La giusta distanza

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Dalla giusta distanza,
la dimensione del mondo.
L’essenza e l’odore.
In fondo, alla stanza.
L’eco di una voce,
la necessità di urlare.
L’assenza e il sapore.
Demoni, vestiti di bianco.
Angeli, svestiti di anima.
Non esiste distanza,
né tempo.
Il mondo è relativo.
Come noi stessi.

Deserto Luna Park

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Guarda.

C’è un tempo in cui tutto si ferma.
Come una giostra che all’improvviso smette di giocare.
Senti.
C’è odore di bruciato.
E ci hanno dimenticati.
Il mondo gira sempre più veloce.
E i sogni sono gettoni.
Le luci del luna park, risplendono ancora.
Ma, ascolta.
Tutto è silenzioso.
E se fai attenzione, puoi sentirlo.
Il rumore di chi conta quei gettoni.

Identità 

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Identità rubata. 

Dignità, disegnata appena.

Una donna che corre.
Un uomo che insegue.
La supremazia,
dell’ipocrisia.
É sola.
Ruba qualche istante.
Mentre dentro, tutto cambia.
Il domani non sarà lo stesso.
Qualcuno confesserá.
La paura resterà al suo posto.
Un luogo che non finirà.
All’alba si specchierá,
su un vetro.
Il racconto di chi non sarà, mai.
Il volto della sua identità,
ormai, rubata.

Brace.

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Brace.

Fumo nero, oltre gli occhi.

La vita, il suo contrario.

Monete.

Giochi di un potere,

Invadente.

Giochi, con la vita.

Tace.

La morale comune.

La via d’uscita.

Il silenzio,

comprato al peso dell’oro.

Loro,

volti, giustificazioni.

Il mondo va avanti.

E alcuni si fermano.

Le fiamme alimentano.

Le fiamme, mentono.

Tace,

la dinastia delle cose.

La prosa delle scuse.

Il compromesso,

e la pace. Negata.

Quel nodo in gola

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​Un nodo in gola. Note feroci che trovano una strada. Annientano le difese. Lo svolgimento di un tema che all’improvviso si blocca, perché qualcosa si è rotto. Il foglio ancora bianco, dopo ore di attesa. Il tempo che scorre, mentre corre l’allucinazione. E lo sai che basterebbe una canzone, perché le parole tornino a fluire. Perché la musica è quel fiume che trova il mare. E quel mare, per me, è quel nodo in gola.

Il primo passo

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​Potevo contare ogni tasto di quel pianoforte, cercare, ognuno di essi aveva una forma differente. Negli occhi di chi guardava quello strano mobile riuscivo a capirne il pensiero. Per loro erano tutti uguali. Il primo passo fu di sfiorare quei tasti. Ma non accadeva niente. Poi mi feci forza e con quella stessa forza provai a pigiare. Il suono era sgangherato, grezzo, ma a suo modo raccontava il viaggio che quella forza aveva fatto per raggiungere il martelletto e poi la corda, che aveva iniziato a vibrare tra le pareti di legno. Provai ancora, unendo due suoni, poi tre. Nessuno riusciva a crederci. E molti non ci credono ancora. Ma é così che la musica ha origine.

Inutile difendersi

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​Inutile difendersi quando la pioggia inizia a cadere all’improvviso, molto meglio rallentare e godersela. Tanto lo sai che non potrai evitare di bagnarti. I passi sanno assestarsi su un’andatura diversa, più lenta. Da quella dimensione si vedono le cose in modo diverso. Non necessariamente più chiaro. Solo diverso. All’inizio è più difficile, ma poi tutto diventa naturale. E sembra di vederlo un bimbo che inizia a camminare, mentre pensi che gli dovrai insegnare che nella vita non si impara a camminare una volta sola.

L’attesa

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​L’attesa. Quante volte siamo costretti a rimanere fermi ad aspettare qualcosa, che ci spetta, ci piace, ci serve, o che semplicemente non vogliamo. Le lancette girano, come indemoniate. Ma il tempo sembra essersi improvvisamente fermato. E forse una vera ragione non c’è, ma soltanto il colore opaco di una parete, l’anima consumata delle piastrelle, resa chiara da una luce troppo forte.  E chissà se anche il mio riflesso indossa gli stessi volti che ho di fronte, schermati dietro una forza che tante volte non c’è. Se sa ancora ridere, piangere. Capire. Quante volte scegliamo di rimanere fermi, a osservare qualcosa che non sia noi stessi?