Due parole su Squid Game

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Due parole su SquidGame.

Io l’ho trovato triste. La narrazione scava molto nell’animo dei protagonisti, al punto da diventare una metafora del mondo, di come la vita possa portare una persona a fare scelte disperate al fine di riscattare la propria identità e la propria storia. A scommettere tutto, compresa la propria vita. Il punto è proprio questo, la vera protagonista della storia sembra proprio essere la disperazione. Non si intravedere una vera e propria forma di riscatto da parte dei personaggi, in qualche modo sembrano tutti perdenti, incapaci di riprendersi davvero la propria vita. In questo modo diventano ostaggio di un gioco perverso e perfido, che li spinge ben oltre i limiti della civiltà, perché la vera sfida è sopravvivere. La metafora copre la differenza tra il mondo ricco e la povertà più assoluta, tra la disperazione e la perversione, in un vortice che oltrepassa l’intrattenimento, per arrivare alla voglia di prendere le distanze. Ok, anche in questo caso si tende a guardare questa serie più per moda che per volontà, però dovremmo sforzarci di leggerci il messaggio che vuole dare, perché non è solo una serie per intrattenere e va ben oltre le scene sensazionalistiche più conosciute. L’obiettivo, infatti non sembra quello di intrattenere, fa di far provare quella forma strana di tristezza. E in questo raggiunge bene il risultato.

#SquidGame

#Netflix

Due parole sul finale de La Casa di Carta

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Due parole sul finale de #lacasadicarta,le diciamo? Ma sì.Come avevo già scritto, si tratta più che altro di un fumetto. Nulla di verosimile, ma questo non è necessariamente un problema.Per quanto mi avesse lasciato molto basito la prima parte della quinta serie, devo ricredermi. Il finale mi ha emozionato. D’altro canto la serie è stata costruita bene, non in modo perfetto come la prima, ma si lascia guardare.I personaggi sono molto intriganti, a partire dai principali, molti dei quali forse non avrebbero dovuto essere sacrificati troppo presto. Ma penso ci siano motivazioni più ampie rispetto a quelle della trama.La storia è abbondante, a tratti eccessiva. Ma è proprio in questo eccesso che la trama prende forza, autoalimentandosi e caricandosi dell’emotivitá delle storie di ogni personaggio. Il fulcro è il professore, ma è una metafora del gruppo, dell’ideale come scopo della propria vita. Dell’unione come locomotiva delle proprie azioni e specchio del futuro. In qualche modo questa storia é istruttiva, sicuramente un valido intrattenimento.#lacasadepapel

Il coraggio di restare

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É stato un periodo molto impegnativo. In questo periodo non ho praticamente scritto nulla.Non sempre per una questione di tempo.É che forse i social mi piacciono sempre meno. Se escludo l’utilizzo per scopri professionali, non rimane molto.Ma forse anche questa è colpa mia. In una realtà in cui tutti hanno l’ardire di sentirsi creatori di contenuti, io penso che a volte serva restarsene un po’ in silenzio.

Sui social tutti propongono qualcosa, spiegano, urlano, sussurrano, ballano. E noi? Noi siamo quelli dei blog, quelli che scrivevano testi che volevano essere profondi, ma che spessano non erano altro che pesanti lamentele. Di noi cosa è rimasto?

Mi soffermo a guardare i profili di quelli che un tempo erano blogger come me, ognuno si è costruito una vita, qualcuno è diventato direttore di riviste, altri sono diventati tutto casa e famiglia, ma la verità é che la gran parte non scrivono più. Non pubblicamente, almeno.

Forse perché siamo cambiati.

Forse perché è il tempo che ci ha cambiati.

É stato un periodo impegnativo. Molte cose sono cambiate e molte cambieranno ancora. Penso che cambiare sia essenziale.

Pensate a un libro, che storia mai potremmo leggere se scegliessimo di non girare pagina, di cambiarla. E poi, alla fine, cambiare libro. In fondo non è vero che non ho scritto nulla. Credo ci sia ancora molto da dire.

Ma, a volte, per trovare le parole, bisogna avere il coraggio di restare in silenzio

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.#scrivere#pensieri

E se davvero non fosse “andato poi tutto così bene”?

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Ma la verità é che la maggior parte delle volte non abbiamo proprio niente da dire.
Cerchiamo solo un modo per sentire la nostra voce urlare che ci siamo.
Che è ancora viva.
E in un mondo dove la iperconnessione ci ha trasformati in topi dipendenti dall’alimentazione di un cavo, è quasi più semplice pensare che tutto le cose importanti siano dentro quel cavo.
Probabilmente anche ciò che siamo.
E invece dovremmo difenderci.
Chissà, se magari quelli che protestano contro i temi più disparati pensano più o meno la stessa cosa.
E se avessimo perso il diritto di essere noi stessi? Stereotipati in personaggi in cui non vogliamo o non in cui non riusciamo a riconoscerci?
Se fossimo tutti stanchi di fingere che tutto sia davvero giusto così?
Se davvero non fosse “andato poi tutto così bene”, come invece vorremmo pensare?
Troppe domande tutte insieme, per una semplice notte di luna piena. Ma la verità è che in una notte come tante, non abbiamo proprio niente da dire
Forse abbiamo solo voglia urlare, per sentire che siamo ancora vivi. Perché proprio accanto a quel cavo ci sono dei fogli bianchi, una matita. E una nuova storia da scrivere.
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Il Salone mi è mancato

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Il Salone del Libro mi era mancato.
Mi è mancato ancor di più questa volta, sentirmi parte di un qualcosa,
di un progetto,
essere quel piccolo ingranaggio che fa parte di una macchina così importante per Torino.
Così mi sono ritrovato a girare senza una meta in mezzo, tra un mare di libri e a un fiume di persone,
poi, come se sentissi la necessità di isolarmi,
mi sono fermato davanti a uno dei pochi scaffali di libri davanti al quale, in quel momento, non c’era nessuno.
Sentivo una sensazione di malessere.
Ho cercato di respirare piú lentamente.
Tutto sembrava girarmi intorno.
Quante volte che avevo frequentato il Salone.
Quante volte avevo cercando di farmi conoscere, parlando a sconosciuti di un mio libro.
Quante volte non è sembrato abbastanza,
al punto da decidere di fare un passo indietro.
Fino a fermarmi del tutto.
Il malessere di era placato,
all’improvviso.
Ho messo a fuoco ciò che c’era davanti a me,
così ho capito perché proprio quello scaffale fosse così poco battuto dal pubblico.
Non c’era nessun bestseller,
nessun saggio di qualche filosofo idolatrato dalla critica,
nessun romanzo con qualche detective improvvisato,
né biografie di calciatori famosi.
Nulla di tutto questo.
C’erano solo libri di nautica.
Uno di questi ha catturato la mia attenzione.
Ripensandoci, tutto è iniziato da lì.
Dell’inventare un personaggio che guidava una barca in mezzo a una tempesta.
Così, l’unico libro che comprato al Salone è stato un manuale di vela.
E forse voi non ne sapete il motivo,
ma a volte le risposte che ti servono arrivano quando meno te lo aspetti.
In quello che sembra il momento più inadatto.
Il Salone mi é mancato,
ma forse mi ha indicato ancora una volta la rotta migliore da percorrere.
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Un caffè troppo amaro

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Cadono le foglie.
Così come le banalità.
Le follie abbandonate un attimo prima.
Cadono le stelle.
Le note che scivolano,
In un silenzio macchiato.
Ed è già autunno.
I colori accesi migrano,
ben oltre il mare
E noi restiamo qui,
a cercare le parole giuste.
Per darci un senso,
in uno specchio.
Che mi dipinge,
senza che io lo voglia.
E vorrei sentirmi più saggio,
non solo più vecchio.
Cadono le foglie,
come il sapore forte.
di un caffè troppo amaro.
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Tra haters e predicatori

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Chissà se è davvero una questione di età degli utenti che frequentano i social, ma sembra sempre più complicato comunicare.
Tra haters incarogniti e personaggi che pretendono di predicare il loro verbo basato su scarse esperienze e supponenza, si raggiungono altissimi livelli di imbarazzo.
Non so se capiti solo a me, ma mi capita di scrivere pensieri e cancellarli un attimo dopo.
Non perché tema cosa penseranno gli altri, anzi, quello di provare a generare riflessioni è sempre stato uno dei motivi per cui ho iniziato a scrivere “pubblicamente”.
Più che altro provo un senso di inadeguatezza al contesto.
Restano davvero pochi spazi per essere se stessi, perché in mezzo a tanti urlatori e predicatori che pretendono di ordinare il pensiero corretto io mi sento sempre più spesso un prigioniero di un sistema delirante.
Ed è una sensazione che non mi piace. Quindi si tratta di una questione di età degli utenti dei social?
Non credo.
Penso che i social abbiano distrutto il limite tra adeguato e inadeguato alla situazione.
Tutti sanno tutti, tutti sono tutto.
Il risultato è che il contesto genera mostri di cui non ci libereremo.
Ph: Unsplash

Venti anni fa

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Venti anni fa, il mondo cambiava.
Almeno per quanto riguarda il nostro rapporto diretto con la storia.
Da allora abbiamo assistito alla scrittura di intere pagine di una storia, passata attraverso schermi sempre più piccoli e portatili.
Abbiamo sentito addosso come quella storia potesse condizionarci con il solo peso di un’immagine.
Come se quel giorno avesse reso più vero tutto quel sangue, che i libri di storia ci avevano solo raccontato.
E forse proprio in quello stesso momento abbiamo iniziato a capire a quanto sia importante scrivere della storia.
Quanto sia importante farlo con lucidità.
Quanto sia difficile farlo guardando solo delle immagini.
E, infine, quanto sia importante il lavoro di chi si reca nei luoghi più pericolosi, per raccontare.
Venti anni fa, cambiavamo noi.
In un misto di paura e curiosità.
Di ignoranza e finta conoscenza.
Di sogni e incubi.
Venti anni fa comprendevamo quanto si possa anche uccidere,
nel nome di un dio.

La casa di carta 5, ecco cosa ne penso.

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La Casa di Carta è una moda.
Probabilmente potrebbe tutto racchiuso in questo concetto.
La quinta seria, che altro non è se non il continuo della seconda, che già era una lontana parente della prima, non mi ha convinto.
La trama è scadente.
Tutto è eccessivo.
Le emozioni vengono ripetutamente spiegate e contestualizzare.
Troppe scene eccessivamente inverosimi.
Al netto di una narrazione che sicuramente funziona e attrae, c’è poco altro.
Vedremo il finale, con la speranza che possa quantomeno rialzare la media.

#lacasadicarta