Se non fa male, non serve

Un racconto è un racconto. Con le sfumature ed emozioni sanguinarie. Se non fa male, non serve. Lo fanno anche le favole, da tempi immemorabili. Nell’era della cultura da aperitivo e Open Bar sfugge sempre qualcosa. Parole come “aggiungimi” o “ti taggo” hanno presto il posto di un “ti aspetto” o di un numero scritto da anime senza nome sulle porte del cesso di un Autogrill. Bruciamo le emozioni a bordo strada, per quell’attimo di consenso. E cosa resta di noi, in tutto questo, se non quel senso di vuoto. Ci portiamo al limite, ci tiriamo a lustro, ci incantiamo, ci incateniamo, per non sentire che tutto scorre troppo in fretta. Che le parole vengono inghiottite da bacheche fameliche. Stamattina fa troppo freddo. E a scrivere mi si gelano le dita. Ma un racconto è un racconto. E deve far male, per me scrivere è questo. Sia davanti a me ci sia gente pronta ad ascoltarmi, o che solo al bordo di una banchina della stazione. Mentre scrivo sulla neve fresca “ti aspetto”. La scritta svanirá presto, ma io sono tutto questo. Sono quelle parole scritte su una panchina, su un muro di periferia, sulle porte del cesso di un Autogrill.