso sul display del cellulare. Era prevista una riunione imprevista e importante. La convocazione era imminente.

Il tempo del silenzio

Ep2

La puntata precedente

Ep1

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Il tempo del silenzio – Ep1

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Wuhan

L’uomo aveva appena agganciato il camice al porta abiti. Era stanco e provato dal lavoro della giornata. Lavorava in pronto soccorso da circa cinque anni e ogni volta gli sembrava sempre più difficile sopportare il dolore e la sofferenza, soprattutto nei casi in cui non poteva fare niente per alleviarla. Non aveva molto tempo per riflettere, i turni erano sempre molto fitti e aveva soltanto poche ore per dormire. Il mattino sarebbe dovuto tornare in ospedale.

Mangiò qualcosa velocemente e si coricò.

In quel momento gli tornò in mente il paziente che aveva atteso il suo turno tutto il pomeriggio in sala d’aspetto. Sembrava non avesse motivi seri per essere lì. Eppure a un tratto aveva iniziato a tossire, una tosse secca, un infermiere aveva cercato di aiutarlo, ma in pochi minuti il suo quadro clinico si era aggravato e aveva iniziato ad avere problemi respiratori.

Era morto poche ore più tardi.

Pechino

Il pacco era appena arrivato dal laboratorio. Il corriere era stato veloce. Il tempo era determinante per il progetto a cui stavano lavorando da anni. Jie era un ingegnere di successo, proveniva da una famiglia povera di Pechino, ma grazie alle borsa di studio del governo era riuscito a conquistarsi un ruolo importante in una azienda informatica. Lo sviluppo della tecnologia in Cina era uno dei settori più importanti e le aziende avevano negli ultimi anni mutato la propria identità, da ditte assemblatrici si erano trasformate in aziende in grado di progettare, costruire e produrre oggetti tecnologici sempre più performanti, che rispetto ai competitor potevano contare su una caratteristica in più. Il prezzo. Gli operai non mancavano e il loro attaccamento alle aziende permettevano di investire su di loro, specializzandoli. Gli orari di lavoro a cui erano sottoposti erano devastanti, ma loro erano sempre presenti ed efficienti. Ed erano pagati poco. Pochissimo, in confronto agli stipendi che percepivano operai di quel livello nel mondo occidentale.

Posò il pacco sulla scrivania del suo ufficio e si soffermò a osservare il paesaggio che la vetrata dell’ultimo piano del grattacielo gli offriva. Sempre lo stesso, un grigiore tenue, che soffocava ogni colore. Per un attimo immaginò di vivere in quei luoghi di cui gli avevano raccontato, in Italia, per esempio.

In quello stesso istante il cellulare suonò.

Il cliente era pronto per procedere con l’acquisto del nuovo prodotto ideato e costruito dalla sua azienda. Un cellulare di ultimissima generazione.

Silicon Valley

Jonathan Valasco aveva depositato il brevetto soltanto pochi giorni prima, quella sera aveva in programma di uscire a cena con la giovane collega che era arrivata in azienda da pochi mesi. Aveva appena il tempo di passare da casa per cambiarsi, indossare qualcosa di elegante, ma senza esagerare. Aveva prenotato un tavolo in un prestigioso ristorante già in mattinata.

Quella videochiamata non era prevista. Si trattava del supervisor dell’azienda madre, la ditta che in genere acquistava i brevetti e che aveva permesso alla sua start up di diventare leader nel settore delle comunicazioni.

“Buonasera John, ti disturbo?”

“Assolutamente no.”

“Bravo, ho sempre ammirato chi si dedica con così tanta passione al suo lavoro.”

“Come mai questa chiamata, avevamo una call prevista per il giorno della consegna.”

“È proprio di questo che volevo parlarti. Abbiamo deciso di non acquistare il vostro prodotto.”

Il tempo del silenzio – #Ep1

Il vuoto dentro era incolmabile – #Luna #Ep5

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Il vuoto dentro era incolmabile, andava ben oltre quella sensazione di sporco che sentiva addosso. La paura ha un colore impalpabile e lei a questo non era abituata. Le avevano insegnato a combattere, a graffiare, se era il caso. Ma qualche passo fuori dall’ospedale, si era da subito sentita sola. E aveva giurato a se stessa che non lo avrebbe raccontato a nessuno. Avrebbe superato quel momento da sola. Aveva una cosa importante da fare e un volo già prenotato. Non sarebbe mancata per nessun motivo al mondo.
Non si supera un dramma in quel modo, penserà il lettore. E ha ragione. Perché questo non sarebbe stato che l’inizio. Le lacrime iniziarono a scendere qualche ora, in cosa al gate per l’imbarco. L’ennesino tentativo del suo ex ragazzo. Quel figlio di puttana che l’aveva abbandonata. Quel figlio di puttana che conosceva la barista che le aveva servito quel drink che l’aveva stordita. Ma questo lei non può saperlo. Si sedette al suo posto, vista finestrino. Chiuse gli occhi quando l’aereo prese quota. Dopo poche ore avrebbe rivisto suo nonno. Stava male da tempo e dentro di se sapeva che sarebbe stata l’ultima. Lui le avrebbe saputo sicuramente dare il consiglio. Se ancora si fosse ricordato di lei. Siamo petali di una rosa, che avrà troppo poco tempo per splendere. Al suo cospetto si sentiva sempre quella piccola ragazzina che lo guardava in attesa che le desse qualche spicciolo per comprarsi un ghiacciolo. In modo quasi meccanico prese il cellulare che continuava a vibrare nella borsa. Un numero sconosciuto. Pochi squilli, non fece in tempo a rispondere.
“Vieni, devo mostrarti una cosa” le disse il nonno. Lei lo seguì, colpita dalla lucidità che sembrava avergli ridato il carattere di un tempo.
L’uomo la guidò nella stanza in cui lei aveva trascorso intere estati quando era piccola.
“Tieni”, le disse.
Luna prese la lettera che il nonno le aveva daro.
“Aprila. Voglio che tu lo faccia prima che il mio cervello torni nella nebbia.”
Luna la aprì e iniziò a leggerla. Una lacrima scese sul suo viso.
Nel frattempo il cellulare ricominciò a vibrare.

#Luna #Ep5
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Text by Daniele Mosca

La ragazza dei ricordi – #Luna #Ep4

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Alberto era immerso nei suoi pensieri, trascinato lungo la battigia dal suo cane, un pastore tedesco, Tobi, a cui era molto affezionato. Tra pochi giorni avrebbe sostenuto un importante colloquio per una società di import export. Sentì all’improvviso un suono, a intervalli coperto dal rumore delle onde che si infrangevano sulla spiaggia. Riuscì a malapena a sostenere la spinta del guinzaglio, portato da Tobi verso la barca arenata sulla sabbia. Man mano il suono aumentava sempre di più. Sembrava il suono di un pianto. Una volta sbucato dall’altro lato della barca vide una donna in lacrime, con soltanto pochi brandelli di vestito addosso. Sul corpo aveva delle macchie di sangue. Dopo qualche attimo di sbigottimento aveva chiamato i soccorsi, nel frattempo aveva cercato di chiedere alla ragazza cosa fosse successo. Lei però continuava a piangere e a ripetere ossessivamente è “colpa mia”.
Luna ricordava poco di quei momenti e quel poco non riusciva a raccontarlo alle dottoresse che si alternavano a visitarla nella stanza dell’ospedale. Dentro di lei sentiva di essere stata la causa. Nonostante le ripetessero che non fosse stata colpa sua, sapeva di essere stata ingenua nel seguire quell’uomo che all’apparenza sembrava tranquillo. Qualcosa in lei non aveva funzionato, aveva percepito da subito il suo piglio di prepotenza, ma non ci aveva dato troppo peso. Aveva pensato a un gioco erotico, anzi l’idea l’aveva stuzzicata. Pensava all’alcool, che potesse averle fatto male. Eppure non le era mai successo che un bicchiere le facesse perdere il controllo. Prese il cellulare che qualcuno aveva recuperato dalla spiaggia. L’ultima chiamata era avvenuta la sera prima, proprio nel momento in cui la violenza stava avvenendo. Era il suo ex ragazzo. Trattenne l’impeto di gettare il telefono contro il muro. In quel momento la porta della stanza si aprì. Era una ragazza che non riconobbe immediatamente. Era la barista che le aveva servito il drink. Notò subito una strana espressione sul viso, ma non riusciva a interpretarla. La vide avvicinarsi senza dire una parola. Una parte di lei avrebbe voluto urlare, l’altra rimaneva bloccata. Non era in grado nemmeno di spostare la mano per suonare il campanello di richiamo per il personale dell’ospedale.
Ma la porta si aprì improvvisamente.
“Scusate” pronunciò sommessamente Alberto.
Luna vide la ragazza svanire in pochi secondi, senza proferire alcuna parola. Ma il ricordo che tornò alla mente fu lo sguardo di quella ragazza quando al bar aveva notato l’uomo che l’aveva stuprata. In quel momento iniziò ad avere davvero paura.

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Text by Daniele Mosca
#Luna #Ep4

Luna si è persa – #Luna #Ep3

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Il cellulare continuava a vibrare sulla sabbia. Un suono leggero che si perdeva con il suono delle onde che si infrangono sul bagna asciuga. Poco più lontano dei vestiti gettati in terra. Il riflesso della luna rendeva irreale la superficie della spiaggia. In lontananza, una sagoma di un uomo si allontanava verso la strada principale. Qualche suono proveniva dal locale che si affacciava sulla spiaggia, pochi addetti si preparavano alla chiusa. Poche ore di sonno prima di riprendere per l’alba, ormai imminente. Luna cercava di respirare, di emettere un qualsiasi suono per chiedere aiuto. Ammesso che qualcuno potesse davvero sentirla. Non riusciva a muoversi. Tutto era accaduto troppo in fretta. Un drink nel locale, una passeggiata sulla spiaggia e poi quell’uomo era diventato un diavolo. L’uomo l’aveva trascinata dietro a una barca da pesca adagiata sulla sabbia e le aveva strappato i vestiti di dosso. Aveva soffocato le sue urla. Nel più assurdo dei cliché si era consumata una violenza inaspettata, non per quella donna che aveva capito tutto e non aveva mosso un dito. Non per quella barista che conosceva benissimo quell’uomo e che poche ore prime aveva servito il drink a Luna. E che ora rispondeva a una chiamata che proveniva dallo stesso numero che pochi istanti prima era comparso sul cellulare di Luna e al quale lei non era riuscita a rispondere.
“Come è andata?” aveva risposto la voce dell’altro capo del telefono.
“Non poteva andare meglio.”
“Perfetto. Lui parlerà?”
“Non parlerà, ma lo farà ancora.”

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Text by Daniele Mosca #3 #Luna

La brezza della sera è traditrice – #Luna #Ep2

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Luna muoveva i passi sulla sabbia fresca della sera. Le luci di un’estate imminente la facevano stare meglio. La brezza della sera, però, è traditrice. Fa ripensare, riflettere. Pentirsi. L’immagine nella sua mente era ancora nitidia. Non riusciva a lasciarla svanire. Il suo ex ragazzo, l’amore di una vita, il sogno di un futuro imminente, e lei, la sua migliore amica, uniti in un bacio che le era comparso all’improvviso in una via dimenticata della sua città. Le scuse di lui. Le scuse di lei. La vergogna. Entrò in un locale, aveva bisogno di bere qualcosa. Qualsiasi cosa. Si avvicinò al bancone e ordinò una birra fresca.
Si sentì attratta da un richiamo silenzioso. Si voltò e incrociò gli occhi scuri di un uomo. Non riusciva a identificarne l’età. Cliché, pensò. Anche questo. Ultimamente la sua vita ne sembrava immersa. Nei cliché, appunto. “Come ti chiami” disse lui. Non era una vera e propria domanda. Sembrava più un ordine. “Luna”, rispose di getto. Inconsapevole, forse, di aver prontamente risposto a quel velato ordine. Dentro di lei sentì salire una forma di calore mista a imbarazzo. In quel momento senti vibrare il cellulare. Pensò che si trattasse per l’ennesima volta del suo ex che provava a costruire un altro castello di carte false.
“Ti va di fare due passi?” chiese lui. Lei non lo vide. Forse il lettore ci avrà fatto caso, lei no. Lo sguardo inquieto e allarmato della barista.

#Luna #Ep2

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Text by Daniele Mosca

Un cliché – #Luna #Ep1

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L’amarezza, talvolta, fa vedere le cose con più chiarezza. Luna se lo ripeteva tra sé e sé, distratta dalla vibrazione del telefono che teneva nella borsa. Lo aveva pensato la prima volta quando il suo ormai ex ragazzo l’aveva tradita con la sua migliore amica. Un cliché. Ma da quel momento in poi si era sentita lei stessa un cliché. Una figura ordinaria che in qualsiasi spettacolo avrebbe ricoperto solo il ruolo della comparsa. Prima o poi avrebbe prenotato una visita da un terapeuta che le svelasse ciò che lei sapeva benissimo. Che era frustrata, nervosa, vittima delle angherie dei suoi genitori che avevano riposto in lei tonnellate di speranze. Ma lei non era diventata un famoso medico come suo padre, nemmeno una grande attrice come sua madre. Era rimasta lì in mezzo, con un lavoro ordinario, una pettinatura ordinaria, un modo di pensare ordinario. Luna, però, aveva imparato a vivere. A lasciarsi alle spalle quei dispiaceri pur senza volerli davvero rimuovere, analizzare, comprendere, superare. E questo semplicemente perché i nostri errori, le nostre paure, le nostre frustrazioni, in fondo fanno parte di noi. Ci siamo abituati che tutto può essere corretto. Uno zigomo, una voce, una pancia troppo gonfia, persino un carattere. Ma lei si sentiva comunque completa, nonostante gli sguardi di commiserazione di chi non la reputava all’altezza degli standard. E poi l’amarezza è un concetto astratto, che sí, a volte fa male, ma permette di maturare, di guardare le cose con una diversa prospettiva. Se lei non avesse sbagliato e quindi imparato, non l’avrebbe mai provata sulla sua pelle. E non avrebbe avuto il coraggio di vedere le cose con la chiarezza necessaria. Proprio ora che sul cellulare lampeggiava il nome del suo ex. Proprio ora che stava decidendo di interrompere la chiamata, bloccare il numero e di trascorrere un bel weekend al mare. Da sola. Un cliché.

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Text by Daniele

#Labirinto #Ep6

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“Dobbiamo arrivare al nodo di trasmissione del segnale”
“Quale segnale?”
“Quello che inibisce parte del nostro cervello: l’amigdala”
Fabio rimase a fissare la ragazza.
“Esiste un sistema in grado di modificare il ragionamento del nostro cervello. Ma esistono alcune anomalie. E noi facciamo parte di queste.”
“Chi sono gli altri che ne sono influenzati?”.
“Tutti, Fabio. Anche se loro non se ne rendono conto. Noi, in qualche modo, ne subiamo un effetto ridotto”.
“Come hai fatto a rimuoverlo?”
“Con un vecchio modello numerico che riesce a schermare il segnale di contagio, sono riuscita a recuperarla da un vecchio laboratorio utilizzato per le ricerche a cui avevo partecipato quando tutto era ancora normale”.
“Non è permanente?”
“No, quando si accorgeranno che il modello è stato attivato proveranno in tutti i modi a eliminarlo.”
“Come pensi di arrivare al nodo?”
“Attraverso un gioco che conosci bene”.
“Second Life?”
“Esattamente. Te la senti?”
Fabio si sentiva finalmente sicuro di se stesso.
“Non vedo l’ora.

Finalmente Fabio si sentiva a casa.
Le luci, le immagini, le sagome poco definite dei fabbricati. I suoni metallici di un gioco in cui aveva trascorso buona parte della sua vita.
Si voltò e vide la sagoma della donna che ricordava di aver salvato pochi mesi prima. Ricordava di averla portata nell’ospedale di Second Life per fermare la sua emorragia. Ora sapeva che quello era l’avatar di Simona.
“Dobbiamo prendere un’auto” disse lei, mentre si accingeva a rompere il vetro di una vecchia familiare.
La vide chinarsi sotto il volante per poi metterla in moto.
“Come fai a saperlo?”
“Me lo ha insegnato un caro amico. Un giorno lo conoscerai”.
Salirono in auto e percorsero la strada sconnessa fino ai bordi della città.
“Lo vedi quell’impianto là in fondo?”
“Sì. É macchina del fumo.”
“No, è molto peggio.”
“Cosa dobbiamo fare?”
“Entrarci.”
“É impossibile. So che è pattugliata dagli uomini del controllo del gioco.”
“Proprio per questo motivo ho portato queste” replicò mentre tirava fuori dalla borsa due tute.
“Indossiamole” continuò.
Fabio la vide togliersi la maglia e i pantaloni e rimase incantato dal suo seno e dal suo corpo. Se quello non fosse stato un gioco avrebbe provato quella sensazione per la quale sua madre lo sgridava sempre. In rete aveva letto che si trattava di erezione.
Indossarono le tute. Fabio non riusciva a mettere da parte l’immagine di lei in reggiseno e slip. Abbassò lo sguardo, cercando di nascondere la vampata che lo stava per travolgere.
“Non farlo mai.”
“Io…non…”
“Abbassare lo sguardo, Fabio. Non farlo mai. Ricordatelo. Di fronte a nessuno.”
Lui sorrise. Lei gli sorrise di rimando.
Proseguirono in auto fino al limite della recinzione. Simona condusse l’auto fino al cancello principale. Era aperto. La scritta indicava il nome dell’azienda, con rappresentato il logo riprodotto anche sulle tute. Dhk.
Lo stabilimento industriale sembrava abbandonato.
“Vedi anche tu le immagini leggermente distorte?” chiese Fabio a Simona.
“Sì. Dobbiamo fare presto”.
“Perché?”
“Sono interferenze”.
Avanzarono lentamente lungo il corridoio illuminato da poche lampade di emergenza sparse.
“Sento dei rumori”, affermò Fabio.
“Anche io. Provengono dall’esterno. Abbiamo pochi secondi.”
Raggiunsero la sala dei comandi, posta al primi piano del fabbricato. Simona si bloccò davanti all’immagine visualizzata sul monitor.
Qualche istante più tardi la vide anche Fabio. Simona vide la sua testa iniziare a ciondolare violentemente da una parte all’altra.
“Fabio, resta con me. Non è vero. Cercano di destabilizzarti”.
“Mamma.”
Simona cercò invano di farlo ragionare.
Sentiva i rumori esterni e le interferenze aumentare. Ormai li avevano trovati. Entro qualche minuto li avrebbero prelevati. Fabio non sarebbe più riuscito a comunicare se loro avessero distrutto la scatola nera. E lo avrebbero fatto presto. Pensò, mentre osservava sul monitor la mamma di Fabio piangere.
All’improvviso, all’interno del gioco si aprì una porta lampeggiante.
“Andiamo.”
“Cosa, cosa…”
“È una porta secondaria della rete.”
“Non posso. Io. Ho.”, replicò Fabio, continuando a ondeggiare la testa e fissando il vuoto.
Simona spinse con forza Fabio a oltrepassare la porta. In quell’istante la porta svanì nel nulla.
Aprì gli occhi ed era fuori dal gioco. Di fronte a lei gli occhi di ghiaccio di Sergej. Accanto a lei Fabio, privo di conoscenza.

#Labirinto
#Ep6

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Text by Daniele Mosca

#Labirinto #Ep4

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C’erano monitor dappertutto. E Fabio sentiva il morso della fame. Fuori dal suo involucro, costruito a sua difesa, stava gridando. E non avrebbe voluto farlo, sapeva che quando succedeva sua madre aveva paura.

Paura che suo figlio non riuscisse a superare l’ennesima crisi. Fabio riusciva a sentire la presenza degli elettrodi posizionati in ogni punto del suo corpo. Sentiva flebile il suono della voce della dottoressa che sta mostrando a sua madre un piccolo oggetto. Alcuni flash che sua memoria gli consegnava gli raccontavano che era stato portato in quel luogo trascinato da cinque persone, che lo avevano legato alla barella. Sprazzi di vista mostravano il monitor sul quale si muoveva impazzito il grafico delle sue funzioni vitali. La dottoressa aveva definito quello che stava accadendo: “la soluzione”. Fabio iniziò a percepire dei rumori provenienti da fuori, aldilà della porta della sala operatoria. Anche se nella posizione in cui si trovava riusciva a vedere poco, notò il viso della dottoressa. Era teso. Contratto. Capì che la dottoressa era allarmata. Il monitor che fino a pochi istanti prima aveva mostrato i suoi parametri vitali era saltato ed emetteva fumo nero. Anche quello accanto era ormai fuori uso.

“Cosa sta accadendo?”, pensò.

Fuori dal suo involucro Fabio aveva smesso di gridare. Sentiva il cuore accelerare, mentre vedeva la dottoressa fissare mia madre, la quale rispose con un breve cenno del viso.

Vidi la dottoressa indossare una mascherina e avvicinarsi con il piccolo oggetto in mano.

Proprio quel momento anche il terzo monitor saltò per aria. Fabio perse i sensi nel momento stesso in cui sentí penetrare l’oggetto nella mia nuca. Non vide più niente, soltanto flash che lo abbagliavano. Ovunque lui fosse in quel momento. Non riusciva più a percepire il tempo. Né a muoversi.

Quando riaprí gli occhi era sdraiato su una barella, si guardò intorno e pensó di trovarsi all’interno di un furgone che correva a folle velocità. Il lenzuolo era sporco di sangue e sentiva delle forti fitte poco sopra la nuca.

Fabio cercò di mettere a fuoco ciò che aveva intorno. Doveva mantenere la calma. Evitare che tutte quelle sollecitazioni non si sovrapponessero e che tutte le informazioni fossero condotte nei giusti corridoi. In quelli che conosceva meglio, perché aveva imparato a capire che la sua mente era come un labirinto. Bastava che informazioni finissero nel corridoio sbagliato perché tutto si confondesse e la realtà prendesse forme diverse.

“Stai bene?” sentì pronunciare da un viso che vedeva appena.

Fabio rimase in silenzio, chiedendosi se fuori dal suo involucro stesse già gridando.

“Io so che ti chiami Fabio”, proseguì.

Fabio sentiva il frastuono provenire dall’esterno del furgone. Gli penumatici stridevano, rumori metallici, colpi che spingevano il furgone da dietro, come se qualcuno o qualcosa lo stesse spingendo in avanti. I dati che vedeva sul piccolo monitor a lato indicavano che i suoi parametri vitali stavano tornando alla normalità.

“Come ti chiami?” pensò di chiederle. Chissà se la voce sarebbe uscita questa volta, pensò.

Fabio non seppe mai se la sua voce fosse davvero uscita, ma la ragazza che aveva di fronte rispose.

“Simona. Io mi chiamo Simona. E un po’ ci somigliamo”.

“E chi sei?”, immaginó di chiederle.

“Sono una ricercatrice.”

Fabio iniziava a unire le immagini che la memoria gli inviava. Quella ragazza era piombata nel laboratorio e aveva addormentato la dottoressa e sua mamma, lo aveva slegato e portato via, poco prima che degli uomini armati sfondassero la porta. Lo aveva accompagnato attraverso un’uscita secondaria e poi fatti salire sul furgone sul quale ora si trovava.

“Torneremo a prendere la mamma, sta tranquillo”, aveva detto. Mentre gli uomini armati salivano su un altro furgone e si lanciavano all’inseguimento.
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Text by Daniele Mosca

Per caso

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Ho iniziato a scrivere per caso, o forse per forza. Erano i tempi delle scuole medie, quando dimostrare chi si era davvero era quasi impossibile, se non attraverso le righe e i quinterni. Un tema da affrontare e la richiesta di esprimere le proprie idee. Le prime volte non è stato facile, ma a un certo punto si è accesa una spia. Non riesco a ricordare il momento in cui ho mollato gli ormeggi e non ho più avuto paura di mostrarmi davvero. E non erano tanto i voti a dimostrarmi che era la strada giusta, ma la reazione dei professori che si sono succeduti in quegli anni. Una sorta di sgomento, quasi di imbarazzo perché non si aspettavano quelle parole. La verità è che tutti noi mentiamo. Quando però ci ritroviamo di fronte a parole che ci fanno male, chissà perché, proviamo imbarazzo. Può essere un libro, una canzone, o il tema di uno studente timido e sovrappeso. Parlavo anche d’amore in quei temi, di quanto in mezzo agli altri ci si possa sentire invisibili. Anche quando si è sotto gli occhi di tutti, giudicati, insultati, perché obesi. In quel momento ho capito quanto l’indifferenza, la discriminazione possa far male, ma anche quanto le parole possano essere delle armi più forti di ogni pregiudizio. Per questo continuo a scrivere del mondo visto dalla parte delle ombre, perché è lì che c’è la gente che ha paura, quella che non ha voce per urlare, che fugge da se stessa. Per questo sono disposto a ricevere le critiche di chi vive ostentatamente tra i colori e i pensieri che devono assolutamente essere positivi e a continuare a raccontare il mondo per quello che è, spesso un luogo bello, ma tante altre volte una merda. E le mie radici sono ancora lì, tra le parole del mio primo tema. Non ricordo bene di cosa si trattasse, ma iniziava più o meno così: sapresti dire tu chi sei? E oggi come allora non lo so, ma riesco a percepirmi tra le vibrazioni del suono di un pianoforte, una chitarra, una voce. La mia.