Degrado e pregiudizio: la propaganda del nulla

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Stamattina ho aperto il giornale e ho letto del licenziamento di Emilio Fede che, dopo vent’anni, lascia il Tg 4. Più che interrogarmi (ancora) sulla qualità del suo telegiornale e sulle sue prese di posizione sulla politica (ma che in realtà pare sia il modo di operare di molti giornalisti, anche di altre parti politiche), mi sono fermato a pensare a come la società si sta trasformando. Con l’arrivo del governo tecnico sembra ci sia una corsa al “rinnovamento”, come se si volesse davvero mutare un certo modo di agire. Ma mi chiedo se sia un modo di pensare nuovo quello che preme per facilitare i licenziamenti e rendere i contratti a tempo indeterminato di fatto a tempo determinato dal datore di lavoro. Non metto in dubbio che spesso nel nostro paese esista un malcostume, ma credo che la cura non sia quella di agire sul rendere completamente instabile la vita della gente. Forse i paesi nordici riescono a interfacciare una correttezza e un’etica superiore alla nostra con l’abilità di vivere, ma forse la nostra mentalità ci impedisce di fare lo stesso. Tutto nasce da cosa per noi vuol dire lavorare. Per le vecchie generazioni era “portare a casa la pagnotta”, per quelle più nuove trovare soddisfazioni. Crescere. Proprio questo verbo è scritto e recitato nel telegiornali e nei discorsi dei politici, senza, però, spiegarne mai il significato. E ce ne sono molti. La crescita economica di un paese non sempre corrisponde a quella di un popolo. Il benessere è certamente legato alla quantità di “cose” che si possono acquistare con il proprio stipendio, ma anche alle possibilità di riuscire a fare ciò che si desidera. Molti vorrebbero creare una famiglia, altri fare carriera, ma il comune denominatore è che un paese non dovrebbe dimenticare questo aspetto, sacrificandolo sull’altare dello sviluppo dell’economia del paese. Il default di un paese non è solo una questione economica, ma sociale. Spesso le crepe iniziano a vedersi anni prima. Sappiamo tutti che la Grecia versa in cattive condizioni economiche da molti, molti, anni, e non è un fulmine a ciel sereno che ora possa trovarsi pesantemente in ritardo rispetto agli altri paese europei. Sappiamo anche bene qual è la nostra forza e quali sono le nostre ambizioni. Negli ultimi anni abbiamo visto mutare i desideri della gente e il sogno più grande è diventato diventare velina, partecipante di reality. Meteorina. Siamo stati storditi da una realtà finta e patinata che ci ha voluto insegnare cosa vuol dire vivere, e spesso ci abbiamo anche creduto, illudendoci che i festini potessero in qualche modo essere giusti per chi può permetterseli, che una donna che si concede per soldi, infondo non fa male. Nello stesso tempo abbiamo visto nascere pensieri contrastanti e forti, come quella di Roberto Saviano, che ci hanno fatto vedere l’altro lato della medaglia. In quel sistema che volevano venderci, c’era qualcosa di sbagliato. Quel qualcosa è diventato sempre più grande, anche se molti hanno cercato di dire, no, va tutto bene. E’ colpa di una certa parte che vuole rendere tutto sporco, sbagliato. Forse in fondo una verità c’è. Dobbiamo riappropriarci delle nostre ambizioni, cercare quelle vere. Dimostrare che si può ancora fare, anche se sappiamo che questa trasformazione di cui leggiamo sui giornali o vediamo in televisione è, in qualche modo, pilotata. Anche i politici si sono resi conto che le crepe nel nostro paese iniziavano a vedersi e hanno cercato questa soluzione per farci ancora illudere che tutto possa andar bene. Ma non è in loro che possiamo credere, ormai lo sappiamo, ma in noi stessi. E’ la storia che ci insegna che il potere fa di tutto per aggraziarsi i favori del popolo, non perché ne interessi il pensiero ma perché serve per governare. Un popolo che pensa è un paese che può prendere decisioni e ci sono diversi modi per controllarlo: uno è illuderlo di dargli ciò ci cui ha bisogno. Che non ci sia alcuna trasformazione nella mentalità italiana lo possiamo vedere dai teatrini della politica, nell’assoluta farsa che tutela ancora gli interessi di pochi. C’è ancora molto lavoro da fare e non bisogna più smettere di pensare a ciò che vogliamo davvero dalla vita e non a ciò che ci dicono sia necessario per essere “al top”. Spero davvero che la caduta di Fede sia un monito per rialzare la testa, ma so che questo è ciò che vogliono far credere. Lo penso perché a sostituirlo sarà l’attuale direttore di Studio Aperto, telegiornale non certo noto per l’approfondimento delle notizie, ma per la propaganda del nulla. Fede è stato soltanto una vittima predestinata del sistema (solo per ora).

Movimento NO-TAV: Cosa e chi rappresenta, oggi?

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Il movimento NO-TAV ha un’origine antica, il cui scopo era di ribellarsi a un’opera che i manifestanti ritenevano inutile e oltremodo costosa. Sulla base di questo intento il movimento ha organizzato incontri, cercato di intervenire sul progetto originale dell’Alta Velocità in Val Susa per migliorarne l’efficiente, ridurne i corsi e l’impatto sul territorio. Ciò che è poi accaduto è noto alle cronache: a un certo punto di questa storia, il progetto ha comunque proseguito il suo corso e il dialogo con il movimento e soprattutto con i residenti della Val Susa si è prima affievolito, poi è svanito. Attualmente sono in corso le procedure espropriative, necessarie allo Stato per prendere possesso da parte delle aree per la realizzazione dell’opera. Molte sono state le manifestazioni e gli attestati di solidarietà verso le idee No-Tav, alcune sensate, e altre volte ad auto-promuovere comodamente dei potenziali nuovi leader di questo movimento. Quello che resta è un movimento stanco e che fatica a trovare un’identità, ora che i lavori sono iniziati ed è difficile fermare una macchina infernale. I temi sono molti, da quello economico a quello ambientale, ma ognuno di questi ha una matrice comune, che si sposa con una domanda su tutte: perchè quest’opera è così importante da renderla “strategica”?. I dati analizzati dimostrerebbero che il traffico di merci in Val Susa è in netto calo da anni, così come lo è quello dei passeggeri e che esisterebbero altre soluzioni tecniche per utilizzare tratti di tunnel già realizzati, evitando di scavarne di nuovi. Le motivazioni sono tante, ma gli episodi in corso in Val Susa e che hanno avuto luogo lunedì nella stazione di Porta Nuova a Torino (in cui testimonianze raccontano di un’aggressione delle forze dell’ordine sui dimostranti) mettono in luce una tensione crescente e che non sembra volersi placare. Tra i manifestanti ci sono fronti più pacifici e altri che lo sono meno. Non si può negare che la presenza di gruppi anarchici sia molto elevata. Senza alcuna criminalizzazione né per la polizia, né per i manifestanti, bisogna analizzare quanto sta accadendo e soprattutto definire contro cosa il movimento NO-TAV si scaglia. Se è vero che inizialmente l’obbiettivo era evitare la realizzazione dell’opera, è vero anche che ora come ora il movimento rappresenta qualcos’altro. E’ in grado di riunire pensieri e idee diverse, fino a rendere quasi trascurabile l’origine stessa del movimento, che ora si ribella a un uso senza moderazione dei soldi dei contribuenti, del territorio e della buona fede di un intero paese che ancora oggi non sa quale sia la verità sull’alta velocità in Piemonte. Torniamo alla domanda iniziale: perchè quest’opera è così importante, ma soprattutto per chi lo è? Le opere pubbliche in Italia sono sempre state storicamente caratterizzate da importi “gonfiati” da procedure spesso “poco trasparenti”e vinte (a volte con la complicità indiretta di normative malleabili) da imprese con traffici poco chiari. Per molti anni questa procedura ha reso possibile ogni cosa, oliata da politici compiacenti e corrotti. Potrebbe essere una chiave di lettura pensare che ora che il nostro paese ha toccato il fondo del barile e che la gente è stanca di questa mentalità che non ha altri aggettivi se non quello di mafiosa? Un movimento del genere sarebbe certamente considerato scomodo agli occhi di chi non vuole che questo sistema malato si fermi. Ed è da questo punto che nasce la tensione: questa protesta nasconde una motivazione diversa da quella relativa alla sola realizzazione dell’opera in questione: riguarda l’intera mentalità italiana e la volontà degli italiani di trovare una strada nuova. Se il movimento NO-TAV fosse associato a quello dei NO-GLOBAL o degli INDIGNADOS, cosa cambierebbe? Certamente diventerebbe automaticamente più forte, più pericoloso, perchè non riguarderebbe più soltanto una piccola valle, che è ben poca cosa rispetto alla “scala” di un’opera come l’alta velocità, ma l’Italia e il mondo intero. Perchè è sempre così pericoloso che un popolo inizi a pensare e farsi domande? Quello che ci si augura è che nessuna politica si impossessi dell’idea che c’è alla base di questo movimento. Non sia Grillo, la cui moralità è discutibile. Non sia il Pd, la cui mentalità è ancora lontana dal popolo e non lo sia nessuna delle linee politiche attualmente in gioco. E se fosse proprio l’idea anarchica quella che (almeno in questo caso) è più corretta per sostenere questo tipo di pensiero? Sarebbe troppo semplicistico se così fosse. La bandiera dei NO-TAV è spesso considerata “trasversale” rispetto alla politica, all’economia ma è specchio di un risentimento di un popolo stanco e anestetizzato, quindi forse questo movimento non è stanco: forse si sta soltanto trasformando.

Siria: Referendum farsa?

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Siria. Il nome di un paese, di una realtà. Oggi il popolo siriano è andato a votare per il referendum per una nuova costituzione e per la democrazia, il tutto sotto l’occhio attento di Assad (dittatore). Ma non si sono placate le repressioni, anzi, sono costanti e lacerano la voglia di libertà del popolo, repressa con la violenza. I media tacciono, o peggio raccontano una realtà che non corrisponde a quanto sta accadendo. Dove sono le Nazioni Unite con l’intento di rendere questo voto, un voto vero? L’illusione è che un voto proposto da un dittatore e gestito dallo stesso possa mettere davvero fine a una dittatura. Lo sappiamo, così non potrà essere. La primavera araba sembra avere due velocità, che dipende dall’interesse che l’occidente dimostra. Petrolio? Sarebbe banale. Deve esserci una motivazione più importante o forse una paura latente (tenuto conto che la dittatura è stata imposta dai paesi europei a seguito della seconda guerra mondiale). La Siria è storicamente un luogo difficile, anche per la sua posizione geografica e per i suoi scottanti confini. Ciò di cui l’occidente ha paura è la potenziale guerra civile in questo paese. E’ forse per questo che ci si tiene lontani? Quello che è davvero importante è garantire libertà a questo popolo: una vera libertà. Così’ mentre il popolo votava a Damasco e Aleppo, un’altra parte di Siria, ancora oggetto di repressione, hanno boicottato la consultazione. Quest’azione potrebbe nascondere una verità scomoda e dura da digerire: il referendum potrebbe (e uso potrebbe) essere una farsa. Lecito riflettere, doveroso parlarne. La guerra di informazione sappiamo essere governata ancora da Assad, che vuole far credere al mondo che vada tutto bene, così come molti dittatori prima di lui hanno fatto. Siamo così stolti da crederci? La cronaca ci porta a raccontare che sono state sequestrate (sia con blitz nelle case che con posti di blocco) un numero enorme di carte di identità per poterle utilizzare per votare usando quei nomi. Per quanto riguarda i dati di affluenza è stato dichiarato dallo stato il 99%, ma l’affluenza reale è invece molto, molto più bassa (pare ai minimi storici). Continueremo a seguire la questione siriana con attenzione.

Foto e fonte: Ansa

Open DATA: L’informazione come una nuova risorsa – ce ne parla l’assessore all’innovazione della città di Settimo Torinese Elena Piastra

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La risorsa primaria della società moderna, ciò che determina e stabilisce il vero “potere”, è l’informazione. Potrebbe bastare questa affermazione per spiegare l’importanza del patrimonio contenuto negli archivi degli enti pubblici di tutta Italia, diventati, grazie all’informatizzazione, meno ingombranti, trasformandosi in file fruibili e riutilizzabili. Parallelamente la tecnologia ha fatto passi da gigante, creando oggetti come smart-phone e tablet, che permettono, tramite la nuova lingua globale, internet, di condividere queste informazioni velocemente e utilizzando pochissimo spazio. In queste poche frasi è racchiuso come la società è cambiata e come l’informazione abbia assunto un ruolo sempre più fondamentale per la crescita degli individui, fino a diventare una vera e propria risorsa. Da questo processo nasce Open-Data, un meccanismo che consente agli enti pubblici di mettere a disposizione degli utenti, quindi dei cittadini, una quantità disarmante di dati. Cos’è il dato? Può essere un numero, una statistica, una cartografia. A cosa possono servire questi dati? Gli esempi sono tanti, ma quello più importante ci porta al Gis, ovvero Global Information System, creato per mettere le informazioni su supporti cartografici e di poterle capire anche solo “guardandole”. Sembra complesso, eppure non lo è. Pensate a “Google Earth”, un autentico mappamondo virtuale sul quale è possibile mettere dei “post-it”, collegando un luogo e delle informazioni, come accade con una mappa e le relative indicazioni riguardanti l’ubicazione dei monumenti più importanti, delle strade e delle scuole. Di qui il passaggio è breve considerando la quantità di dati a disposizione, da quelli relativi al traffico, alla frequenza dei mezzi pubblici, al turismo, e sono soltanto alcuni piccoli esempi. Tutto diventa fruibile, tramite tesi, ricerche, studi, trasformando e “riciclando” quei dati, che altrimenti sarebbero svaniti sotto centimetri di polvere. Sempre di più sono gli enti pubblici che stanno entrando in questo nuovo mondo.

Poche settimane fa abbiamo intervistato l’assessore all’innovazione della Città di Settimo Torinese Elena Piastra, che punta con energia sul progetto Open-Data, aprendo un laboratorio per creare delle “app”, delle applicazioni mediante le quali si può interagire con le informazioni, fornendo dati in tempo reale ai cittadini, dai dati sul traffico, a quelli di allerta e protezione dai fenomeni idrogeologici. Ragazzi con la passione per l’informatica si sono messi volontariamente a disposizione per far diventare questo progetto sempre più importante.

Approfondiamo con l’assessore il tema delle potenzialità di Open-Data:

Sappiamo che il laboratorio sulle “app” per il riutilizzo dei dati è iniziato ed è una miniera preziosa di idee, ne hai già individuate di realizzabili e che possono diventare al più presto fruibili per i cittadini?

 

L’esperienza del lab è davvero unica nel nostro Paese, almeno per ora. Il lab vuole essere un incubatore intermedio, tra impresa-cittadino ed ente pubblico. Il lab ha un ruolo importante sia nella selezione dei dati che vanno pubblicati, sia nella fase di progettazione, di idee. La vera novità è proprio questa: non è l’amministrazione a scegliere e a pagare il servizio per il cittadino, ma al contrario la scelta del servizio e dell’acquisto dello stesso appartiene al cittadino e alle regole del mercato. Alcune idee nate nel lab sono decisamente interessanti e prenderanno parte al primo concorso nazionale per apps che è apss4italy. Per me, come amministratore intendo, il risultato è già raggiunto: diverse persone si sono trovate, hanno analizzato un problema partendo dal territorio e hanno proposto una loro soluzione, in un caso non presentando solo l’idea, una demo o un app, ma persino un prototipo.

 

Il progetto Open-data in Piemonte è raggiungibile dal sito dati.piemonte.it, gestito dal Csi Piemonte ed esistono realtà anche per la Camera dei Deputati, è previsto un sistema di “accentramento” di tutti i dati disponibili in Italia su un unico supporto che racchiuda tutte le risorse?

La Regione Piemonte è stata la prima regione italiana a muoversi rispetto a un supporto unico per i vari enti locali. È probabile che si vada verso un’unica piattaforma che raccolga tutti i dati nazionali, ma ad oggi non è ancora previsto.

 

Secondo te è possibile che alcuni dati possano non diventare pubblici, restando quindi celati nei dossier, o peggio che ci sia alla base una scelta di non pubblicarli per timore del possibile riutilizzo?

 

Alcuni dati non è corretto che siano pubblici: ad esempio tutti i dati che possono ledere la privacy. Inoltre, è possibile che si scelga di non pubblicare alcuni dati.

Su questo tema si fa molta discussione. Per motivazioni diverse, alcune delle quali molto complesse e prive di volontà censoria o in qualche modo occultante. Un dubbio che spesso mi pongono i tecnici è ad esempio se sia corretto rendere in formato aperto la cartografia che costa molto all’ente e che un tempo (in versione cartacea) veniva ceduta solo a caro prezzo. Un altro dubbio delle amministrazioni riguarda la possibilità di interpretazione dei dati, nel senso che si teme che i dati grezzi, lasciati in visione senza alcuna spiegazione, possano essere mal interpretati.

 

Cosa differenzia un dato riutilizzabile da uno che non lo è? Mi spiego, cosa rende il dato “attendibile” alla luce di un possibile riutilizzo, e qual è (se c’è) un meccanismo di selezione tra le risorse disponibili?

 

Un dato, per appartenere, tecnicamente, alla dicitura open, deve essere in formato aperto, cioè facilmente modificabile, il termine inglese che rende bene l’idea è machinable, leggibile da una macchina. Le licenze sono diverse, Settimo ha scelto CC0.

 

 

Sapresti definire orientativamente una tempistica entro la quale questo progetto possa portare a un sistema collaudato ed efficiente del sistema Open-Data?

 

Difficilissimo dirlo: molto dipende da come reagirà il nostro Paese e se la strategia open data sarà capace di fare da volano all’economia, così come dovrebbe essere. Sicuramente questo sarà un anno importante, vista anche la posizione che ha tenuto l’attuale Governo rispetto all’Agenda digitale. A breve apriranno al riuso città importanti: Torino, Firenze, Roma: la mole di dati che possiedono potrebbe rivelarsi determinante.

Ringraziamo ancora l’assessore all’innovazione della Città di Settimo Torinese per la gentile e preziosa collaborazione.