Disertore

La comunicazione sui social network non mi piace. Personalmente provengo da una realtà diversa: quella dei primi blog. Un contesto in cui prima di scrivere ci si documenta, si studia e si analizza. Quello che vedo sui social è la mancanza totale dei tempi tecnici necessari per riflettere. É difficile risultare credibili quando si alternano nella propria linea comunicativa tagliatelle alla bolognese, video con le orecchie e geopolitica internazionale. Non è un segreto che gli algoritmi dei social premino alcune forme comunicative rispetto ad altre. Ma il tema è un altro, i testi stanno lentamente sparendo, sostituiti da slogan insignificanti. Questo non è il futuro che immaginavo. Non mi stupisce la spirale di violenza verbale su temi come razzismo e terrorismo e la lascivia dei social nei confronti di questo fenoneno. Per loro è traffico. E tanto basta. Cavalcare un mare con onde così alte diventa sempre più difficile. Ognuno di noi gradualmente viene ridotto a un silenzio calcolato. Viene ridicolizzato, anzi, costretto ad auto ridicolizzarsi per sembrare più simpatico. Molti si chiederanno perché, se proprio non mi piace la comunicazione sui social, io sia qui. La risposta è semplice. Le mie parole nascono sulla carta, ogni concetto viene studiato ed elaborato prima di diventare un articolo. Così come si faceva una volta. Le mie parole hanno superato l’era dei diari segreti, di splinder, di myspace e ora sopravvivono nella realtà virtuale. Farle sopravvivere è un combattimento quotidiano. Soprattutto con me stesso. Forse un giorno verranno inghiottite dal vortice. Ma in mezzo a questo rigurgito nazifascista, tra soldati rabbiosi con la bava alla bocca, io preferisco disertare. Sentirmi un partigiano, un bandito, continuando a credere di poter difendete la libertà, anche soltanto con le mie parole.