La scelta di Trump

L’ultimo atto di Trump rappresenta una provocazione, da un punto di vista politico, ma soprattutto storico e culturale. La politica ormai sembra nutrirsi di questi personaggi che   sottovalutano la guerra, come si trattasse di un giocattolo elettorale. Una macchina del consenso. Ed è vero, non è certo la prima volta che accade. Ma nell’aria si sente un’aria sempre più pesante, un oscurantismo mascherato da diritto. Un gioco al ribasso dove la libertà è sacrificabile. Lo chiamano populismo, ma cosa lo differenzia dalla rabbia della gente che inneggiava al boia, a una giustizia sommaria e violenta? Il rinascimento è arrivato a seguito di un medioevo fin troppo lungo, un periodo che ogni uomo pensava di essersi lasciato alle spalle. Ma la storia è ciclica, così quei simboli di morte sono tornati tante volte a riaffacciarsi sotto forma di democrazia sociale. Simboli che oggi si riescono quasi a respirare. Spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme, però, riapre ferite ancestrali. Qualcosa per cui il mondo ha già versato fin troppo sangue. Trump ha usato una simbologia forte, che fa paura, molto più di quella usata da feroci dittatori. Scava nella genesi di un conflitto, non per evitarlo, ma per provocare. Alla politica di oggi sembra essere rimasta solo questo, provocare, come unico strumento. Agire sulle paure, le ferite. La rabbia. E chissà se domani saremo ancora dietro a un monitor a inneggiare a una giustizia sanguinaria, come popolani vestiti di stracci, a urlare ai bordi del patibolo. Gli uomini hanno bisogno del sangue, per sentirsi soddisfatti. Trump e suoi lo sanno, ma tutti siamo troppo occupati a sentirci liberi.