Correva, il tempo

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Correva il tempo, perché lí c’era troppo vento. E gli occhi bruciavano, ma non potevano non vedere. Correva, il tempo. E la luna faceva un po’ meno paura. Avvolta dalle nubi, incastrata tra troppe stelle. Chissà se mai avrebbe scoperto la solitudine. Quella che inganna, col sapore aspro di un giorno di pioggia. Poi, fermo a una stazione, attesi il treno che sarebbe arrivato di lí a poco. Raccolsi i pensieri e gli accordi disarmati. Ed é così che accadde. Un suono, poi una melodia e, in fine, le parole. Il tempo non correva più. Aveva imparato a camminare. E a raccontare.

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Se io, un giorno. Un pensiero su Silvia Romano

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Semmai nella mia vita io scegliessi di andare a prestare servizio in una parte pericolosa del mondo semplicemente, per i più svariati motivi, ma soprattutto per migliorare la situazione di chi sta peggio di me, se venissi rapito a scopo di riscatto, se fossi costretto a subire le peggiori cose da parte degli aguzzini, se le violenze fossero fisiche, psicologiche, o entrambe, se questa condizione perdurasse per anni. Se mi trovassi talmente in crisi che per salvarmi la vita sentissi la necessità di non urtare chi potrebbe uccidermi da un momento all’altro, io rimarrei comunque un cittadino italiano e, dentro di me, continuerei a sperare che il mio paese stia facendo tutto il possibile per venirmi a salvare. Anche trattare la cifra imposta per il mio riscatto. Perché la mia vita dovrebbe valere meno perché ho scelto di aiutare il prossimo? Perché dovrei essere considerato diverso se scegliessi di convertirmi a un’altra religione? Il nostro è un paese laico, non cristiano, non cattolico, non islamico, non ebraico, non buddista. É laico. Ciò che ha vissuto quella ragazza noi non possiamo saperlo. Ma parliamo di una cittadina italiana che aveva dei sogni. E, con tutta la mia sincerità, spero non sia stata costretta a perderli percorrendo una strada dell’inferno.

Diciotto mesi

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Mi chiami “Papà”. E credo basti questo per descrivere quante cose sono cambiate in diciotto mesi. Ogni giorno è una conquista per te, ma soprattutto per noi. Capire quanto é complicato far collimare tutti i punti delle nostre vite, stabilire le priorità. Un giorno capirai che il mondo fuori é complicato, che tante volte nulla é ció che si ostina a voler sembrare. E tu, per quanto proverai, capirai che non sarai in grado di cambiarlo. Quello sarà un momento in cui proverai un senso di amaro, ma che é proprio da lì che ripartirai per continuare a provarci. Scoprirai che le parole servono solo fino a un certo punto, che i sogni si infrangono. I sentimenti, pure. Ma che non sarà mai un buon motivo per non riprendere una matita in mano e tornare a disegnare quello in cui sceglierai di credere. Capirai che ogni delusione é come un mattoncino delle costruzioni, che potrai farne quello che vuoi. Nel bene, nel male. Molti vorranno cambiarti, ma so che sarai più forte tu. O almeno questo é quello che, nel mio piccolo, vorrei insegnarti. Lo so bene che spesso non sarà possibile, che ti ritroverai di fronte a scelte più grandi e importanti, che dovrai sacrificare dei sogni, probabilmente anche una parte di te. Ma anche quelli sono mattoncini, come quelli che ci regali ogni volta che dici “Mamma” e “Papà”, noi cercheremo di costruirti una base perché tu possa poi posare i tuoi.
#diciottomesi

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1Q84, il romanzo di Murakami

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Oggi vi parlo di un autore e di un romanzo controverso, ma che vale sicuramente la pena di conoscere.
“1Q84” è come un vortice. Un mondo parallelo in cui si rimane imprigionati. Si soffre e si gioisce assieme ai protagonisti Aomame, Tengo e Fukaeri. Un intrigo che si ingarbuglia pagina dopo pagina e atmosfere misteriose e a tratti mistiche sono gli ingredienti di un romanzo particolare. Lo stile di Murakami è originale e sfoggia una cultura certamente differente da quella che siamo abituati a trovare nella letteratura contemporanea, perché sembra di immergersi in una realtà epica, seppur ambientata ai nostri giorni. C’è un mondo che si percepisce all’inizio e che diventa parte del lettore, come se questo libro possa ipnotizzare con la forza di frasi e parole costruite con maestria, sapienza e una grande pazienza. Ci sono scene e immagini che ritornano, che arricchiscono un quadro, quasi fossero particolari e sfumature che rendono il senso complessivo ancora più intenso e coinvolgente. Sono pochi i casi in cui ci si imbatte in fenomeni letterari come questo, quindi è necessario entrare in questa dimensione per capirne il senso e assaporarne il contenuto. Una storia avvincente, che risveglia la curiosità e le emozioni, e che, non in ultimo, fa riflettere grazie alle metaforiche divagazioni che l’autore crea e plasma. Ci sono colori sensuali e riquadri agghiaccianti che si susseguono senza fine. Una girandola di sensazioni che scivolano via, pagina dopo pagina. C’è passione e amore in questa storia, c’è pathos e cinismo, c’è il male e il bene che lottano, c’è il male dentro e quello che insegue i protagonisti. C’è una guerra inconsapevole. Quella di Murakami è una narrativa ad altissimo livello che non si può fare a meno di leggere. “1Q84” è un libro nel libro, un mondo in un altro mondo. Forse questo libro rappresenta proprio il mondo.

Un ottima lettura, complessa, fantasiosa e spietata, ma allo stesso tempo accattivante e provocatoria.

Futuro imminente

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Restano i momenti. I sapori racchiusi nelle lunghe attese. I passi leggeri per non far troppo rumore. Perché si sa che ai silenzi non si negano parole. E accade, che d’amor si smetta di parlarne, per costruirne un’immagine coniugata in un verbo al futuro. Prossimo e, allo stesso tempo, imminente.

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La vera liberazione

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Ogni santa volta c’è qualcuno che approfitta di questa festa per legittimare una dittatura con dietrologia e revisione storica. Facciamo chiarezza, gli italiani sono stati fascisti. La resistenza é nato come movimento di disertori, tra i quali si nascondevano veri e propri banditi. Con l’avanzare della guerra al movimento si unirono persone che iniziavano a scappare dal regime che perdeva terreno. In quella fase storica il comunismo viveva una grossa crisi, quindi errato etichettare quel movimento come comunista. Alcune di queste persone si sono macchiati di atti vergognosi? Sì. Come sempre esistono delinquenti e l’odio verso “l’invasore” é stato riversato nei modi più impensabili. Questo fai dei partigiani dei criminali? Assolutamente no. Se quel movimento non fosse stato aiutato dall’esterno avrebbe combinato poco. L’aiuto é arrivato dagli americani. Motivo per il quale l’Italia, fascista, perse la guerra, fu costretta a pagare per anni i debiti contratti per il suo salvataggio. Gli italiani provarono per molto tempo a lavarsi la coscienza cantando “Bella Ciao”, come se questo li allontanasse dal peccato originale, essere stati fascisti. Purtroppo si discute molto sul come siano nate le diverse dittature nel mondo, fascismo in Italia, nazismo in Germania, Franchismo in Spagna e tante, tante, altre, ma la verità è che se si smette di riflettere, di farsi domande, si smette di esistere. Il revisionismo storico è sempre esistito, ma ha quasi sempre riguardato tutte le diverse fazioni delle tante guerre che si sono succedute. Ma torniamo al peccato originale, per cosa festeggiamo, per la liberazione dall’invasore (che come Italiani abbiamo praticamente sposato, parlo ovviamente dei tedeschi), o dal fascismo, che da movimento socialista si era trasformato di un delirante esercito di teste vuote pronte a tutto per seguire folli principi? Ma andiamo ancora più a fondo. Perché odiamo il fascismo? Conosco e ho conosciuto molte persone che dichiaravano apertamente che “durante il fascismo si stava bene”, allora dov’è la verità? La verità è che stai zitto e accetti ogni cosa che viene imposta dal potente di turno, se questo non ti fa star male, puoi sopravvivere a qualsiasi tipo di dittatura, anche quella più subdola che da fuori sembra un’isola felice, e quante volte ho sentito ripetere questo concetto da teste vuote fedeli altro proprio Re. Se accetti di non pensare, di privarti delle tue idee, allora sei parte di quella dittatura, a prescindere da come servirai il padrone di turno. Cosa vuol dire questo? Che più che basarsi sulle parole che vengono espresse, mi piace soffermarmi sulle azioni che nella vita vengono fatte. Sono quelle la cartina torna sole di chi siamo veramente. Quella che può farci pensare e magari immaginare cosa e chi saremmo stati se avessimo vissuto in quel regime o in un altro. E una cosa é certa. Chi si pone domande in qualsiasi regime sarebbe stato torturato, esiliato, umiliato, reso prigioniero e molto probabilmente, alla fine, ucciso. Non chiuderò questo testo dicendo cosa penso io. Chi mi conosce sa bene chi sono. Riflettano gli altri, soprattutto quelli che a queste parole non saranno nemmeno arrivati a leggerle. La vera liberazione é relativa. Che ognuno festeggi per quella che ritiene importante per la propria vita.

È davvero difficile scrivere in questo momento della mia vita.

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È davvero difficile scrivere in questo momento della mia vita. Mi sembra tutto ovattato. Come in attesa. Ma questo aspettare non penso faccia così bene alla mente. Siamo nati per muoverci, parlarci, respirare. Certo, anche scrivere. Ma dopo tutto questo tempo si sta affacciando il logorio di questo periodo, la stanchezza. Ed è difficile inventare qualcosa quando ti senti prigioniero. Quante volte ho parlato di gabbie con le sbarre invisibili, ma ch adesso sembra di poter toccare. Mi fa paura il futuro prossimo, la superficialità con la quale viene disegnato. All’improvviso il nostro mondo è diventato troppo stretto. Lo vediamo dalle nostre facce tese quando ci guardiamo allo specchio. Mi sento invecchiato di colpo. Non riesco a credere di aver regalato a mia figlia un mondo in cui si deve vivere con una mascherina, in cui non si può uscire di casa. In cui un virus può irrompere con la violenza di atto di guerra. Un virus che sembra nato dalla fantasia perversa di uno scrittore, ma che sta disegnando una forma di vita strana. Io resto in attesa, non so di cosa, forse di una storia nuova da raccontare.

Non credo che tutta questa storia ci renderà migliori

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Non credo che tutta questa storia ci renderà migliori. Tanto meno più riflessivi. C’è del surreale che nemmeno un intero romanzo potrebbe chiarire. E figuriamoci se potrebbe mai farlo un post. Quello che invece penso è che ci stia portando via un po’ di noi, oltre al tempo che non possiamo spendere come vogliamo. Gli sguardi sospettosi, i gesti che non conoscevamo, questo concetto di “convivenza con il virus”. Concetto assurdo, perché nessuno vorrebbe convivere con chi ti vuole uccidere. Quello che sento è che non ho voglia di scrivere, di leggere. Vorrei poter far vedere il mondo non solo da una finestra o dal monitor di un telefonino. Non é questo che voglio. Punto. I filosofi la vadano a raccontarre ad altri “la vita del futuro”, io amo quella vera, che non mi lede la libertà di vedere il mare. Raccontino ad altri la favola del “tempo per noi”. Questo virus non convince nessuno, siamo sinceri. Questo scenario da guerra strafredda dura da troppo tempo per iniziare ora a credere alle coincidenze. E non voglio fare il complottista, chi mi conosce sa che se voglio posso scrivere pure di peggio, ma anche le peggiori storie hanno sempre un fondo di verità, quindi lasciatemi dire che non ci credo alle fiabe, ogni storia raccontata è stata costruita da qualcuno che voleva rubare la nostra attenzione. Ma torniano a noi, dovremmo essere stanchi di schierarci dalla parte di pupazzoni con il drink in mano e la soluzione in tasca. La gestione di questa emergenza è stata un disastro. Senza nulla togliere alla grande capacità, professionalità e dedizione di medici, infermieri, volontari, sindaci che hanno dato tutto quello che potevano dare, ma che si sono ritrovati a essere uno scoglio che non può arginare il mare, ma la propaganda e contropropaganda tra i vari enti è stata imbarazzante. Regioni contro Governo. E viceversa. Capi di fantomatiche taskforce, coordinatori, capi, capetti, politici pronti a offrire una soluzione pronta e certa. Milioni di commentatori sul social che avrebbero saputo fare sicuramente di meglio. No, ragazzi. Abbiamo dimostrato di essere divisi e divisivi. Per fronteggiare una emergenza simile si devono dimenticare i colori politici. Invece non è accaduto. Non sta accadendo. E non accadrà. Questo fa anche più paura del virus, perché il racconto di una fase due, ancora più disorganizzata della prima. Chiariamoci, in Italia c’è chi sa governare le emergenze, ma devono poter lavorare seriamente, non per finta. Altrimenti tutto diventa un’orrenda barzelletta. Che non fa ridere un cazzo di nessuno. E ti uccide, non ti rende certo migliore.

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